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La guerra dei poteri forti: 20 anni di cordate anti Cav

8 Giugno 2013

di Lodovico Festa
(da “il Giornale”, 8 giugno 2013)

Nella primavera del 1994 dentro il nostro ristretto establishment economico si iniziò a pensare che la corsa politica di Silvio Berlusconi fosse meno bizzarra di quello che s’era previsto. Il «re » Gianni Agnelli se ne uscirà con una delle solite battute brillanti e ciniche: «Se Berlusconi perde, perde solo lui, se vince vinciamo tutti ».

Solo qualche settimana dopo, però la vittoria apparirà meno di «tutti »: non solo non si eleggerà presidente del Senato il suo candidato, Giovanni Spadolini, ma quando il presidente della Fiat si lamenterà per la disobbedienza di fronte a una platea confindustriale a Verona, verrà fischiato.
Anche da qui un’irritazione verso il governo berlusconiano che fa sì che l’ammiraglia dell’establishment, il Corriere della Sera, svolga ruolo primario di destabilizzazione anticipando, e diffondendo durante un vertice G8 a Napoli, l’avviso di garanzia per una delle prime inchieste antiberlusconiane. Dalla sua, Confindustria di Luigi Abete (dove la mente è il fedelissimo Fiat Carlo Callieri) apparirà più propensa a dialogare con Sergio Cofferati che con un governo impegnato in un’audace riforma delle pensioni.

In questa fase l’asse Fiat-Mediobanca è ancora il fulcro di un establishment legato a un patto con la politica (a lungo con la Dc ma dopo gli anni ’70 insieme consociativamente e conflittualmente anche con il Pci) non privo di virtù (il ruolo di Enrico Cuccia nell’accumulazione capitalistica post ’45 fu insostituibile, Agnelli fu prezioso ambasciatore dell’Italia verso gli Stati Uniti) ma dalla logica particolarmente escludente.

Certo, negli anni ’90 matura la coscienza che la fine della Guerra fredda cambia tutto, si vive Mani pulite con smarrimento (ma poi cavalcandola), si ragiona in modo astratto (con guasti per l’Italia anche grazie a uomini legati all’establishment come Carlo Azeglio Ciampi) di vincoli esterni (europei) per «disciplinare » la società nazionale. L’unica cosa che s’inventa è il riformismo referendario senza nerbo e visione di Mario Segni. Alla fine anche il grande establishment di Gianni&Enrico ha una reazione snobistica verso Silvio, cercando di continuare quel ruolo di regia dietro le quinte che però funzionava solo grazie al partito-Stato Dc che lo consentiva. Comunque in quel dicembre del 1994 grazie a Oscar Luigi Scalfaro si manda a casa il «disubbidiente », lo si sostituisce con l’uomo di mondo Lamberto Dini e per qualche settimana ci si convince che tutto sia risolto.

Come oggi Giorgio Napolitano sarà l’uomo più vecchio (Cuccia) a vedere da più «giovane », comprendendo l’urgenza di innovazioni radicali in politica come in economia, constatando l’affermarsi di una centralità nuova di Romano Prodi con gestione oligarchica delle privatizzazioni tesa a nuovi equilibri chiusi di potere (tendenza ben rappresentata da Giovanni Bazoli) senza neanche la spinta allo sviluppo della Mediobanca d’antan. Verificando la subalternità alla Germania e la poca attenzione alla parte vitale dell’industria. Il più geniale «gnomo » italiano perseguirà invece un reale pluralismo finanziario, lavorerà per legare attraverso le Popolari la media impresa alla finanza strategica, aiuterà Massimo D’Alema quando sembrava voler riformare lo Stato e sosterrà la svolta anti-Fiat di Confindustria con Antonio D’Amato. Tutto ciò s’impatterà con la crisi del gruppo presieduto da Agnelli che vuole preservare le sue influenze politiche ancor prima delle condizioni di rilancio imprenditoriale. Quest’ultima tendenza si collegherà naturalmente all’antiberlusconismo, porterà a un duro (definitivo?) ridimensionamento di Mediobanca, preparerà un «ritorno » torinese in Confindustria con Luca Cordero di Montezemolo, appoggerà il nuovo tentativo di Prodi con tanto di editoriale benedicente di Paolo Mieli sul Corriere della Sera.

