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LETTERATURA: La visita

7 Novembre 2007

racconto di Matteo Ongari

Le giornate al mulino non finiscono mai. La ruota gira, l’acqua del fiume scorre come olio sotto di noi, gorgheggiando la sua forza e trascinando carcasse e legname.

Macino grano e ottengo farina. E’ il mio mestiere, e intanto guardo fuori dal barcone i ciuffi dei pioppi salutare spinti dal vento, l’argine verde su cui passeggiano i fannulloni, la sponda opposta con la ciminiera della fornace che sbuffa nuvole nere, lo specchio cenerino dell’acqua coi mille riflessi di luce solare.
Non mi piace la compagnia; mi sono talmente abituato alla solitudine che la presenza e soprattutto le parole degli altri m’infastidiscono. Solo il cinguettio degli uccelli, dei gufi alla sera e delle cornacchie alla mattina mi dà sollievo. Anche il vociare, che rimbomba nei boschi, dei taglialegna misura il mio tempo sulla mulinassa (mulino sul Po). Gli unici suoni che mi rimettono in pace sono lo sciabordio del fiume che lentamente se ne va alla foce e il frusciare del vento tra gli alberi della golena.
Oggi è sceso in bicicletta un cittadino, venuto fin qui soprattutto per assaggiare i miei gnocchi, ma anche a vedere come si vive su un mulino natante. E’ una persona famosa, di cultura, che scrive su riviste e giornali e, mi hanno detto, si diletta anche a dipingere quadri e disegni. Quando l’ho visto scendere la sponda, col berretto bianco, le braghe grigie e una camicia celeste, ho pensato che non aveva mai visitato un mulino.
Si è subito spaventato per il colorito delle mie mani, che a forza di scolpire la mola per la macina mi sono diventate quasi blu. In effetti la polvere granulosa della pietra ha penetrato la pelle colorandola, come fosse uno strano e studiato tatuaggio. Abbiamo aspettato in silenzio, mentre lui scriveva su un blocco di fogli, che arrivasse l’ora di pranzo. Io sono sempre taciturno, lui voleva parlare ma non sapevo cosa rispondergli. Ha girovagato fuori sul pontile e dentro il mulino vero e proprio, osservando ogni dettaglio e annusando come fanno i gatti. Dentro c’è un profumo di farina che sembra di essere al forno, mentre fuori si sente solo l’odore umido del Po, odore di fieno falciato e, ogni tanto, qualche zaffata provenire dai campi appena concimati.
Poi, finito di riempire il cassone del grano e tolti due sacchi di farina dal buratto, ho impastato la farina, la patata e l’acqua del fiume.
Ne ho fatto un unico gnocco, giallastro, che ho poi ridotto con il coltello a pezzettini grandi come olive. Nel frattempo ho buttato nella stufa tre pezzi di legna forte, per ravviare il fuoco e scaldare l’acqua di cottura. In una casseruola ho gettato un tocco di burro, lasciando che si sciogliesse. Quando l’acqua bolliva ho fatto scendere gli gnocchi giusto il tempo che si cocessero, ho scolato e passato tutto nella casseruola. Prima di fare le porzioni ho aggiunto una manata di formaggio e ho mescolato per bene.
La tovaglia era quella di sempre, anche se non proprio pulita; l’acqua era fresca della pompa che c’è sull’arginello e per l’occasione avevo aperto un fiaschetto di lambrusco.
Il forestiero è rimasto affascinato dai miei movimenti; girava per la stanza polverosa con fare interessato. Portava scarpe eleganti, nere, che ormai avevano la punta bianca. Anche l’orlo dei suoi pantaloni, che aveva alzato scoprendo due calzini corti di color blu spento e gli stinchi bianchicci, si era inumidito probabilmente durante il trasbordo col battello.
Ci siamo seduti uno di fronte all’altro e, nello scricchiolio delle assi e nel rumore continuo delle macine che giravano, abbiamo mangiato questi benedetti gnocchi del mugnaio.

