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La prossima missione di Draghi + Le reazioni al discorso di Berlusconi

29 Ottobre 2012

di Stefano Lepri
(da “La Stampa”, 29 ottobre 2012)

Toccando ferro, perché altri – specie i politici – possono ancora commettere errori, Mario Draghi ha salvato l’euro. Di questo potrà farsi merito in silenzio giovedì, quando festeggerà il suo primo anno alla guida della Banca centrale europea. I mercati gli danno fiducia; cominciano a rientrare in Spagna, e perfino un poco a quanto pare in Grecia, i capitali che erano fuggiti.

Si può dire che ha reso la Bce più anglosassone e meno tedesca. Certo non ci sarebbe riuscito se non si fosse conquistato l’appoggio di Angela Merkel. La cancelliera ha trovato il coraggio di contraddire la Bundesbank, raro nel suo Paese, e di dare fiducia a quell’italiano che nelle settimane scorse è stato in Germania paragonato a Mefistofele o a una insidiosa sirena capace di condurre al naufragio, quando non insultato e basta.

Nell’inverno il sostegno alle banche con prestiti triennali, l’estate scorsa l’impegno ad appoggiare gli Stati in difficoltà; anzi i dodici mesi Draghi li ha già festeggiati ieri con un’altra iniziativa. Il messaggio dell’intervista a Der Spiegel è che solo con più Europa, non con una difesa retrograda dei poteri degli Stati nazionali, le democrazie dell’euro possono riconquistare sovranità sul non democratico potere dei mercati finanziari.
Resteranno sorpresi quelli che dall’estrema sinistra o dall’estrema destra accusano i dirigenti della Bce, «non eletti dal popolo », di voler imporre una crudele e iniqua sudditanza ai mercati. Tutto il contrario. Le parole di Draghi richiamano il caloroso manifesto europeista pubblicato qualche settimana fa da due politici molto diversi per collocazione, il liberale belga Guy Verhofstadt e il Verde Daniel Cohn-Bendit, ex leader del ’68 francese.

La Bce, unica vera istituzione federale, si conferma forza motrice dell’Europa. Era un processo già cominciato sotto Jean-Claude Trichet; Draghi, che all’abilità diplomatica del predecessore aggiunge maggiore competenza monetaria, lo accelera nell’urgenza dei tempi. Non si tratta di una scelta politica, che ai banchieri centrali non compete; solo dell’indicazione pratica, da parte di tecnici, di quale sia l’unica via d’uscita dal pasticcio in cui i 17 Paesi dell’euro si sono cacciati.

Ancora non sappiamo misurare quanto sia stata ardita la scommessa di Draghi quando il 26 luglio ha dichiarato che «avrebbe fatto tutto il necessario » per salvare l’euro. Aveva già il consenso del direttorio a 6 dell’Eurotower; non quello di tutti i 17 governatori delle banche centrali nazionali (come si sa Jens Weidmann della Bundesbank non glielo ha dato mai). La versione ufficiosa è che abbia informato il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble subito dopo, dato che la Bce deve essere autonoma dai governi, anche dai più potenti. Però è lecito sospettare che il via libera l’avesse avuto prima.

Pur nel rispetto dei confini legali tra tecnica e politica, le responsabilità si intrecciano. Già da subito altre prove attendono la Bce, specie per compiere il grande passo avanti su cui al contrario Berlino frena, la cosiddetta unione bancaria. Dal 2014 non dovrebbe più accadere che organismi nazionali vietino a una banca di spostare i fondi in eccesso che detiene in un Paese dell’euro verso un altro Paese dove le imprese hanno fame di crediti (è accaduto); né che in uno Stato si chiuda un occhio sui cattivi affari di certe banche per non turbare equilibri di potere interni.

Quando, ingrandita e potenziata, la Bce vigilerà sulle banche, dovrà essere ancor più capace di opporsi a pressioni politiche. Perché ci riesca è essenziale che conservi e rafforzi la fiducia della collettività. Una delle prossime mosse di Draghi potrebbe essere di rendere più trasparenti i dibattiti che si svolgono all’interno.