Ma Prodi l’unica cosa che saprà fare sarà consolidare l’Intesa di Bazoli smantellando un presidio del vecchio establishment (Marco Tronchetti Provera a Telecom Italia). Da qui nuove delusioni, il lancio via Corriere-Confindustria montezemoliana della lotta anti Casta (altra fonte di disgregazione permanente della società italiana) e la scelta di un altro abatino (Walter Veltroni) come contendente di Berlusconi. Dopo l’ennesima sconfitta quel che resta dell’establishment lavorerà per cercare di disgregare il nuovo governo berlusconiano inventandosi il «liberale » Gianfranco Fini, cercando (con altalenanti successi) di separare Giulio Tremonti da Berlusconi, usando (l’imprinting è bazoliano) Giuseppe Mussari presidente dell’Abi per portare su posizioni antiberlusconiane Emma Marcegaglia, arrivando alla fine (su prioritaria ispirazione di una sempre più sbandata Mediobanca) a inventarsi il governo Monti.
E ora? Mentre la Fiat grazie a Sergio Marchionne si occupa finalmente più di industria che di politica, e così Mario Greco alle Generali, Federico Ghizzoni e Giuseppe Vita a Unicredit, l’unico baluardino del vecchio establishment resta Intesa anche se Enrico Cucchiani ha in mente più di far da banchiere che regista di giochi nazionali, e l’asse Sergio Chiamparino-John Elkann gli fa da sponda, mentre Bazoli, non solo si è visto affondare Mussari ma ha perso con la non elezione di Umberto Ambrosoli in Lombardia l’ultima carta per sparigliare ed è condizionato dai non brillanti risultati (Rcs è solo l’ultimo esempio) che caratterizzano la sua lunga presidenza della banca.

Forse alla fine di questi venti anni si apre la via per un establishment nuovo non più chiuso e irritato dagli outsider: anche se non sarà facile ai «nuovi » esercitare quel ruolo unificante che un establishment anche aperto deve assumersi. Il rischio di defilarsi dalle proprie responsabilità si combina con certa frenetica irrisolutezza che si nota anche in un imprenditore di valore come Giorgio Squinzi.

(5 – continua)


Sarkozy d’affari e sangue
di Giulio Meotti
(da “Il Foglio”, 8 giugno 2013)

A far da sfondo immaginifico alla domanda del faccendiere franco-libanese Ziad Takieddine è il giardino dell’Hotel Marigny a due passi dagli Champs-Elysées, il palazzo parigino in cui i presidenti della République ospitano i capi di stato stranieri in visita: “Come mai la Francia, improvvisamente, ha deciso che colui che era ricevuto all’Eliseo, con il quale si stipulavano trattati, si firmavano contratti, e che era accettato da tutti, doveva essere mollato e ucciso?”. Fu in quel giardino che nel 2007 il presidente Nicolas Sarkozy imbastì per il colonnello Gheddafi il proscenio per la firma della provvista di affari e per la prima visita del dittatore libico in Francia in trentaquattro anni. Lì si trattò anche la vendita del 4×4 blindato con cui Gheddafi sarebbe sfuggito ai bombardamenti della Nato. Stando a una inchiesta in corso, nei giorni precedenti sarebbero stati decisi anche i finanziamenti di Gheddafi per sostenere la campagna di Sarkozy. Finanziamenti elargiti anche ai socialisti, almeno stando all’ex responsabile dell’agenzia dei servizi segreti interni Bernard Squarcini.

