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L’altolà di Monti a Berlusconi: “Non sarò mai alleato con lui”

15 Dicembre 2012

di Francesco Bei
(da “la Repubblica”, 15 dicembre 2012)

ROMA – “Non voglio che diventi un tormentone, prima di Natale si saprà cosa ho deciso”. Mario Monti ha rassicurato quanti sperano in un suo impegno diretto in campagna elettorale: almeno non dovranno stare a lungo sulle spine.

Al momento le opzioni sul tavolo del premier sono due: quella di una candidatura diretta o quella di una benedizione alle liste che si richiamano al suo nome e al suo programma di riforme. Magari con la partecipazione a una manifestazione unitaria di tutti i partiti e movimenti che lo sostengono nella riconferma.

Quello che il premier ha comunque escluso, specie dopo la giornata passata a Bruxelles al vertice del Ppe, è di poter accettare il sostegno del Cavaliere. Un appoggio che, visto da palazzo Chigi, contiene solo insidie. E anche la manifestazione di ‘Italia popolare’ fissata per domenica rischia di diventare un appuntamento già sterilizzato. Al quale infatti il Professore non intende consegnare alcun “affidavit”. “Berlusconi e Alfano – ha osservato ieri Professore in alcune conversazioni private – prima mi sfiduciano e poi improvvisamente mi vogliono candidare? Li ringrazio, ma serve coerenza”.

Certo Berlusconi è stato ‘abile’ a sfilarsi dal processo già allestito dal Ppe, con tanto di sentenza di condanna già scritta. Dichiarandosi più montiano di Monti ha impedito che la trappola gli si chiudesse addosso. “Ma alla fine – racconta uno dei presenti – non ha potuto fare a meno di spararne qualcuna delle sue, tanto
che tutti uscendo commentavano: ‘È il solito Silvio'”.

E tuttavia Monti ha accolto con piacere i nuovi accenti filo-europei che si sono sentiti in queste ore da numerosi esponenti del Pdl. Ha preso atto della svolta e segue con attenzione i movimenti e le iniziative, a partire da quella di domenica a Roma, per tenere il Pdl ancorato al Ppe. Senza dunque escludere che, se si dovesse impegnare in campagna elettorale, una lista di colombe del Pdl potrebbe aggiungersi a quelle che già fanno parte della federazione centrista in costruzione. Ma non il Pdl in quanto tale, dove è ancora Berlusconi a farla da padrone.

Così, visto che Monti mantiene questa pregiudiziale contro il Cavaliere (come dice Casini, una lista Monti-Berlusconi “è come un ufo”) per i moderati del Pdl torna in campo l’ipotesi di prendere il largo il prima possibile. Dunque l’attenzione si concentra su domenica. In vista della manifestazione del teatro Olimpico, organizzata dalle fondazioni del Pdl con un documento tutto filo-Ppe, la tentazione dello strappo si stava facendo molto forte.

Tanto che il Cavaliere è passato al contrattacco. Non solo metterà egli stesso il cappello sull’iniziativa, inviando una lettera che sarà letta dal palco. Ieri poi, uno ad uno, da Quagliariello a Cicchitto, da Sacconi ad Augello, Berlusconi ha convocato a palazzo Grazioli tutti i promotori della manifestazione. Che sono stati costretti al giuramento di fedeltà con bacio della pantofola. “Dovete capire – era il ragionamento dell’ex presidente del consiglio – che anche io sono per Monti. Possiamo stare tutti insieme a suo favore. È inutile dividersi”.

La minaccia di una scissione montiana del Pdl sembra dunque scongiurata, anche perché a restare con il Cavaliere non sarebbero stati soltanto Santanché, Biancofiore o Brunetta. Dall’operazione “Monti premier” si erano già sfilati Raffaele Fitto (che domenica non andrà all’Olimpico) e Maurizio Lupi, Gianfranco Rotondi, Andrea Ronchi e Altero Matteoli. Mentre il segretario Angelino Alfano ha incontrato il cardinal Ruini per sincerarsi se davvero la Chiesa fosse diventata così ostile al Pdl, come faceva pensare un’intervista al Corriere del presidente della Cei Bagnasco.