Silvio in Kenya diserta il vertice: questo partito ci fa perdere voti
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 29 ottobre 2012)

Con buona pace dei teorici dello sfogo, al momento il Cavaliere non pare per nulla pentito del missile terra-aria lanciato sabato pomeriggio da quel di Lesmo.
Questo, almeno, dice a chi ha occasione d’incontrarlo o ai pochissimi che riescono a superare il centralino di Villa San Martino che ad Arcore rimbalza buona parte delle telefonate in arrivo.Silvio Berlusconi, insomma, è convinto della strada intrapresa, perché – spiega – «avrò pure il diritto di difendermi da una magistratura che più che in carcere vorrebbe vedermi morto ». Anzi, la verità è che nell’annuncio di due giorni fa l’ex premier ha «censurato » quella che sarebbe stata la vera notizia bomba: l’adieu al Pdl. Il Cavaliere resta infatti dell’idea che il partito sia ormai da archiviare, non solo il brand ma tutta la struttura e la sua classe dirigente. «Ci fa solo perdere voti », continua a ripetere da settimane. Concetto ribadito in privato ancora ieri: «Bisogna fare una nuova lista che guardi alla società civile, un movimento snello ». Magari che abbia come core business la riforma della giustizia e – è soltanto una delle ipotesi – con tutti candidati che non abbiamo mai messo piede in Parlamento prima. L’avrebbe dovuto dire già sabato pomeriggio, poi – dopo una lunghissima telefonata con Gianni Letta – ha deciso di rimandare l’annuncio a data da destinarsi. Ma con la testa è lì che sta, lontano anni luce dal Pdl pur giurando ai suoi interlocutori che «con Angelino va tutto bene » e che «le primarie si faranno ».Una distanza siderale. C’era da tempo, ma è probabile che l’ultima settimana abbia contribuito allo strappo definitivo. Prima l’esultanza di tutti i colonnelli all’annuncio del suo passo indietro quasi fosse una panacea, poi il silenzio dopo la conferenza stampa di sabato: due passaggi chiave, incomprensioni politiche che forse potrebbero diventare anche personali. Che le primarie del Pdl si facciano o no conta poco con un Berlusconi in prima linea, pronto a far «ballare » il governo come mai prima e deciso su questo a fare campagna elettorale. Per i vertici di via dell’Umiltà sarebbero comunque l’unica strada percorribile per cercare un rilancio, ma il rischio flop sarebbe altissimo. E quanto il Cavaliere sia interessato alla cosa è racchiuso in un dato: stasera arriveranno i risultati delle elezioni in Sicilia, domani si riuniscono i vertici di via dell’Umiltà per discutere le regole delle primarie e proprio nello stesso momento Berlusconi s’invola per il Kenya, destinazione il resort «Lion in the sun » di Flavio Briatore a Malindi. Ci resterà fino a domenica, per rimettersi in forma in vista di un’eventuale campagna elettorale. A conferma della volontà di tornare in prima linea.E infatti l’ex premier continua sulla falsa riga della conferenza stampa di Villa Gernetto. E a chi ha occasione di sentirlo affonda colpi su Mario Monti che «sta prendendo decisioni che stanno mettendo in ginocchio il Nord e il mondo delle imprese ». E ancora: «È il nostro elettorato a pagare il prezzo più alto ». Insomma, non si può «andare avanti così », tanto che «anche il presidente di Confindustria ha posto il problema ». Magari non staccherà davvero la spina, ma di certo Berlusconi è deciso a tenere il governo sulle spine e sulla legge di stabilità sarà battaglia. Ce n’è anche per il Quirinale, perché in privato i toni nei confronti di Giorgio Napolitano sono molto critici. E a chi gli obietta che oggi lo spread salirà e saranno in molti a dare la colpa a lui, risponde salomonico: «Mi hanno fatto dimettere in nome dello spread. Credo che passato un anno gli italiani abbiano capito che non dipende né da Berlusconi né da Monti… ».


