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Caso Napolitano. La politica non vuole la verità sulla trattativa Stato – mafia

19 Luglio 2012

Sono arrivato a questa conclusione dopo aver letto alcuni articoli di stamani. Nessuno di essi vuole cogliere, infatti, il solo punto che conta nell’ormai già definibile “caso Napolitano”.

Mi permetto di dire, con tutto il rispetto per i loro autori, che tre di essi paiono ispirati da un vero e proprio delirio.
Cito nomi e link perché il lettore li valuti da sé: Michele Ainis (qui); Giuliano Ferrara (qui); Enrico Letta (qui).

Ainis addirittura, a giustificazione della sua tesi secondo la quale i nastri delle intercettazioni devono essere subito distrutti senza bisogno dell’autorizzazione del gip, fa questo esempio (che pare una risposta indiretta a Di Pietro che portava un esempio simile, ma a difesa della sua tesi contraria a quella di Ainis):

“Se Mancino avesse raccontato a Napolitano d’avere avvelenato la sorella? Perché impedirne l’uso proces ­suale? Per la medesima ragione che impedi ­sce di seviziare gli imputati: se posso adope ­rare come prova la confessione estorta attra ­verso una tortura, significa che ho legittima ­to la tortura.”

Dunque, se Mancino avesse confessato, nella telefonata con il capo dello Stato, un delitto, nessuno potrebbe utilizzare quella intercettazione come prova di colpevolezza a carico di Mancino.

È evidente che qui ci troviamo di fronte ad una interpretazione dello Stato inaccettabile. Lo si configura infatti come una Chiesa la quale è tenuta a mantenere il segreto del confessionale anche nel caso che un cittadino confessi un delitto.
Chi ha commesso un delitto, in uno Stato laico, deve essere ricercato con ogni mezzo a disposizione che non implichi violenza sulla persona.

Il paragone, infatti, di Ainis su di una confessione resa mediante la tortura, è assolutamente fuori luogo, giacché estorcere una confessione in questo modo, mette in dubbio la veridicità della confessione medesima. Altra cosa è infatti intercettare una telefonata tra due persone amiche che si stanno consultando. Che un costituzionalista arrivi a scrivere queste amenità, la dice lunga sulle pressioni che si stanno esercitando allo scopo di fiaccare la lucidità e la fermezza necessarie per venire a capo di un groviglio di illeciti che hanno causato stragi tanto materiali quanto morali.

Non sono mai stato tenero coi magistrati, ed in particolare con i pm di Palermo, e ancora più in particolare con Antonio Ingroia, ma in questo caso il capo dello Stato gli chiede di distruggere alcune sue telefonate con Mancino aventi per oggetto proprio la trattativa tra lo Stato e la mafia, per la quale Mancino è indagato per falsa testimonianza. È pacifico che mi schieri, dunque, dalla sua parte.

Posto che non ci arriva il leguleismo dei dotti, il buon senso di un cittadino qualunque induce a richiedere che quelle telefonate devono essere rese pubbliche prima della loro eventuale distruzione, in quanto la resistenza che viene fatta dal capo dello Stato autorizza a sospettare il peggio, ossia che egli si sia mostrato disponibile ad intervenire a favore di un indagato.

A nessuno interessa scoprire se le cose sono andate così? A chi interessa che ai tanti misteri che circondano le stragi si aggiunga anche quello sul comportamento tenuto dal capo dello Stato? Si vuole o non si vuole arrivare alla verità?

Tutti lo scrivono, anche Ainis, anche Ferrara, anche Letta, ma in realtà le tesi che esprimono hanno un senso contrario, rivolte come sono a mantenere segrete telefonate che potrebbero chiarire come si sia mosso Napolitano nella intricata vicenda, visto che le intercettazioni delle telefonate con Mancino del suo segretario giuridico Loris D’Ambrosio autorizzano il sospetto più infamante. Perché, dunque, Napolitano lascia che si coltivi un tale sospetto? Per difendere l’immunità della carica? Non lo fece per le intercettazioni che lo riguardavano nel 2009. Perché ieri no e oggi sì?