Cosa resta dunque del tentativo di spostare il Pdl sotto l’ombra del premier? Al momento poca cosa. Forse l’unico che se ne andrà davvero sarà il capogruppo del Pdl al parlamento europeo, Mario Mauro (insieme a Pisanu, Cazzola e ai pochi che hanno votato la fiducia disobbedendo alle indicazioni del partito), sul quale il Cavaliere privatamente ha speso parole molto dure: “Non riesco proprio a capire, è andato a dire ai leader europei che io sono un populista e un antieuropeista: ma se non ho mai pronunciato una parola contro l’Europa”. Secondo l’Adnkronos Mauro avrebbe i giorni contati.

E tuttavia se da una parte Monti intende mantenere alto il muro contro il Cavaliere, ieri per il premier è stata la prima occasione di scontro con il Pd. Uno scontro per ora unilaterale, con l’affondo di D’Alema contro una possibile candidatura del premier. Al quale Monti ha deciso di non reagire in pubblico, almeno per il momento. Ma certo chi ci ha parlato riferisce di averlo trovato molto irritato. Soprattutto per quell’aggettivo scelto dal presidente del Copasir: “Immorale? Ma come si permette?”. Anzi, l’inquilino di Palazzo Chigi considera “morale” proprio una sua eventuale candidatura e un impegno a sostenere quelle forze politiche che si impegna a portare avanti la sua agenda. È convinto che una sua discesa in campo risponderebbe proprio all’esigenza “morale” di offrire un contributo al Paese.

Anche se non c’è dubbio che una scelta in questo senso lo possa esporre concretamente al rischio di uno scontro quotidiano con il campo dei progressisti, in contrapposizione a Bersani. Un pericolo ormai chiaro a tutti. Anche al presidente della Repubblica che da giorni non sta apprezzando le mosse di Palazzo Chigi. Per Napolitano, infatti, il Professore non dovrebbe candidarsi. In alcun modo. E negli ultimi giorni gliel’ha ripetuto con una certa nettezza.


Meglio Monti dello squadrone rosso
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 15 dicembre 2012)

Può essere che Silvio Berlusconi abbia deciso di lanciare la candidatura di Mario Monti alla leadership di un centro destra allargato solo per anticipare e non farsi scavalcare dall’analoga richiesta dei vertici del Partito Popolare Europeo. E può anche darsi che a spingere il Cavaliere a manifestare la disponibilità a lasciare il passo al Professore come futuro “federatore” di un fronte di moderati sia stato il timore di non poter tenere a bada la componente montiana del proprio partito e la necessità di scongiurare una possibile scissione. Può essere tutto questo. Così come non si può neppure escludere che Berlusconi si sia mosso solo per il gusto di stare comunque al centro della scena politica nazionale ed europea. Qualunque sia la ragione del suo gesto, però, è un fatto che l’avvio della operazione-Monti sia stata compiuta dal Cavaliere. E che questa operazione abbia avuto come conseguenza immediata il completo ribaltamento dello scenario della prossima campagna elettorale.

Fino alla scorsa settimana al centro dell’attenzione generale c’era il Pd ed il suo segretario Pierluigi Bersani proiettato, con il suo “squadrone” rosso segnato dalla presenza di Nichi Vendola, verso una vittoria elettorale che appariva talmente inevitabile da risultare addirittura scontata. Successivamente, con l’annuncio della ridiscesa in campo di Berlusconi, Bersani ha perso il monopolio della scena ed ha adovuto subire il ritorno dello schema bipolare incentrato sul solito scontro tra berlusconiani ed antiberlusconiani. A cambiare questo quadro non è servito il tentativo di Casini, Fini e Montezemolo di usare il nome di Monti per far saltare il vecchio schema bipolare. Per la semplice ragione che lo stesso presidente del Consiglio si è guardato bene dal mettere la propria faccia e la propria credibilità sopra uno schieramento di cespugli centristi preoccupato solo della salvezza personale. Ora, però, nel giro di appena qualche ora, tutto è cambiato. Il Cavaliere ha sparigliato. E, soprattutto, l’intervento nella politica italiana del Ppe e delle principali Cancellerie europee ha rimescolato totalmente le carte in tavola. Al centro della scena non ci sono più né Bersani e neppure lo stesso Berlusconi. C’è solo Mario Monti, trasformato dall’intervento europeo in una sorta di demiurgo salvifico non solo della patria italiana ma soprattutto di quella del Vecchio Continente.

