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La nuova Inquisizione

18 Luglio 2011

La scrivo con la maiuscola perché così non ci potranno essere equivoci sin dal principio. Mi riferisco alla famigerata istituzione della Chiesa che ha avuto tra i suoi esponenti quel Tomás de Torquemada che celebrava più di venti processi al giorno e che la Storia ha eretto a simbolo degli scempi che furono commessi, tra i quali i tanti roghi accesi per bruciare donne e uomini innocenti, sulla base di una semplice denuncia, quasi sempre anonima.

Prima di partire per Malta discutevo con i miei fratelli di ciò che sta succedendo in Italia a causa di certa magistratura troppo arrogante e superficiale, la quale crea vittime sulla base del nulla, rovinando oltre alla persona singola, anche intere famiglie.

ll paragone con l’inquisizione torquemadesca sorge spontaneo, vista ormai la durata di tali scempi, compiuti senza alcun rimorso dalla magistratura di casa nostra.

Il silenzio dello stesso capo di Stato di fronte ai molti errori da essa compiuti dimostra che il potere di questo organismo è pari, e forse addirittura superiore, a quello della massima istituzione italiana.

La sentenza del Lodo Mondadori può essere emblematica. Un collegio di giudici di secondo grado, chiamato a stabilire e confermare un risarcimento stratosferico, anziché avvalersi della potestà di sospenderne l’esecuzione in attesa della sentenza definitiva, non esita, sprezzante e sorda proprio come gli inquisitori cinquecenteschi, a mandare al rogo, ossia nell’inferno dei mercati finanziari, un’azienda solida che dà lavoro a migliaia di operai.

Non trovo alcuna differenza tra il modo di agire degli inquisitori ecclesiastici di quel tempo e il modo perverso e crudele con cui oggi certi giudici perseguono i cittadini che sono caduti sotto le loro grinfie, animati solo dalla cupidigia di mostrare il loro potere, a prescindere dalla esistenza o meno delle colpe.

Come si possono arginare questi magistrati che danno quasi ogni giorno esempi corrosivi della credibilità del nostro Paese?
A mio avviso c’è una regola pressoché infallibile: toccare il loro portafoglio. Che significa qualcosa di più che renderli oggetto di un provvedimento disciplinare, sia pure pesante.

Anni fa un referendum passò con una maggioranza bulgara: esso chiedeva alla politica di far pagare di tasca propria ai giudici gli errori più gravi ed evidenti da essi commessi.

Ma la politica si chiuse a riccio, e tradì l’elettorato, confermando il detto popolare: Cane non morde cane. Che la politica sia ormai una casta, così come lo è quella dei magistrati, lo dimostra ciò che è emerso anche in questi giorni, allorché una manovra finanziaria imponente si preoccupa di porre sulle spalle dei cittadini sacrifici dolorosi, e niente, o quasi niente, chiede alla casta politica, proprio quella che continuerà sicuramente a sperperare e ad ingrossare imperterrita il già terribile debito pubblico.

Approfitto di questa piccola digressione per tornare a proporre ciò che ho già scritto altre volte. Anche in politica bisogna arrivare finalmente a toccare le tasche dei nostri rappresentanti. I loro stipendi non dovranno superare quelli dei dirigenti dell’amministrazione pubblica. E il loro mandato dovrà limitarsi a non più di due legislature.

È molto probabile che, così facendo, non si daranno alla politica i molti trafficoni a cui il benessere del Paese non interessa per nulla, ma vi si dedicheranno soltanto quei cittadini che vorranno praticarla per ciò che essa è: un servizio al Paese.

Così come è molto probabile che se toccheremo le tasche dei magistrati che sbagliano, le sentenze saranno assai più ponderate.
Manca infatti a certi magistrati il senso della responsabilità tanto civile quanto morale.

Ho letto ieri gli articoli di Giuliano Ferrara e di Giampaolo Pansa che, prendendo spunto dal caso Papa, dichiarano apertamente che non è possibile privare con il carcere la libertà di un cittadino in un momento in cui una certa magistratura (aggiungo: militante e incontrollata) sta dando un’immagine di sé poco affidabile.

Del resto, la nostra Costituzione, a difesa della libertà personale, ha sancito che un cittadino deve essere considerato innocente fino a che non si arrivi alla condanna con sentenza definitiva.

Di ciò che avviene in questi giorni sui mercati finanziari si dà ovviamente la colpa al governo Berlusconi, sottacendone i meriti e dimenticando di dire che egli non è mai stato messo nella condizione di governare secondo i suoi propositi. Non solo per colpa di una opposizione accecata dall’odio, la quale ancora oggi, in presenza di una speculazione finanziaria che ha preso di mira l’Italia, chiede le dimissioni del governo, allarmando ancor più i mercati, che sanno meglio di Bersani che ciò che ne scaturirebbe sarebbe una scomposta e litigiosa armata Brancaleone, ma la colpa deve ricadere anche sull’immagine del nostro Paese che una magistratura inaffidabile proietta all’estero.

Quando si danno alla stampa intempestive notizie di reati non provati che coinvolgono i nostri politici, e le si getta in pasto anche alla stampa estera (che non aspetta altro per attizzare il mostro speculativo), la magistratura si rende anch’essa responsabile della crisi finanziaria del Paese, giacché addita irresponsabilmente e con troppa superficialità una corruzione dilagante che, alla fine, le sentenze definitive smentiscono.

Dunque, paghino di propria tasca i magistrati faciloni e spesso impreparati i danni che arrecano alle persone, alle aziende, ed anche ai cittadini.

Mi rendo conto che tutto ciò appartiene al mondo delle illusioni. L’Italia è condannata dal proprio dna a dare una pessima immagine di sé. Quando Cavour diceva a ragione che fatta l’Italia si dovevano fare gli italiani, aveva visto giusto, ma non poteva certo immaginare che sarebbe inutilmente passato più di un secolo, senza che ancora si veda la meta.

L’ho già scritto e lo ripeto per coloro che stanno prendendo le distanze da Berlusconi, un uomo indubbiamente fiaccato dai lunghi, poderosi ed estenuanti attacchi provenienti da ogni parte, spesso vuoti e pretestuosi (guardate cosa sta succedendo sul caso D’Addario, la quale rivela che fu costretta ad accusare Berlusconi per ragioni politiche): se Berlusconi cadrà, il nostro Paese tornerà ad essere la vecchia macchina arrugginita e sbuffante che abbiamo già conosciuto nel corso della prima Repubblica, verso la quale Bersani e Casini, ahinoi, aspirano a ricondurci.

Altri articoli

“L’onorevole? Vive gratis. Parola di ex deputato” di Stefano Zurlo. Qui.

“Riecco i papponi di Stato. Napolitano si gode l’aumento” di Qui.


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Bart