Risolverà tutto il generale Spread
di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 29 ottobre 2012)

Nella confusione si cela sempre un ordine, una razionalità che emerge negli esiti finali di un processo di distruzione/creazione. È la realtà nel suo farsi e disfarsi e la vita politica ne è uno degli esempi più grandi. Così il colpo di coda di Berlusconi ha sprigionato già un inizio e una fine, un vuoto e un pieno che presto saranno chiari a tutti. Il Cavaliere ha tracciato la rotta con veemenza, ma non ne conosce l’approdo. L’inizio è la disgregazione del Pdl e l’allontanamento del suo fondatore verso un’altra scena, quella che in un film precede i titoli di coda. La fine è la nascita quasi parallela di un altro soggetto politico destinato a contaminarsi con i partiti già esistenti e culturalmente affini. Tra l’inizio e la fine ci sarà un percorso accidentato, una lunga e dolorosa traversata nel deserto. Ma l’esito sarà quello che ho sintetizzato: l’inizio si risolverà in una testimonianza di una stagione che non ha saputo rinnovarsi; la fine produrrà un altro contenitore politico che si riempirà di idee e visioni per il domani. Il paradosso del berlusconismo nella sua fase decadente è tutto qui: l’inizio è il passato, la fine è il futuro. Le linee di frattura sono evidenti. Il blocco politico che ha segnato vent’anni di storia italiana si spezzerà in tre eserciti: 1. la nuova guardia repubblicana di Berlusconi; 2. i reduci della battaglia di Alleanza nazionale; 3. i centurioni traditi dall’imperatore, quelli della prima linea della legione di Forza Italia. Il primo esercito marcerà contro tutto e tutti. Gli altri due dovranno allearsi e costruire un avamposto politico lontano dal fortino del loro ex capo. La guardia repubblicana marcerà suonando le trombe dell’antipolitica; i reduci di An e i centurioni di Forza Italia riprenderanno a fare politica. Da una parte la distruzione per catturare i voti costi quel che costi, dall’altra la costruzione di un nuovo immaginario per trovare soluzioni concrete al domani. Il teatro di questa guerra non sarà in Italia come pensano nel bunker della guardia repubblicana di Berlusconi, ma nel cuore dell’Europa, in Belgio. Napoleone andò incontro al suo destino a Waterloo. Sbagliò tattica. E perse tutto. Il Cavaliere avrà la resa dei conti a Bruxelles, di fronte all’esercito di un avversario che l’ha già disarcionato, il generale Spread. E perderà.


Caro Cav., non metta a rischio gli italiani per i suoi guai giudiziari
di Giuliano Cazzola
(fa “l’Occidentale”, 29 ottobre 2012)