La storia si dipana come un romanzo spionistico. Nella primavera 2012 un politico francese di sinistra, Michel Scarbonchi, viene avvicinato da Mohammed Albichari, il figlio di un capo dei servizi di Gheddafi morto nel 1997 in uno strano incidente stradale. Albichari dice che un gruppo di ribelli di Bengasi ha sequestrato “settanta cartoni di cassette” del Colonnello. Scarbonchi viene dalla stessa città della Corsica di Squarcini, Ajaccio, così gli organizza un incontro con Albichari. Si scopre che quei cartoni, su cui la Francia da allora cerca di mettere le mani, contengono l’archivio delle conversazioni segrete di Gheddafi con i leader stranieri. Due protagonisti del mistero, Albichari e Shukri Ghanem, ex ministro libico del Petrolio, moriranno in circostanze poco chiare nel giro di pochi giorni nell’aprile di un anno fa. Con un analogo interesse si sta cercando, fra il Libano, lo Swaziland e il Sudafrica, l’ex capogabinetto di Gheddafi Bashir Saleh, il “banchiere” nero del Colonnello, quello che conserva i segreti degli eventuali bonifici a Sarkozy. L’ultima volta che Bashir è stato visto è stato proprio ad Ajaccio, in Corsica. Secondo una intercettazione riportata dal sito Mediapart, il 28 maggio 2007 Sarkozy chiede a Gheddafi: “Con chi posso parlare delle questioni ‘sensibili’? Con Bashir?”.

La vicenda, rilanciata in grande stile da un’inchiesta del Monde, complica molto, se non azzera, il copione umanitarista del nouvelle philosophe Bernard-Henri Lévy, l’ideologo dell’intervento in Libia, il prototipo del citoyen pasciuto di ingerenza umanitaria che si è impadronito dell’opinione pubblica occidentale presentando una guerra organizzata nelle regioni orientali della Libia, da sempre ostili al potere centrale di Tripoli, come una lotta di liberazione popolare contro un tiranno. Quando Sarkozy stese il tappeto rosso per Gheddaffi all’Hotel Marigny, i futuri intellò della guerra di Libia, a cominciare da Lévy, accusarono il presidente di riabilitare “un terrorista di stato” e l’allora sottosegretaria ai Diritti umani vicina a Sarkozy, Rama Yade, protestò perché la Francia veniva ridotta a “un tappetino dove i dittatori vengono a pulirsi le scarpe sporche di sangue”. Sarkozy, ancora in fase pragmatica e cinica, replicò: “Ci sono intellettuali che prendono il caffè in Boulevard Saint Germain, danno lezioni, ma non si sporcano le mani”.

Quello stesso Sarkozy aveva illuso i partigiani della rupture. “Voglio firmare l’atto di morte della Franí§afrique”, aveva scandito il suo sottosegretario alla Cooperazione, il social-liberale Jean-Marie Bockel, usando il neologismo del presidente della Costa d’Avorio Félix Houphouët-Boigny, per indicare le losche relazioni tra la Francia e l’Africa. Mentre Bockel pronunciava queste parole, Sarkozy siglava accordi militari con il satrapo di Tripoli, con cui trattava anche la vendita di tecnologia nucleare, tanto che il foglio di estrema sinistra tedesco Die Tageszeitung pubblicò la foto di Sarkozy e del Colonnello in prima pagina sotto il titolo: “Vendereste un reattore nucleare a quest’uomo?”. “Uno sfrenato nazionalista offre l’atomo a un dittatore”, accusò il presidente dei Verdi Reinhard Bütikofer.

Era lo stesso Sarkozy che aveva tuonato contro i “corrotti, i corruttori e i falsificatori che hanno fatto leva su una prevaricazione che hanno alimentato e di cui si sono nutriti” (da “Témoignage”, il suo libro manifesto). Ma nella morale di Sarkozy, nel suo slogan “né indifferenza né interferenza”, valori e interessi sempre coincidono. Secondo Albert Bourgi, docente di Diritto e fratello di quell’avvocato protagonista di tanti accordi fra Parigi e l’Africa, “l’intervento di Sarkozy in Libia ricorda la politica francese in Africa dal 1960 a oggi”. Se confermata, la vicenda dei finanziamenti elettorali e della successiva uccisione di Gheddafi andrebbe letta come l’ultimo capitolo della Franí§afrique basata sui rapporti personali con i satrapi e sugli interessi dei “campioni nazionali” transalpini, un paternalismo ribattezzato “France-à-fric” (da “fric”, slang che indica i contanti).