Alla fine era soddisfatto. Aveva l’aria di chi ha scoperto un fiore in un ginepraio. Aveva mangiato tutto, gustando ogni singolo gnocco che infilava con la forchetta; mi ha fatto capire, sempre educatamene e parlando a tono basso, come se si stesse in qualche modo scusando, che aveva qualche timore visto che avevo usato l’acqua di Po, a suo dire non proprio pulita, ma poi il sapore e il profumo della pietanza lo avevano sopraffatto.
Il cittadino era molto più sciolto, ora che aveva la pancia piena. Anche io, sebbene non ami troppo le conversazione e le visite prolungate, con l’aiuto del vino mi ero lasciano trasportare dai ricordi. Gli parlai della nostra vita, dei nostri traffici e delle nostre tribolazioni, mie e della mia famiglia che mi aspettava in paese e non mi vedeva quasi mai. Gli raccontai della difficoltà di trasportare il grano, il mais, l’orzo e la segale a spalla fino alla barca e del peso e della fatica di fare la strada inversa coi sacchi di farina sulla schiena. Mi ascoltava attentamente; ogni tanto segnava qualcosa a matita sul suo quadernetto. Nelle mie pause, tracannava acqua e vino mescolati assieme.
Lo guardai bene: aveva le spalle strette, spioventi, e le braccia che si vedevano perché aveva arrotolato anche le maniche della camicia erano pallide e magre. Il suo volto scavato, prima diafano, adesso che aveva bevuto e stava seduto accanto alla stufa era diventato più colorito, soprattutto sulle guance. Pensai che non era un uomo abituato a lavori faticosi.
Dopo pranzo aspettai un poco e poi sparecchiai la tavola, lasciando solo bottiglie e bicchieri; sciacquai le pentole e i piatti nella tinozza e, senza dire nulla, mi rimisi al lavoro sul mulino.
Era quasi tempo della mia pennichella. Non ci avrei rinunciato per nulla al mondo; lo straniero doveva capirlo e andarsene, oppure se avesse voluto sarebbe potuto rimanere fuori, seduto davanti alla maestà del fiume a godersi il sole marzolino e l’aria buona. Io avevo sonno, mi ero alzato all’alba come tutti i giorni per venire a macinare più grano possibile e, fra un paio d’ore, sarebbero arrivati i miei fratelli con il carretto a prendere il risultato della giornata.
Loro erano addetti allo stoccaggio nel magazzino del paese ed alle consegne delle farine; io avevo l’incarico e l’onere di far funzionare il mulino e di preparare i sacchi per i contadini e i fornai.
Credo che lui se ne sia accorto da solo. Ad un certo punto, quando ho alzato la ruota del mulino e le mole hanno smesso di girare, ha capito che stavo per fermarmi. Mi ha chiesto se avevo intenzione di dormire. E’ un tipo intelligente, mi ripetei soddisfatto.

Chiusi le imposte delle due finestre, socchiusi la porta e mi coricai sul letto. Prima di infilarmi sotto la coperta, al buio dello stanzone, mi guardai anche io le mani: erano bluastre e accostate al lenzuolo candido, nell’oscurità della stanza, sembravano due piccole lampadine fluorescenti.
Col il distacco della ruota tutto sembrava diventato improvvisamente silenzioso; anche le grida dei tagliaboschi erano cessate, si riposavano pure loro e ne avevano ben diritto: credo che solo quel mestiere sia più faticoso del nostro.
Non si sentiva nessun rumore venire dall’esterno e, con curiosità, spiai dalla porta per vedere cosa stesse facendo il forestiero.
Si era seduto, la schiena poggiata alla parete di legno, i piedi sulla balaustra. Aveva il quaderno in grembo e con la matita stava disegnando. Guardava il panorama di fronte a lui, la lastra d’acqua alabastrina del fiume, le fronde dei salici della riva opposta, la ciminiera rossa e nera oltre l’argine. Ogni tanto abbassava la testa al blocco sulla sua pancia e tratteggiava.
Lo lasciai fare, pareva divertito e rilassato.
Quando mi svegliai rimisi in moto il mulino abbassando la ruota nel Po. Riempii di nuovo il cassone di frumento e attaccai al buratto altri due sacchi pronti per essere riempiti. Quando uscii sul pontile, lui era ancora seduto, ma dormiva. Si era appisolato col quaderno tra le gambe e aveva il braccio destro che penzolava lungo il fianco. La matita gli era caduta e girava avanti indietro sulle assi del pavimento seguendo il rollio del barcone.
Si svegliò quasi di soprassalto, scusandosi di essersi addormentato.
Restammo un po’ di tempo fuori, all’aria aperta: due barche di pescatori, il Gino e i suoi compari, avevano a remi scavalcato il canale e stavano recuperando le nasse. Quando finirono di svuotarle, e ributtarono i cestelli in acqua attaccati alle proprie paline, prepararono la rete da far scorrere tra i due battelli. Li guardammo lavorare quasi senza un fiato. Erano una squadra ben organizzata dove ognuno sa con precisione cosa fare e quando cominciare un lavoro.
Il cittadino li guardava ammirati e ogni tanto mi chiedeva qualche informazione. Aveva inforcato uno stretto paio di occhiali, di metallo, e scrutava i due battelli e gli uomini che a braccia gesticolavano tra di loro cercando di capirne le urla. Erano oltre l’ansa del pennello, distanti almeno un centinaio di metri dalla mulinassa ed era difficile riuscire a capire qualche parola, a parte un indistinto brusio concitato.
Scarabocchiava, poi, quasi a getto continuo sul suo quaderno; prendeva appunti, segnava e sottolineava alcune parole, saltava pagine, faceva veloci schizzi d’immagini stilizzate.