È evidente che il motivo vero non sta nel difendere, a pro dei suoi successori, le guarentigie della carica, ma ve n’è un altro la cui riservatezza è difesa in maniera così ossessiva e inusuale da autorizzare il cittadino a sospettare del suo Presidente.
Può un Presidente della Repubblica convivere con un sospetto infamante che riguarda l’esercizio delle sue funzioni? Credo proprio di no, e dunque ci si aspetterebbe che un capo di Stato pensasse prima di tutto non a difendere le sue prerogative, ma a difendere la sua onorabilità e il suo prestigio quale garante delle Istituzioni.

Nell’articolo di Ferrara è presente la disistima, che pure io ho nutrito, verso taluni procuratori, e quelli di Palermo in specie. Trascinato da tale pregiudizio, Ferrara si è dimenticato di far notare che la procura di Palermo sta subendo le pressioni addirittura del capo dello Stato affinché alcune intercettazioni che lo riguardano siano distrutte.
Insomma, non si fa alcuna domanda a riguardo del contenuto di quelle intercettazioni, ossia se la loro distruzione possa intralciare la ricerca della verità.

Se infatti apparisse che Napolitano era propenso ad intervenire in favore di Mancino (come farebbero intendere le intercettazioni D’Ambrosio-Mancino), la scoperta non potrebbe che avere come immediata conseguenza le dimissioni di Napolitano.
Si ha paura delle dimissioni di Napolitano? E perché? Per la crisi che stiamo attraversando e che nessuno si è dimostrato capace di risolvere?
Siamo entrati in un interregno nel quale a Napolitano è concesso tutto, per via che non vogliamo le sue dimissioni?
Saremmo alla follia.

Enrico Letta poi, a mio avviso astrusamente, si diletta a tergiversare su di un tentativo in atto per mettere Napolitano contro Falcone e Borsellino (“è un’operazione bieca, intollerabile, indecente”), dimenticando che proprio la famiglia Borsellino, nelle persone della sorella Rita e del fratello Salvatore, da tempo accusa Napolitano di aver tentato di intralciare la ricerca della verità, ormai, secondo loro, vicina.
Se i maggiori interessati – i Borsellino – accusano così pesantemente Napolitano, c’è da domandarsi se anche a Enrico Letta interessi davvero giungere alla verità.
Perché, se interessasse pure a lui, non avrebbe che una strada da percorrere: chiedere a Napolitano di dissipare al più presto le ombre che si addensano sul suo settennato, autorizzando a rendere pubbliche le sue telefonate con Mancino.

Per i veri democratici, infatti (presumo che Letta lo sia), sarebbe una sciagura se la Consulta, chiamata in causa da Napolitano nella speranza che accolga le sue ragioni, decidesse di farle distruggere – sentenziando peraltro in modo opposto a quanto fece nei casi di intercettazioni che coinvolgevano Silvio Berlusconi, reputate legittime. Così facendo, anch’essa contribuirebbe ad allontanare la verità e a coprire tutti coloro che eventualmente si fossero mossi per raggiungere un tale deprecabile obiettivo.


Qui il resoconto del messaggio di Napolitano inviato oggi in occasione del ventennale della strage di via D’Amelio.
Qui la risposta di Salvatore Borsellino.
Ancora qui.


Letto 1577 volte.


2 Comments

  1. Commento by Giuseppe — 19 Luglio 2012 @ 17:06

    Bravo Dott. Di Monaco. Non molli la presa, perchè una cosa è certa: potranno anche insabbiare tutto, ma non ce la potranno mai dare a bere! Voglio augurarmi che questa incresciosa vicenda possa almeno scongiurare la folle ipotesi – avanzata tempo addietro da qualche scriteriato – di una rielezione di Re Giorgio. Anche se può capitare di peggio.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 19 Luglio 2012 @ 20:43

    Tutti i maggiori partiti lavorano per nascondere la verità. Ma prima o poi verrà alla luce.
    Magari Napolitano sarà già in pensione, ma chi conosce la verità prima o poi la farà conoscere anche a noi.
    Succederà a Napolitano ciò che è già successo a Scalfaro, non più il santo di prima.  

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