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La nave è in secca

2 Aprile 2012

Se ci sono due comandanti di nave che non hanno saputo leggere la bussola questi, per quanto concerne l’Italia, sono Napolitano e Monti.
Tutto si è svolto troppo precipitosamente. La voglia di mettere da parte Silvio Berlusconi ha innescato quell’ansia pestifera che confonde le idee e impedisce di compiere perfino le cose più semplici. Provate a voltare una pagina di giornale mentre siete presi dall’ansia. Non ci riuscirete o ci riuscirete a fatica.

L’ammiraglio Napolitano e il capitano di vascello Monti hanno fatto di peggio.
Invece che andare in una direzione sono andati in un’altra e ormai, almeno per me, ha poca importanza seguire la nave. Malinconicamente l’ho vista allontanarsi e dirigersi verso le secche. A che continuare a gridare che cambi rotta. I molti osanna hanno creato un frastuono tale che il grido di allarme ne sarebbe soffocato.

Ora la nave è finita nelle secche. Ancora non lo si dice, ma le cose stanno proprio così. Se non ci fosse stata l’azione intelligente di Mario Draghi, che è riuscito a districarsi tra lacci e lacciuoli, non solo l’Italia, ma tutta l’Europa sarebbe finita da un pezzo nel baratro della speculazione. Ma Draghi non può fare tutto. E se l’ammiraglio e il capitano di vascello hanno scelto per l’Italia una rotta che li ha condotti alle secche, Draghi non ha voce in capitolo. Come italiano deve solo rammaricarsi, e in silenzio.

L’errore dei due comandanti (l’ho già scritto in passato) è stato quello di agire, e agire duramente, sul versante della tassazione. È in quel momento che la nave ha virato nella direzione sbagliata. Alcuni autorevoli editoriali di Giavazzi e Alesina sul Corriere della Sera avevano avvertito Monti dell’errore. Una accresciuta pressione fiscale su un corpo già stremato non avrebbe mai potuto servire ad alcunché, ma solo ad avvitarci nella spirale della recessione, una recessione violenta che ci accompagnerà ancora per molto.

Quando si dice che l’aumento della pressione fiscale era necessario per far fronte al debito pubblico, si dice una mezza verità, giacché Mario Draghi, all’indomani del suo insediamento alla Bce aveva subito ridotto all’1% il tasso di finanziamento alle banche, consentendo loro di rimpinguarsi di denaro. Che cosa ne abbiano fatto sarebbe toccato sia all’ammiraglio che al capitano di vascello indagare, ma se ne sono guardati bene. Quel denaro avrebbe potuto servire assai meglio che la accresciuta tassazione a fronteggiare il nostro debito pubblico.

Invece si è preferito colpire un corpo sociale e produttivo stremato dalla crisi mondiale, per giunta assai meno resistente e ribelle rispetto ai grandi poteri le cui armi di ricatto sono sempre cariche e temutissime.

Sulla nave finita in secca ora possiamo solo girarci i pollici.
I viaggi di Monti in estremo oriente sono la rappresentazione massima del nostro fallimento. Nessuno, al di là delle promesse vaghe ed informali, investirà in un Paese dove i consumi si sono assottigliati fino a ridursi allo stretto necessario per sopravvivere.
Se mancano i consumi, una Nazione diventa sterile, perde la sua necessaria e vitale fecondità.
L’azione dei due comandanti è stata dunque una operazione di macabra sterilizzazione del nostro corpo sociale e produttivo.

Niente si è fatto e niente si va facendo per abbassare la febbre che il processo di sterilizzazione ha innescato. La dismissione del nostro patrimonio pubblico, che consentirebbe di ridurre concretamente l’enorme debito accumulato, ancora appartiene ai balbetti di un governo che si è limitato a fare la cosa più semplice e tanto cara alla sinistra, ossia l’aumento delle tasse.

Finché il nostro debito pubblico sarà così elevato (1.900 miliardi!), l’Italia sarà sempre in balia dei giochi e dei capricci della speculazione, anche nei momenti in cui crederà di essersi rimessa sulla rotta giusta.

Il debito pubblico è il nostro tallone d’Achille. Non lo si ridurrà se non vendendo parte del nostro patrimonio e incentivando la crescita.
Ma mentre la vendita del patrimonio pubblico, ove realizzata,   potrà dare risultati, pur entro certi limiti, certi, le misure per la crescita che venissero adottate (ma sono lungi dall’esserlo) si innesterebbero in un Paese ormai atrofizzato dalla pressione fiscale. Dunque, non solo le aziende straniere storcono il naso quando Monti propone di investire in Italia, ma anche le aziende nostrane continueranno ad avere molte incertezze nel decidere di restare a produrre in un Paese che non consuma più.
A che serve infatti incentivare lo sviluppo in un Paese che non consuma più?

Bisognerebbe tornare indietro. Bisognerebbe togliere le tasse che sono state imposte con il decreto ipocritamente chiamato Salva-Italia.
Ma in Italia le tasse si mettono e non si tolgono.
Ci aveva provato Berlusconi e, ahimè, pure lui ha dovuto sottomettersi alla tradizione.

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Bart