Per dirla con il socialista Franí§ois Loncle, “la guerra di Libia è una caricatura della Franí§afrique”. E’ la riedizione della storiaccia che travolse Valery Giscard d’Estaing, che si ritrovò in piena crisi presidenziale quando si diffuse la notizia dei diamanti (per oltre un milione di franchi) ricevuti in regalo da Sua Altezza Reale Bokassa. Nell’ottobre 1979 Amnesty International rivelava che un centinaio di bambini erano stati massacrati a Bangui “con la partecipazione diretta dell’imperatore”. Spuntarono cadaveri nel frigidaire di “Bokassa il cannibale”, un tipino alla buona che i sudditi sgraditi era solito metterli in una gabbia a smagrire perché la carne gli piaceva non troppo grassa, un po’ frollata e appena scottata, come si dice bleu. Scatta l’“Operazione Barracuda”, un colpo di stato con l’aiuto dei parà francesi che riporta al potere David Dacko, cugino di Bokassa cacciato la notte di San Silvestro del 1965. Bokassa si vendicherà scrivendo “La mia verità” sui regali a Giscard. Sia nel caso Giscard-Bokassa che in quello Sarkozy-Gheddafi, a rivelare le trame è stato il giornale corsaro e satirico Le Canard enchaîné. Allora fu un diamante di trenta carati preparato da Bokassa per Giscard, oggi è la campagna elettorale di Sarkozy finanziata da Tripoli.

Ma perché la Francia di Sarkozy, che aveva accolto a braccia aperte Gheddafi, che gli aveva fatto piantare la tenda all’Eliseo, che aveva con lui firmato lauti accordi economici, che addirittura da lui si sarebbe fatto pagare la campagna elettorale, avrebbe poi dichiarato guerra a Tripoli?
E’ forse lo stesso paradosso che si registrò all’epoca dell’opposizione militante, grandiosa e politica della Francia di Jacques Chirac alla guerra anglo-americana contro Saddam Hussein del 2003. Alle Nazioni Unite, Dominique de Villepin si atteggiò per mesi a difensore della ragione, della prudenza e della legge internazionale contro un’America arrogante, sconsiderata, irragionevole. E’ la “Chiracchia” paese guida della sinistra mondiale, con il manifesto che incitava al veto di Parigi contro la guerra. “La Francia non si piega”, titolavano tutti, gongolando.

Non quella Francia che fu aristocratica e libertina e perciò gigantesca. Nemmeno la Francia malinconica e sconfitta dell’ultima barricata della Comune o del Fronte popolare. La Francia che piaceva è quella che ha perso la potenza ma non la presunzione. La Francia che ha fatto la guerra a Gheddafi avrebbe presentato altre ragioni morali rispetto al filo-baathismo, ma è lo stesso intreccio di interessi e retorica. Tutti felici d’aver ritrovato la Francia, deuxième patrie degli sventurati di tutto il mondo.

Jacques Chirac, che nell’Iraq di Saddam aveva strategici interessi politici ed economici, divenne quello che del petrolio se ne frega, il leader buono che non si sarebbe mai sognato di metter su in Africa una rete di uomini di mano e tagliagole prezzolati come fanno quei farabutti della Cia. E poi diciamocelo, le multinazionali made in France mica ronzano attorno a Baghdad, a gufare aspettando che il rais cada come quei prepotenti che si credono pure benedetti da God. Ma poi, come nel caso di Sarkozy in Libia, si scopre che la Francia di Chirac faceva affari d’oro con il regime di Baghdad. In ormai celebri dossier della Cia su Saddam compaiono i nomi dell’ex ministro dell’Interno francese Charles Pasqua, di uomini d’affari molto vicini a Chirac come Patrick Maugein, e dell’ex ambasciatore di Parigi al Palazzo di Vetro, Jean-Bernard Mérimée. Il meccanismo ideato da Saddam Hussein era geniale. Serviva a finanziare politici e giornalisti che conducevano la battaglia internazionale contro le sanzioni. Con la complicità dell’Onu, il prezzo del petrolio iracheno veniva fissato a una quota più bassa del valore di mercato. I beneficiari segnalavano a Baghdad un mediatore il quale comprava il diritto di acquistare petrolio ribassato, che però veniva rivenduto al prezzo reale di mercato. La differenza di quotazione era il beneficio per gli amici del rais, molti di questi francesi. La fetta più grande dell’affare era in mano alle società russe, seguite dai francesi con più di quattro miliardi di dollari (7,3 con gli aiuti umanitari). C’è anche un ruolo delle banche transalpine, in particolare la Bnp Paribas, che ha gestito le transazioni dell’Oil for Food.