Era tempo che lui tornasse al suo paese, pronto forse per scrivere un articolo o qualcos’altro sulla sua giornata al mulino. Era anche tempo per me di lavorare sul serio, avevo perso fin troppo tempo e, stranamente, ero stato meno scontroso del solito. Forse quel suo fare accomodante e non invadente, quei suoi modi da cittadino borghese, la sua cortesia e la buona educazione mi avevano rabbonito per qualche ora.
Lo accompagnai con il battello fin sulla riva. Ci stringemmo la mano prima che rialzasse la sua bicicletta da terra, dove era appoggiata, e si avviasse sul sentiero polveroso di terra.
In cuor mio avevo la timida speranza che dicesse di tornare qualche altra volta a trovarmi. Devo ammettere che non mi capita quasi mai, soprattutto con degli sconosciuti. Evidentemente quel forestiero era riuscito a farmi cambiare idea sulla gente.
Tornai sul barcone rimuginando la mia ottusa ristrettezza mentale e, prima di entrare nello stanzone per rimettere in ordine e scopare via un po’ di polvere, guardai il cittadino sparire nei meandri del sottobosco. Pian piano divenne un puntino bianco in lontananza e poi scomparve nel verde dei roveti. Ricomparve sulla salita dell’argine e, quando fu salito fin in cima, si fermò. Lo vidi distintamente alzare il braccio in segno di saluto. Ricambiai sventolando il fazzoletto, nemmeno fosse una banderuola, che di solito porto legato al collo.
Rassettai per bene tutta la stanza dove entrava un sole caldo, quasi estivo, e riempii di nuovo il cassone, stavolta con del granoturco quarantino.
Stranamente non ero di cattivo umore, anzi. Quella visita, anche se attesa, mi aveva lasciato un buon sapore in bocca e dei pensieri felici in testa. Ero convinto di aver fatto una bella impressione sul forestiero giornalista, anche se in fondo in fondo non che m’importasse tanto, in genere, di quel che pensano gli altri del mio modo di fare. Credo che lui, comunque, sia rimasto soddisfatto della sua giornata, del mulino e degli gnocchi che gli ho preparato apposta.
Magari un’altra volta tornerà a trovarmi con i suoi articoli o con qualche libro, magari un bel disegno; forse tornerà a fare delle foto al mulino oppure un ritratto, non si sa mai.

Circa mezz’ora dopo che se ne era andato il forestiero sentii i tre fischi. Era il segnale.
Cominciai a portare fuori i sacchi, già legati col nodo doppio con della corda spessa, per caricarli sulla barca e trasportarli a riva. Il carro dei miei fratelli, trainato da due cavalli castani, stava scendendo l’argine per infilare il sentiero tra il bosco dei Conti Quaranta.
Feci il primo viaggio remando piano; sentivo la stanchezza della novità nelle braccia e nelle gambe. Il vino, pensai, non sei abituato a bere quando lavori. Così, tranquillo, tornai al barcone e ricaricai la barca per il secondo viaggio. Al terzo giro uno dei miei fratelli venne con me e mi aiutò a scaricare invece i sacchi del grano da macinare domani. Ero stremato, anche se la mia giornata non era ancora finita.
Posai tutti i sacchi all’interno del magazzino, controllai la macinatura e la farina nel setaccio.
Le macine erano troppo lisce, la farina alquanto grossolana. Allora fermai la ruota, alzai le due macine e, con lo scalpello, le scolpii per l’ennesima volta. Tornai verso casa a piedi che già imbruniva, nel fresco riparo del pioppeto. Le rondinelle si rincorrevano tra una fronda e l’altra, il sole entrava e usciva bucando lo strato di foglie e alcuni usignoli, nascosti da qualche parte, cinguettavano senza sosta.
Passai il bugno e raggiunsi la montata dell’argine, proprio di fronte al paese.
Salii e camminai sull’acciottolato della strada verso casa, col sole arancio in faccia. Mi sentivo leggero, soprattutto nella testa.
Le mie mani, baciate dalla luce del tramonto, risplendevano come mille sassolini lucidati.


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