Cavaliere, non ci siamo. E non ci stiamo. La linea politica di un partito che lotta per non frantumarsi in tanti pezzi e vanificare così un ruolo che lo ha posto al centro del sistema politico della Seconda Repubblica, non può essere in balia degli scarti d’umore del suo fondatore.
Che cosa è cambiato nei pochi giorni che separano l’incontro tra Monti e il Cavaliere (accompagnato da Angelino Alfano e da Gianni Letta) dalla conferenza stampa di sabato scorso? Nulla, se non una sentenza di condanna per evasione fiscale che segna un vero e proprio salto di qualità nella campagna di persecuzione giudiziaria che accompagna Silvio Berlusconi dal momento in cui è sceso in campo. Una sentenza apparentemente imprevista che costituisce un lugubre presagio di quanto potrà succedere nel caso Ruby, aprendo uno scenario fosco di un futuro prossimo in cui il Cavaliere dovrà vedersela con una probabile richiesta di arresto in un Parlamento pronto a votarla.
Ecco perché la minaccia di non votare la fiducia al governo Monti e la chiamata alle armi dei settori più oltranzisti del partito hanno l’amaro sapore di un’inutile ritorsione come se fosse vera quella che fino ad oggi ci era sembrata una delle tante leggende metropolitane messe in giro per diffamare l’ex premier; e cioè che il dello scorso anno dipendesse dalla promessa (non mantenuta) di una tregua sul piano giudiziario. E che l’impegno ad appoggiare il governo dei tecnici – nonostante il malpancismo di gran parte dell’elettorato di centro destra – rappresentasse una sorta di contropartita per il salvacondotto concesso al leader del Pdl.
Adesso, in vista di guai giudiziari ancora più seri, Berlusconi è tentato di far saltare il banco, allo scopo di mandare un segnale a quei poteri forti che sostengono Monti. Per quanto si possa essere solidali con il Cavaliere ed ostili a quei settori della magistratura che abusano del loro ruolo istituzionale, non si può accettare che un Silvio Berlusconi disperato, con i suoi attacchi all’Europa e con l’improvvisa ed improvvida presa di distanza nei confronti del governo, contribuisca a gettare al vento un anno di sacrifici degli italiani e a rimettere in discussione quella relativa stabilità finanziaria raggiunta in tema di spread.
Da Monti e dalla sua agenda si stanno vistosamente sfilando il Pd e la coalizione di sinistra. Si tratta, quindi, di uno spazio già occupato sul piano elettorale. Adottando una piattaforma antieuropea appena un po’ meno sgangherata di quella di Beppe Grillo, il Pdl si consegnerebbe alla Lega e darebbe via libera alla candidatura di Roberto Maroni in Lombardia. Così, in caso di successo elettorale, tutto il Nord sarebbe sotto l’egemonia del Carroccio.
A nostro avviso si tratterebbe della riedizione di una prospettiva già logorata dagli eventi politici dell’ultimo anno, del tutto contraddittoria con la formazione di una coalizione dei moderati in grado di battere la sinistra, soltanto se aggregata su di una coerente visione europea di stabilità monetaria e di riforme strutturali, capace di parlare al cervello e non alla pancia della gente. Ecco perché chiediamo al Cavaliere di non costringerci a dire .
Soprattutto, invitiamo Berlusconi a riflettere su di un dato di fatto: i suoi avversari gli hanno fatto capire, in questi giorni, che per lui si prepara la soluzione finale. Si è vista, per caso, nel Paese una mobilitazione spontanea dei suoi sostenitori che fosse minimamente all’altezza della sfida che gli è stata rivolta ? Non ce ne siamo accorti. Purtroppo, quello del Cavaliere è ormai un caso archiviato. Accetti il consiglio di chi lo invita a rifugiarsi, finchè è in tempo, in un Paese dove non sia al potere una. Purtroppo, dopo la sedicente primavera araba, Hammamet non garantisce più un esilio sicuro. Rimane solo la Russia di Putin.


Stato-mafia, governo parte civile. Non contro Mancino
di Claudia Fusani
(da “l’Unità”, 29 ottobre 2012)

Ore nove del mattino, aula bunker del carcere Pagliarelli, viale Regione Siciliana, Palermo. Cominciano qui, oggi, i primi passi verso una verità che l’Italia aspetta da vent’anni. Il destino s’è divertito a mescolare le carte a modo suo: mentre la Sicilia scoprirà il nome del nuovo governatore, il giudice per l’udienza preliminare Piergiorgio Morosini comincerà a riannodare i fili di quella storia solo presunta eppure così tangibile che è stata la trattativa tra Stato e Cosa nostra tra il ’92 e il ’94 mentre la mafia faceva la guerra al Paese seminando bombe e stragi.

ECCO I  VERBALI: CIAMPI  |  MANCINO  |  CATTAFI  |CONFRONTO MARTELLI  |  SASININI

–  Ingroia: «Sono emozionato, è la mia ultima udienza »

IL PROCESSO
Un processo che per la prima volta vede insieme, sul banco degli imputati, boss come Riina, Provenzano, Brusca, Cinà, Bagarella (tutti al 41 bis, saranno collegati in videoconferenza) mescolati a un personaggio discutibile come Massimo Ciancimino, a tre alti ufficiali del Ros dei carabinieri (Mori, De Donno, Subranni), politici come Dell’Utri e a ex ministri come Calogero Mannino e Nicola Mancino. Tranne che per l’ex ministro dell’Interno (falsa testimonianza), per tutti gli altri l’ipotesi di reato contestata dalla procura di Palermo è «violenza o minaccia ad un corpo dello Stato » (art.338 c.p).