Per capire il funzionamento della Franí§afrique bisogna leggere le memorie di un apparatchik come il perfido Jean-Franí§ois Probst, che in “Chirac, mon ami de trente ans” racconta il do ut des con i potenti arabi e africani. Dalle prodezze di De Villepin – “devo mostrarle qualcosa”, gli disse un giorno a Brazzaville il presidente congolese Denis Sassou Nguesso, tirando fuori un quadernetto a spirale con le mazzette che pretendeva di aver consegnato in alberghi parigini – sino a toccare l’epoca di Chirac sindaco di Parigi, quando Jérí´me Monod, segretario del Rassemblement pour la République, partiva alla conquista dell’Africa per conto della Lyonnaise des eaux che assicurava grandi opere idriche: Congo, Gabon, Senegal, Mali, Burkina Faso, e poi Lomé in Togo, ospite del generalissimo Gnassingbé Eyadéma, e Yamoussoukro in Costa d’Avorio, nel palazzo dei Houphouét-Boigny, dove si ritrovavano con Ernest Cazelles e Jacques Foccart, segretario dell’Eliseo dal 1960 al 1974 e massimo ispiratore della politica di influenza coi suoi “réseaux” strategici e gli stretti legami coi servizi segreti, che verrà continuata da Franí§ois Mitterrand e raggiungerà il suo apice di segretezza, corruzione e affarismo grazie al figlio Jean Christophe Mitterrand, il “Papa-m’a-dit” (papà mi ha detto) condannato a trenta mesi per frode fiscale. Quel Jean-Christophe Mitterrand, accusato di riciclaggio di denaro sullo sfondo di oscuri traffici d’armi francesi all’Angola, che ha fatto il brutto e il cattivo tempo nei rapporti con l’Africa. Il padre lo piazzò nella “cellula Africa e Madagascar” dell’Eliseo nel 1982 e nel 1986 lo promosse capo di quel desk, che gli valse il soprannome di “Monsieur Afrique”. Tutti i “re” africani andavano a omaggiarlo nel bellissimo ufficio al numero due di rue de l’Elysée.

E’ questa epopea losca e monumentale ad aver trovato il proprio apice nella campagna di Libia di Sarkozy. Una epopea incarnata da “les affreux”, i mercenari di Bob Denard, con quel suo incedere claudicante da gentiluomo í¢gé, il passato coloniale e la “retraite” agiata fuori Parigi. E’ una Francia disposta a tutto pur di non perdere la partita in Africa contro l’incalzare sovietico prima e anglosassone poi. Disposta anche a mollare in quattro e quattr’otto amici di vecchia data. La carriera Denard la deve soprattutto a Mobutu Sese Seko, che durante la guerra in Congo gli affidò le sue armate. Denard si distinse in combattimenti contro i simba e i baluba ebbri di canapa e alcol. Contribuì al successo di Mobutu, ma per i funzionari di rue de Grenelle, il regno del potentissimo Foccart dove si decidono gli “Affaires Africaines et Malgaches”, Mobutu è diventato troppo filoamericano per potersi fidare: “Mon cher Denard, bisogna cambiare registro” (succederà anche con Gheddafi). Bisogna puntare su Moïse Ciombé, il leader separatista acerrimo nemico di Mobuto. Denard volta le spalle all’amico di Kinshasa: “La politique (et la France), d’abord”.