Ormai le critiche al Professore capace solo di aumentare il carico fiscale, di cedere alle pressioni del Pd e della Cgil, di non saper tenere a freno le richieste delle banche e dei poteri forti passano in secondo piano. La campagna elettorale italiana non si incentra più sul dilemma “sinistra sì – sinistra no” o sulla contrapposizione tra berlusconiani ed antiberlusconiani. Diventa una sorta di referendum sull’Europa rappresentata nel nostro paese da Mario Monti e da tutte le forze disposte a riconoscersi sotto le insegne del Professore. Il fenomeno non è tanto diverso da quello che già si è verificato in Grecia. Con la differenza che ad Atene l’Europa è intervenuta dopo le prime elezioni imponendo ai greci di tornare alle urne per non condannare il paese all’uscita dall’Unione. In Italia, invece, magari proprio alla luce dell’esperienza greca, è intervenuta con larga anticipo, prima della campagna elettorale, per esorcizzare il doppio fantasma della possibile vittoria di una sinistra troppo sbilanciata su posizioni estremiste e di una destra costretta ad arroccarsi nel populismo antieureo per cercare di sopravvivere al rullo compressore dello “squadrone rosso” di Bersani e Vendola.

L’idea che l’Italia venga trattata come la Grecia provoca sicuramente fastidio. Ma la nostra sovranità nazionale non si perde adesso. La nostra classe politica vi ha rinunciato da parecchi decenni. E senza ottenere in cambio di poter partecipare in posizione paritaria alla costruizione dell’unità politica europea.
Per cui non rimane che fare buon viso a cattivo gioco, prendere atto che Monti sarà obbligato a raccogliere l’investitura del Cavaliere e dell’Europa, sperare che questo sia un passo in grado di accelerare i tempi degli Stati Uniti d’Europa ed accontentarsi della soddisfazione di vedere lo “squadrone rosso” fare la fine della “ gioiosa macchina da guerra”!


Elezioni, ora Bersani teme Monti a capo dei moderati “ripuliti”
di Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”, 15 dicembre 2012)

L’incarico è di quelli prestigiosi e allo stesso tempo terribilmente complicati: rifondare in Italia unadestra “normale”  dopo  vent’anni di un berlusconismo. E’ la “missione” che ieri  il gotha del Partito Popolare Europeo ha assegnato a Mario Monti accogliendolo al vertice di Bruxelles al pari di un vero e proprio salvatore della patria. Dicono che Berlusconi non avesse contezza dell’arrivo di Monti al consesso europeo, mentre la cosa era nota sia alla  Merkel  che a  Wilfried Martens, presidente del  Ppe.

Di suo, il Cavaliere ha stupito mostrandosi filomontiano che più di così non si può: “Se si candida lui, mi ritiro io”. Esattamente quello che vuole l’Europa e il resto del mondo economico. Esattamente quello che non vuole il  Pd. Che, ormai, vede in Monti federatore di un ampio riassetto dei  moderatiitaliani in cerca d’autore, un avversario politico inatteso e difficile da combattere. Soprattutto, colui che potrebbe scippare, ancora una volta, palazzo Chigi a  Pierluigi Bersani. Diceva ieri il segretario democratico davanti ad una stampa estera prodiga di domande, ma meno di consenso: “Stavolta Berlusconi perderà le elezioni e le perderà male e  Monti sarà il primo con cui parlerò se dovesse toccare a me (il governo del Paese, ndr)”.