L’udienza preliminare è, a norma di codice, un processo a porte chiuse, dentro imputati e avvocati, fuori il resto del mondo, giornalisti e pubblico. Morosini, vista l’attesa e l’interesse pubblico per il processo, chiederà alle parti di poter aprire le porte per motivi di trasparenza. La risposta sarà già un primo termometro per capire come evolverà un processo che si annuncia ad alta tensione – stamani sono in arrivo i pullman del popolo delle Agende Rosse – e lunghissimo per la complessità dei fatti che incrociano vent’anni di storia del paese e gli atti di almeno cinque processi, le stragi del ‘92 (Capaci e D’Amelio), quelle del ‘93 (Firenze, Milano, Roma), quello per la mancata perquisizione del covo di Riina e l’altro (ancora in corso a Palermo) per il ritardato arresto di Provenzano.

OTTO NUOVI FALDONI
Ai primi originali 77 faldoni, se ne sono aggiunti altri otto depositati dalla procura giovedì più altri otto scatoloni consegnati ieri nell’archivio del Pagliarelli relativi a «materiale sequestrato in questi ultimi mesi a Massimo Ciancimino ». L’accusa – l’aggiunto Antonio Ingroia, i pm Nino Di Matteo, Lia Sava, Francesco Del Bene – mette in campo numeri da maxi-processo: oltre ai faldoni, chiamerà 70 testimoni e depositerà 110 informative della Dia.

Prima di rinviare l’udienza di almeno un paio di settimane per dare modo alle parti di leggere le nuove carte, Morosini chiederà la costituzione delle parti civile che mai come questa volta avranno un ruolo attivo nel processo. Sarà, soprattutto, il loro processo, la pretesa di una verità dopo vent’anni.

GOVERNO PARTE CIVILE
Il governo ha finalmente deciso, dopo lunghe titubanze figlie del caso intercettazioni tra Mancino (indagato) e il Quirinale (la Consulta risolverà il conflitto il 4 dicembre) e le pressioni dell’Idv (l’ultima mercoledì in aula a Montecitorio). L’avvocatura generale si costituirà questa mattina in quanto “vittima” di quella presunta trattativa che lo Stato – questo sarà il messaggio – non ha mai cercato meno che mai voluto. Significa che, seppur in una fase ancora di incertezza – è un’udienza preliminare – lo Stato dichiara senza se e senza ma da che parte sta. Fino ad andare contro suoi ex ministri e deputati. La costituzione è possibile anche in dibattimento, dunque in una fase successiva. Ma rinviarla avrebbe dato un messaggio di incertezza e ambiguità per un caso che invece non può avere grigi. Il governo ha voluto però distinguere e ha deciso di escludere Nicola Mancino in quanto la sua, sospettato di falsa testimonianza, è una posizione diversa rispetto a quella degli altri imputati.

Molta attesa per quello che dirà Salvatore Borsellino, i suoi avvocati, parte civile a nome del popolo delle agende rosse. C’è un di più di ragione e di senso in questa parte civile: capire e comprendere la o le trattative, protagonisti e comparse, potrebbe essere il pezzo che manca per scrivere finalmente tutta la storia della strage di via D’Amelio.

Lo schema dell’accusa racconta che nel 1992, dopo l’omicidio Lima e la strage di Capaci, la Dc, fortemente impaurita e sotto attacco, si sarebbe data da fare per far tacere le bombe. Presunti intermediari della trattativa sarebbero stati Mannino e Dell’Utri. Tramite i carabinieri, avrebbero fatto pervenire la loro «disponibilità » a Cosa nostra tramite Vito Ciancimino. L’ex ministro dell’Agricoltura e Mancino dovrebbero essere in aula. Massimo Ciancimino, anche, in cerca, come è probabile, dell’ennesimo show. Ognuno di loro presenterà eccezioni. Con un doppio obiettivo: rinviare il processo a dopo la decisione della Consulta; portarlo via da Palermo. Mancino chiederà di essere processato a parte. La strada per la verità è ancora lunga.


Qui una analisi della situazione politica di Marcello Veneziani.


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Bart