Scoppia il Maggio 68 e il baroudeur un po’ losco dei servizi francesi Denard si ritrova a combattere con il padre dell’intervento umanitario, quel dottor Bernard Kouchner dei Médicins sans Frontières futuro partigiano della guerra contro Gheddafi. Denard si definirà fino all’ultimo il “corsaro della Repubblica”, per sottolineare quanto le sue avventure abbiano coinciso con gli interessi dell’Eliseo almeno con tre presidenti: De Gaulle, Pompidou e Giscard d’Estaing. Una storia di servizi segreti, legionari e “grand commis” che getta un’ombra anche sui quattordici anni di Mitterrand. E’ stato così che le imprese francesi – Elf, Bouygues, Bolloré – hanno goduto del monopolio su gran parte dell’Africa. La “rete Foccart” – che ha assunto le forme delle reti neogollista di Charles Pasqua e socialista-mitterrandiana – ha alimentato e salvato presidenti e dittatori amici: Omar Bongo in Gabon, Gnassingbé Eyadéma in Togo, Paul Biya in Camerun, Denis Sassou Nguesso in Congo, Blaise Compaoré in Burkina Faso, Idriss Déby in Ciad, Ange-Félix Patassé nella Repubblica centrafricana, Félix Houphouët-Boigny in Costa d’Avorio e, ovviamente, Juvénal Habyarimana in Ruanda. Dietro quei conflitti c’è stata la mano più o meno discreta della Francia. A volte con il mandato delle Nazioni Unite (come contro la Libia di Gheddafi), altre unilateralmente, altre ancora attraverso servizi e mercenari.

Però con Sarkozy e Gheddafi questo schema salta. L’Eliseo avrebbe dovuto far di tutto per proteggere il suo “cliente” di Tripoli. In quella cena all’Hotel Marigny, Sarkozy siglò un accordo per dieci miliardi di dollari di contratti con il Colonnello, tra cui il rinnovo della linea di produzione dei Mirage avviata dalla Libia negli anni Settanta, la vendita di quattordici Rafale, otto elicotteri Tigre, quindici Caracal e dieci Fennec (Eurocopter), un sistema di artiglieria Cesar, sessanta blindati Vab, tredici carri Sagaie e venticinque carri armati leggeri Vbl. Alla cena all’Eliseo con Gheddafi c’erano tutti gli imprenditori francesi che contano: il presidente di Gaz de France, Jean-Franí§ois Cirelli, il presidente non esecutivo di Total, Thierry Desmarest, il direttore generale di Airbus, Fabrice Brégier, e l’ad di Dassault, Charles Edelstenne. Sarkozy, a ridosso della guerra contro Gheddafi, avrebbe fatto rimuovere opportunamente dal sito della presidenza della Repubblica le foto della celebre visita del Colonnello a Parigi, nel dicembre 2007.

Il paradosso è che nel 2007 fu proprio Sarkozy a sdoganare Gheddafi. Per questo durante la guerra contro Tripoli, il Colonnello esclamerà dal bunker: “Sarkozy ci ridia i soldi che gli abbiamo dato”. Ma siamo in guerra e nessuno prende sul serio le accuse del Colonnello. Come pochi poi hanno preso sul serio le rivelazioni dell’establishment libico post Gheddafi, secondo cui sarebbe stato un “agente straniero”, un francese e non le brigate libiche, a sparare il colpo di pistola alla testa che ha ucciso il Colonnello a Sirte. Altri ancora dicono che a ordinare l’uccisione di Gheddafi sarebbe stato l’emiro del Qatar, al Thani. E qui entra forse la chiave del mistero. Cosa ha fatto cambiare idea a Sarkozy? Perché il beneficiario condanna a morte il suo benefattore? Sarkozy stringe un’alleanza formidabile con l’emirato del Qatar, protagonista di tutte le “primavere arabe” e finanziatore della guerra a Gheddafi. Nei giorni scorsi è uscita la notizia che il Qatar punterebbe a Sarkozy per gestire i suoi fondi. Il ricchissimo emirato del Golfo Persico avrebbe offerto all’ex presidente francese di dirigere un fondo di investimenti, un “private equity fund”, da cinquecento milioni di euro. Con Sarkozy il Qatar si è comprato mezza Francia. Il primo coup de théí¢tre è l’acquisto del Paris Saint-Germain, la squadra di calcio della capitale. Seguono partecipazioni nella petrolifera Total, nel costruttore Vinci, nella società dell’acqua Veolia, nella Vivendi, nel gigante dell’editoria Lagardère, nella Société des Bains de Mer di Montecarlo, nel costruttore aeronautico Eads, nella multinazionale dei beni di lusso Lvmh. E poi palazzi simbolo della grandeur come la sede del Figaro, gli alberghi Carlton e Martinez a Cannes, il Palais de la Mediterranée a Nizza, il Concorde Lafayette, l’Hí´tel du Louvre, il Royal Monceau a Parigi.
I diamanti “neri” di Giscard d’Estaing, le commesse con egida dell’Onu di “Chirac d’Arabie”, i finanziamenti elettorali di Gheddafi sembrano tutti confermare il vecchio adagio del generale De Gaulle secondo cui “la Francia non conosce amici, ma soltanto interessi”. Una massima da completare con le memorabili parole dell’ex ministro degli Esteri Louis de Guiringaud pronunciate nel 1978: “L’Africa e il medio oriente sono l’unica parte di mondo dove la Francia può ancora atteggiarsi a grande potenza, capace di cambiare il corso della storia con cinquecento uomini”.
E così, in un intreccio di affari, sangue e Café de Flore che ha cambiato la storia della Libia, la Franí§afrique è diventata démocratique.