Una scena che potrebbe avvenire a parti invertite; l’ipotesi scuote, ormai da due giorni, le fondamenta del Nazareno.”Le primarie di Bruxelles hanno sancito la vittoria di Monti. Un’invasione di campo che non ha uguali nella libera storia della nostra Europa”, ha commentato, sdegnato, il leader socialista  Riccardo Nencini. Di fatto, però, un’azione politica “intimidatoria” come quella che è andata in scena ieri a Bruxelles da parte dell’Europa della grande finanza non si era mai vista prima. Quello che vuole il Ppe da Monti è chiaro. La potenza tedesca di Angela Merkel (preoccupata dal programma del Pd alleato di  Nichi Vendola) vuole continuare a trattare con lui sugli impegni italiani di sostenimento del debito interno.

Ma anche dal sistema finanziario europeo, dal Fondo monetario internazionale e dai cosiddetti poteri forti italiani, i pezzi grossi del patto di sindacato del  Corriere della Sera  (Marco Trochetti Provera,  John Elkann,  Diego Della Valle) vedono in Monti un punto di riferimento ineludibile perchè il “salotto buono milanese” non si fida più della politica e dei segretari dei partiti italiani. Della sinistra, poi, no in assoluto. E poi Monti è l’unico che può davvero spazzare via, da destra, quel che resta dell’avanspettacolo indecoroso  fornito negli ultimi anni dal Pdl di Berlusconi e soci. Certo, niente potrà impedire al Cavaliere, anche in presenza di un’esplicita discesa in campo di Monti, di candidarsi con il suo consueto drappello di famigli, attraverso una lista federata che lo faccia comunque arrivare in Parlamento “dalla parte giusta”, ma la sua resterà una presenza marginale, quasi “di colore” rispetto al vero centrodestra incarnato dal partito dei “poteri forti” del Paese e dell’Europa a firma Monti.

A Bersani questo scenario fa gelare il sangue. Tanto che ieri, da politico navigato, ha mandato un saluto affettuoso all’amico  Casini  per la sua nuova formazione politica in procinto di venire alla luce, ormai, ad horas. Bersani sa, come tutto il suo partito, che in questa frammentazione così imponente dell’offerta politica che si riverserà nelle urne il prossimo 17 febbraio (sembra quella la data, alla fine), a rimetterci non potrà che essere proprio il Pd. Il Porcellum, d’altra parte, è una legge nata per fotografare un bipolarismo oggi d’antan, ma senza dubbio è una legge che determina grande instabilità quando sul campo non ci sono due poli ma almeno tre con un quarto incomodo che si chiama  Grillo  e che oggi è il secondo partito italiano.

Il Senato, insomma, rischia di risultare ingovernabile. Ed un Pd vincente si troverà senz’altro a dover venire a patti con il  nuovo centro. Che con Monti – dicono i sondaggi – potrebbe volare oltre il 10%. Altro che vittoria alle porte, per il Pd. Che, a questo punto, ha anche un altro “nemico”, quegli ambienti finanziari nazionali e internazionali che vedono come la peste una vittoria del centrosinistra. Il programma del Pd alleato di Nichi Vendola è visto in questi termini: rottamazione di Monti e delle sue riforme a cominciare da quelle criticate esplicitamente da Bersani, cioè lepensioni  e il  lavoro, quindi  patrimoniale sugli immobili.

L’unico soggetto in grado di fermare l’avanzata di questa sinistra è una “federazione” di destra.Tant’è che una parte del vecchio Pdl sta già alacremente lavorando per metterla in piedi. Ci sono  Gianni Alemanno,  Roberto Formigoni,  Gaetano Quagliariello  e  Maurizio Sacconi  che domenica fonderanno “Italia popolare” una “galassia” nel cui ventre molle viaggeranno, ciascuno con la propria identità  Cl  con Rete Italia, Quaglieriello con L’occidentale, Augello con i Capitani Coraggiosi, Lupi con Costruiamo il futuro, Urso con Fare Italia,  Cicchitto  con Riformismo e libertà, Formigoni con Europa e Cultura e Frattini con la Fondazione De Gasperi.

Nel Pd la preoccupazione è al massimo. Anche perchè gli ambienti democristiani del partito, capitanati dai  Fioroni  e dai  rutelliani  di imminente rientro sentirebbero anche loro un forte richiamo. Bersani ha rivolto messaggi espliciti a Monti: sei una risorsa, ma solo se non ti candidi. A destra hanno messo mano al pallottoliere a stabilito che, con l’appoggio di Casini, quella lista potrebbe arrivare addirittura al 30%, ma c’è una domanda che allontana, al momento, i festeggiamenti: proprio sicuri che Monti lo votino tutti nel centrodestra? Casini è convinto di no. Ed è in buona, se non ottima, compagnia.


