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La giustizia. Due pesi e due misure

16 Marzo 2011

Come si fa a credere nella giustizia? Nel nostro disgraziato Paese è molto difficile.
Avete visto il trattamento riservato al presidente della Camera? Egli ha potuto vendere, senza pagarne il fio, ad una cifra ridicola una casa situata a Montecarlo, e per giunta non ad una persona fisica o ad una società di cui si conoscono i proprietari, ma ad una società off-shore, situata in uno Stato caraibico da cui il nostro Paese consiglia di stare alla larga.

Ancora: si è scoperto che questa vendita a prezzo di favore è andata a vantaggio del cognato dello stesso presidente della Camera, venditore.
E tuttavia, pare che tutto ciò non possa considerarsi truffa perché il partito di An è una associazione non riconosciuta.
Si legge nella motivazione (mio il grassetto):

“Dalle indagini svolte e dalla documentazione acquisita è emerso che nel comportamento degli imputati non sono configurabili gli estremi del reato di truffa aggravata in quanto, per la natura stessa dell’ente, associazione non riconosciuta (partito politico) e per le prerogative di coloro che hanno agito, non si è verificata quella falsa rappresentazione della realtà necessaria per la integrazione del reato”. Per Figliolia la vendita dell’immobile rientra nel quadro di una “disposizione patrimoniale decisa e attuata dal presidente e amministratore di una associazione non riconosciuta (Gianfranco Fini ndr), unitamente al suo segretario amministrativo quale rappresentante della stessa e pertanto autorizzato a disporre del suo patrimonio“. Le richieste di svolgere ulteriori indagini, fatte dagli esponenti della Destra, non possono essere accolte “in quanto gli accertamenti richiesti non permetterebbero di acquisire alcun concreto elemento ai fini della configurazione del reato sopra indicato

Ciò significa, sempre parlando da sempliciotto, che nella nostra legislazione c’è un vuoto molto pericoloso che consente all’amministratore di una associazione non riconosciuta di svendere un immobile per farlo avere nella disponibilità di un parente o di un amico da favorire.

Nel caso di Fini, il giudice se la cava dicendo che i danneggiati possono rivalersi in sede civile. Ma è davvero sufficiente che un amministratore che svende un bene   che finisce direttamente ad un parente o ad un amico sia condannato soltanto civilmente al risarcimento del danno?
Io credo proprio di no. Lo dice la logica, lo dice il buon senso. Questa persona svendendo un immobile finito da subito nella disponibilità di un parente o di un amico non ha commesso qualcosa di più?

Se, nel caso di Fini, la casa non fosse finita al cognato (e da subito secondo i documenti emersi), le motivazioni del gip potevano anche risultare sufficienti e ragionevoli, ma tutto cambia, a mio avviso, radicalmente, se quella proprietà, praticamente regalata, finisce al cognato dell’amministratore che ha venduto il bene.

A questo punto, un sempliciotto come me pensa subito che i pm e il gip non abbiano voluto interrogare né Fini né il cognato né i testimoni di Montecarlo, che pur hanno presentato (come l’impresario Garzelli) una documentazione significativa, giacché hanno temuto che così facendo la posizione del presidente della Camera si sarebbe aggravata. Infatti, a fronte della numerosa documentazione emersa, il cognato ben difficilmente avrebbe potuto negare che dietro la società off-shore non si nascondesse la sua persona, se non rischiando una falsa dichiarazione di fronte ad un magistrato.

Da tutto ciò ricavo una lezione. Ossia che in Italia si possono compiere quelle che agli occhi dei profani appaiono molto solidamente delle truffe, e che non lo sono perché la difettosa legislazione le consente.
Ma che la magistratura nel suo operare lasci qualche dubbio non lo si deve, ovviamente, solo a questo caso, a mio avviso clamoroso.

Nei confronti del presidente della Camera occorre ricordare che un alto dirigente della Rai denunciò l’intervento pressante di Fini per ottenere dei contratti a pro dei familiari. In questo caso abbiamo avuto un’accusa precisa con tanto di nome e cognome dell’accusante.
Però nulla si è mosso. Nessun pm romano si è sentito in dovere di far luce su di una faccenda che ha quantomeno il fumus di un reato.

Al contrario, per la famosa telefonata di Berlusconi si è visto che il magistrato si è mosso subito sicuro del reato: eppure in questo caso, a differenza di quello in cui è stato coinvolto Fini, non c’è nessun denunciante. Ossia nessuno si è ritenuto concusso, confermandosi addirittura che la telefonata del premier è stata una semplice richiesta di informazione.

Per quale motivo, mi domando, la nostra legislazione consente questi comportamenti dei pubblici ministeri così diversi e contraddittori? Possibile che non ci sia un organo in grado di valutare immediatamente se si riscontrino difformità di comportamento tra gli inquirenti di fronte a casi simili? Può davvero la libertà e l’indipendenza di cui godono i pm consentire linee tanto discordanti?

Veniamo, infine al caso delle scarcerazioni avvenute nel 1993 grazie all’abolizione del 41 bis. Interrogati dai pm, Carlo Azeglio Ciampi e Oscar Luigi Scalfaro, ai vertici dello Stato in quel tempo, hanno fatto mettere a verbale che essi non erano a conoscenza del fatto.

Ma in varie cause intentate dai pm contro Berlusconi, la regola è sempre stata questa: Essendo al vertice dell’azienda, Berlusconi non poteva non sapere.
Uno sprovveduto, quale io sono, si domanda: Perché allora a Scalfaro e a Ciampi che erano ai vertici dello Stato (il primo era presidente della Repubblica, il secondo presidente del Consiglio) non viene applicato lo stesso teorema?

Concludo, limitandomi a questi pochi esempi (ma se ne potrebbero fare altri), facendo questa considerazione: Siamo così sicuri che in Italia ci sia una giustizia giusta? O meglio: Sbagliano coloro che sostengono (come sostengo io) che i pubblici ministeri (non tutti, però) non sono indipendenti e imparziali?
O anche: Siamo sicuri che i nostri pm siano seriamente preparati ad esercitare una funzione così delicata?
Naturalmente, ho qualche dubbio.

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“Trattative Stato-mafia, Scalfaro e Ciampi muti I due ex presidenti balbettano davanti ai pm” di Stefano Zurlo. Qui.


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