Una firma per cambiare (finalmente) la giustizia
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 8 giugno 2013)

Qui si tratta di raccogliere 500mila firme, il minimo indispensabile per indire un referendum. Nel caso specifico, mirante a riformare la giustizia. Non una rivoluzione. Alcuni ritocchi alla legge, visto che riscriverla di sana pianta, come sarebbe opportuno, non è alla portata del Parlamento, diviso in partiti inclini ad azzuffarsi, perennemente in disaccordo su tutto, figuriamoci sulla delicata materia di cui ragioniamo.

Mi corre l’obbligo di precisare che personalmente ho aderito all’iniziativa dei radicali, i soli che in questo Paese, piaccia o non piaccia, siano stati in grado di combinare qualcosa di concreto in politica. Le altre forze, pur manifestando in alcune circostanze buona volontà, non sono mai riuscite a trovare un’intesa per rinnovare la legislazione. Non mi nascondo quindi dietro a un dito: sto con Marco Pannella e mi auguro che anche stavolta egli piazzi un colpo decisivo per costringere l’Italia a darsi una mossa. Invito i lettori a non perdere questa occasione se vogliono contribuire a rendere civili le nostre istituzioni: basta che si rechino a firmare. Sarà poi il popolo a decidere al seggio ciò che preferisce: mantenere lo statu quo oppure svoltare e scrollarsi di dosso il vecchiume che impedisce alla macchina della giustizia di funzionare meglio.

Entriamo nello specifico e tentiamo di spiegare. I punti sono 6. I primi due riguardano la responsabilità civile dei magistrati, i quali oggi, di fatto, non pagano per i propri errori, neppure i più gravi. Qui si pretende di agevolare i cittadini nell’esercizio dell’azione risarcitoria qualora siano stati danneggiati da un’interpretazione errata delle norme di diritto o dalla valutazione delle prove. Insomma, lo spirito del referendum non è quello di vendetta nei confronti delle toghe che sbagliano: capita, e spesso, anche a loro di andare fuori pista. Semplicemente, responsabilizzando chi amministra la giustizia anche a livello economico (se i giudici rischiano in solido diventano più prudenti e quindi più attenti), si tende a ottenere sentenze eque o almeno equilibrate.