Monti contro Bersani? Noi socialisti europei stiamo con Pierluigi”
di Marco Zatterin
(da “La Stampa”, 15 dicembre 2012)

Se si dovesse andare a un match Bersani contro Monti, noi non avremmo dubbi: sa ­remmo con Pierluigi ». Il punto di arrivo per l’analisi di Hannes Swoboda, capo dei Socialisti & Democratici del Parla ­mento europeo, è preciso. La strada per cui ci arriva è naturalmente più com ­plessa. L’attuale premier, assicura l’au ­striaco, potrebbe essere un alleato del Pd al governo, lo vedrebbe anche al Qui ­rinale, «sarebbe un buon affare », assi ­cura. L’alternativa è che diventi un ne ­mico politico. Alla vigilia della Confe ­renza internazionale dei Progressisti, che si svolge oggi a Roma, l’eurodeputa ­to concede comunque gli ha fatto un certo effetto vedere il Cavaliere e il Pro ­fessore allo stesso tavolo in occasione del vertice dei leader popolari di giove ­dì. «È molto strano che fossero entram ­bi lì – ammette l’eurodeputato E chia ­ro che il Ppe sta cercando di salvare la posizione in Italia, vuole trovare una leadership per la destra e i moderati. Sanno che se va avanti Berlusconi sarà un disastro ».

Pensa che Monti debba restare fuori dal ­la politica?

«Anzitutto, ora la politica deve tornare a interpretare la sua parte. Berlusconi l’ha resa impopolare in Italia, ma questo non vuol dire che abbia perso la sua ragione di essere. È necessario il recupero del confronto fra diversi partiti politici con opinioni, idee e valori differenti. Bersani è la guida del centrosinistra, è lui che rap ­presenta l’alternativa, lui che deve ripor ­tare i temi sociali al centro dell’agenda. Per Monti non sarebbe possibile. E stato un “commissario” per l’Italia nella fase di transizione in cui ci si doveva liberare di Berlusconi. Non pen ­so che sia il futuro del Paese o dell’Europa ».

Lei crede che Monti voglia scendere in campo a destra?

«C’è pressione per ­ché lo faccia. Però io credo che sia suffi ­ciente per il Ppe dire che non vogliono Berlusconi e lasciare che il centrodestra italiano scelga il proprio leader ».

Un mossa avventata, la colazione di gio ­vedì?

«È stato un intervento di cattivo gusto. Monti ha il sostegno del centrosinistra per fare le riforme. È stato cacciato da Berlusconi ed è strano pensare che di ­venti il leader del centrodestra, in queste condizioni. Darebbe l’impressione che non hanno nessuno da mettere in campo, il che magari è vero ».

Vede un Monti affiancato a Bersani e al Pd?

«Se non prende il posto di Berlusconi, in quanto vero uomo di centro, potrebbe es ­serci un’opportunità ».

E un ticket Bersani-premier e Monti-pre ­sidente?

«Sarebbe un buon affare. Al momento non si è ancora sbilanciato e credo che sarebbe una buona cosa se continuasse a non farlo. Dovrebbe mantenersi, così co ­me ha fatto da primo ministro, figura su ­per partes ».

Le primarie hanno rafforzato Bersani?

«Sì, hanno creato le premesse perché il paese abbia un leader forte sulle riforme e sul sociale. Il Consiglio Ue ha appena detto che bisogna fare di più in questo settore. È un aiuto per Bersani perché questa è la sua partita. È stato eletto e non nominato per prendere il posto di qualcun altro ».

Un governo di centro si ­nistra in Italia sarebbe l’inizio di un’alleanza italo-francese che, con Belgio e Austria, potrebbe sostituire l’as ­se franco-tedesco che da sempre gover ­na l’Europa?