D’altronde il problema è noto: tutti i lavoratori pagano per le loro topiche tranne i giudici. Per i quali, male che vada, paga lo Stato. Un incentivo alla faciloneria. Perfino i medici, nelle cui mani affidiamo la salute (la vita), se mettono il piede su una buccia di banana non sfuggono al rigore della legge: sono obbligati a sborsare fior di quattrini. Molti di essi si sono ridotti, onde evitare di finire in bolletta o, peggio, di indebitarsi, a sottoscrivere polizze assicurative dal premio salato. Ora non si comprende per quale motivo i camici bianchi rispondano delle loro cantonate, mentre le toghe abbiano licenza di toppare, lasciando le vittime in brache di tela. Assurdo.
Se tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, non vi è ragione di considerare i giudici una categoria speciale da proteggere. Ci rendiamo conto: la professione del magistrato ha delle caratteristiche tali da renderla unica, ma non vi è alcun motivo per esentarla da castighi qualora chi la svolga si sia comportato male. Tutto qui. Pagano i tranvieri maldestri, ovvio che paghino pure coloro che, steccando, mandano in galera un povero innocente.

Veniamo al punto 3. Col plebiscito in questione si aspira altresì a separare le carriere dei magistrati: il giudice giudicante è terzo per definizione, di conseguenza il Pm (ossia la pubblica accusa) non può essere un suo collega; venga piuttosto parificato al difensore, in maniera che accusa e difesa si scontrino ad armi pari e che il giudice sia al di sopra delle parti. Che c’è di strano in questa divisione di compiti? Nulla. Il desiderio è quello di offrire maggiori garanzie agli imputati, che non sono carne da macello bensì uomini e donne meritevoli di rispetto.

Quarto punto. La giustizia finora ha abusato della carcerazione preventiva, serve una regolamentazione più rigida. Non si sbatta in prigione chi non sia ancora stato condannato definitivamente. Salvo rare eccezioni. Ma che siano eccezioni, e non la norma come accade ora con la minaccia del carcere utilizzata per spaventare e indurre a confessare, a mo’ di tortura, chi è nelle grane giudiziarie.

Quinto punto. L’ergastolo contrasta con l’articolo 27 della Costituzione, secondo il quale la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Bisogna abolirlo oppure si deve cambiare la Carta. Siamo favorevoli alla prima opzione. Occhio anche alle pene accessorie. Infliggere a un condannato l’isolamento per tre anni è una crudeltà indegna di una democrazia decente. Infine. Una nuova disciplina per i magistrati fuori ruolo. Abbiano un lavoro utile, chiaro, preferibilmente soggetto a restrizioni.
Chiediamo troppo? No. Semmai lo chiediamo troppo tardi. Quindi spicciamoci a ottenerlo.

Anche qui.


La coppia perfetta per il presidenzialismo
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 8 giugno 2013)

Dopo svariati mesi di annunci, contatti e sollecitazioni del Quirinale, centrodestra e centrosinistra hanno raggiunto uno storico accordo: c’è da fare la riforma elettorale. Sul come restano divisi, ma sono dettagli, intanto ci spariamo una bella commissione… Ammazza che passo avanti.

Quand’ero ragazzo si parlava di riforma istituzionale, il presidenzialismo passò da Pacciardi ad Almirante, poi a Craxi, a Segni e a Miglio. Diventai adulto e si continuò a parlare di riforma istituzionale, ci fu pure un cambio di Repubblica, i presidenzialisti andarono al governo ma la riforma non si fece. Pensate che ora si farà?

Non è per gufare, ma temo che proseguirà la tradizione abortista in auge da decenni. Certo, il presidenzialismo non è il toccasana dei nostri guai, ma una svolta ci vuole per garantire governabilità, decisione e governi di legislatura, separando la rappresentanza dall’esecutivo. Si può trovare un’intesa tra presidenzialisti e parlamentaristi?

È difficile, ma se provaste a spostare l’elezione diretta sul capo del governo, lasciando al capo dello Stato il ruolo di garante eletto dal Parlamento? Era l’ipotesi Segni (un sindaco per l’Italia) e fu bocciata con la stupida osservazione che si usa solo in Israele.

Se è per questo, l’attuale nostro sistema politico non è adottato nemmeno dai buruburu. Un premier eletto dal popolo, pure in doppio turno, e un presidente della Repubblica eletto dal Parlamento sarebbe un compromesso salomonico di alto profilo. Due capi d’estrazione diversa per una democrazia bilanciata.


Letto 2508 volte.


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Bart