«Non so se possa sostituirlo. Ma potreb ­be limitare l’influenza tedesca in modo sensibile. Un’alleanza forte sui temi so ­ciali faciliterebbe un cambiamento delle politiche in Europa e mostrerebbe i limiti di quelle della Merkel ».


Un brillante articolo di Mario Giordano su Massimo D’Alema, qui.


Presidente Napolitano, non dimentichi la Costituzione
di Paolo Flores d’Arcais
(da “MicroMega”, 15 dicembre 2012)

Nel ringraziare le agende rosse e Salvatore Borsellino per questa iniziativa, vorrei utilizzare il mio intervento per rivolgermi al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Signor Presidente,
secondo la Costituzione lei rappresenta l’unità nazionale. E la nazione non è un’astrazione, ma l’insieme dei cittadini, tutti noi. Anzi, dei con-cittadini, dove il “con” che ci tiene insieme è proprio la Costituzione con le sue norme e i suoi valori di “giustizia e libertà” che la percorrono.

Questa Costituzione repubblicana nata non per graziosa concessione di un sovrano, ma per la Resistenza antifascista infine vittoriosa, dopo anni di sofferenze, morte, tortura, prigione, confino, esilio, sopportate eroicamente dalle minoranze che con il loro sacrificio hanno salvato la dignità dell’Italia.
Per mantenere l’unità della nazione, perciò, lei deve essere il primo e più convinto e coerente Partigiano della Costituzione.

Io spero che di questo vorrà ricordarsi quando tra pochi giorni parlerà agli italiani nel tradizionale messaggio televisivo di fine anno. Quel messaggio che troppo spesso si riduce a un rituale retorico, e come tale applaudito dall’intero ceto politico, da una “Casta” che dell’ipocrisia ha fatto una seconda natura.

Spero che quest’anno, l’ultimo della sua permanenza sul Colle più alto, di fronte a una crisi drammatica, che per gli speculatori dell’intreccio affaristico-politico-malavitoso è invece festa grande, di fronte all’impoverimento di gran parte dei cittadini, all’arricchimento vergognoso dei corrotti, all’impudente affermarsi dell’illegalità dell’establishment, incoraggiato e propiziato dalle infinite leggi-vergogna e leggi ad personam che hanno segnato questo ventennio e cui nel suo settennato non ha fatto mancare la sua firma, di fronte a tutto ciò lei vorrà ricordare ai cittadini che l’unico programma per uscire dalla crisi e per ricostruire il paese è realizzare la Costituzione.

E che dunque, se vogliamo salvare l’Italia, dobbiamo essere tutti Partigiani della Costituzione, in modo in-transigente, perché non esserlo è già non solo un modo per tradire chi col proprio sacrificio ci ha regalato in eredità questa Costituzione straordinaria, ma anche un modo per rinunciare e abdicare alla soluzione della crisi, soluzione impossibile se non sarà ispirata a “giustizia e libertà”.

Partigiani della Costituzione. Come quei magistrati che hanno sfidato le mafie e continuano a combatterle, malgrado pezzi dello Stato con le mafie abbiano trescato, abbiano trattato, siano venuti a patti. Solo nel passato?
Questo perciò ci aspettiamo da lei, perché l’unità nazionale non può fondarsi sull’opacità, sui depistaggi, sulla delegittimazione dei magistrati che più coerentemente applicano “la legge eguale per tutti”, bensì sulla trasparenza e sulla verità.

In anni lontani lei ha avuto il coraggio di riconoscere errori atroci che in anni ancora più lontani aveva commesso, ha avuto il coraggio di riconoscere quale sciagurata scelta fosse stata la sua di difendere i carri armati sovietici che massacravano gli operai insorti nella Budapest dell’indimenticabile ’56. Sarebbe uno straordinario congedo, degno di chi ha militato in un partito il cui fondatore ha scritto che “la verità è rivoluzionaria”, se lei avesse ora il coraggio di riconoscere i meriti dei magistrati della Procura di Palermo, che cercando di ricostruire una delle vicende più oscure dell’intreccio tra Stato e anti-Stato, stanno onorando il loro mestiere di magistrati e il loro giuramento di fedeltà alla Costituzione.


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Bart