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L’assurdo tiro al bersaglio

2 Luglio 2013

di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 2 luglio 2013)

Il meglio è nemico del bene. E invece in Italia la maggioranza parlamentare, anche più dell’opposizione, pullula di autorevoli esponenti che pur di avere un governo migliore minacciano di eliminare l’unico governo che abbiamo. Non che abbiano torto, nel sostenere che si può fare di più. Si vede che il governo Letta ha seri limiti congeniti, non disponendo di un programma votato dagli elettori, bussola di ogni esecutivo che si rispetti. E si vede anche che finora ha pensato più a rinviare i nodi fiscali lasciatigli in eredità dai governi precedenti che ad affrontare l’azione di tagli alla spesa pubblica che nessun governo precedente gli ha purtroppo lasciato in eredità. E però anche nella polemica politica dovrebbe vigere il principio alla base dell’istituto tedesco della «sfiducia costruttiva »: chi dice che se Letta non cambia marcia se ne va, dovrebbe anche dire per andare dove, per fare quale governo, e perché sarebbe migliore. Al momento, le due ipotesi più probabili in caso di caduta dell’esecutivo sono infatti nuove elezioni con la vecchia legge, un bis in idem , o nuova maggioranza basata sui trasformisti in uscita dal Movimento di Grillo. Chi pensa che per l’Italia una delle due soluzioni sia migliore della condizione attuale, alzi la mano.

L’ultimo aut aut è venuto dal senatore Mario Monti, che pure conosce così bene il sistema tedesco da aver chiesto al governo un Koalitionsvertrag , e cioè un vero e proprio contratto scritto come quello che regge le grandi coalizioni a Berlino. La sua iniziativa ha sorpreso tutti perché proviene da un uomo che ha prestato il suo servizio allo Stato, anche pagando un prezzo personale in termini di popolarità, proprio per garantire la stabilità politica interna e la conseguente credibilità internazionale. Ciò non di meno ha prodotto un «vertice di maggioranza » convocato per giovedì, che in Italia è sinonimo solo di maggiore confusione. Sono infatti proprio le tensioni e le divisioni dei partiti l’elemento di maggiore fragilità del governo. È da lì che nascono surreali assi tra Brunetta e Fassina, o inedite convergenze tra i falchi del Pdl e Mario Monti, oppure ancora lo stillicidio di Matteo Renzi, aspirante leader del Pd, contro i «piccoli passi » del compagno di partito che sta a Palazzo Chigi.

È evidente che il governo non ha avuto una partenza sprint, e che deve ancora trovare la sua missione in politica economica. I governi di grande coalizione servono a moltiplicare le virtù dei due partiti maggiori consentendo loro di fare le scelte dolorose che da soli non potrebbero fare, non certo a sommare le promesse demagogiche di entrambi. Al presidente del Consiglio dunque spetta di indicare al più presto degli obiettivi di riforma della spesa che giustifichino l’ambizione di ridurre la pressione fiscale, unico vero volano di crescita. Ma è altrettanto evidente che chi lo giudica dopo 60 giorni con il metro su cui hanno fallito governi che sono stati in carica per anni, lo vorrebbe balneare proprio mentre fa mostra di preoccuparsene. La durata non è tutto, per un governo. Ma senza durata non c’è niente, meno che mai le «grandi riforme » che tutti reclamano con urgenza dal governo.


Quanto costa rinviare le riforme
di Franco Bruni
(da “La Stampa”, 2 luglio 2013)

Molti pensano che la politica economica faccia passi troppo piccoli. D’altra parte la politica dei piccoli passi dice le sue ragioni e i pericoli di correre di più. Ma la gente è perplessa e dubita anche di alcuni passi non piccoli che sono stati avviati, come il pagamento di decine di miliardi di debiti pregressi della pubblica amministrazione, o gli incentivi nazionali ed europei all’occupazione giovanile.

Molti commentatori chiedono subito drastici tagli di spesa e di tasse, spericolati debordi dai limiti di deficit concordati con l’Europa, liberalizzazioni, privatizzazioni.

Va detto che ci sono due tipi di piccoli passi: quelli che mostrano solo disorientata esitazione e quelli che avanzano con realistica gradualità su un cammino dove passi lunghi e decisivi sono stati già stabiliti con chiarezza. A me sembra che il governo voglia convincere il Parlamento, i cittadini, l’Europa, che i suoi piccoli passi sono del secondo tipo ma che per ora lo sforzo di convincimento abbia un successo limitato.

Le ragioni dei piccoli passi sono, innanzitutto, nella paradossale situazione politica. L’accordo fra i due poli viene giustificato, anziché con l’obiettiva difficoltà e la condivisa importanza delle riforme da fare, con l’obbligo di allearsi controvoglia visti i risultati delle elezioni. Ciascun polo sbandiera le sue differenze più delle convergenze; spunta troppo spesso la voglia di tornare presto a spargere populismo per ricontare i voti. E questo avviene nonostante entrambi i poli siano disuniti e impreparati a una competizione elettorale coerente e nonostante le differenze fra le due visioni di politica economica siano tutt’altro che evidenti: l’unica cosa chiara è l’insistenza del Pdl sulle sue promesse sull’Imu. Ma già sul non aumento dell’Iva si sbraccia anche parte della sinistra. I tagli di spesa (quali, quanto e quando), la riforma del mercato del lavoro, le liberalizzazioni, sono fra i molti esempi di temi dove i falchi di entrambe le parti dicono quasi le stesse genericità e i partiti non sono pronti a parlar chiaro e confrontarsi in modo impegnativo e trasparente con i loro potenziali elettori.

E allora perché non usare il tempo delle larghe intese per pulirsi le idee, cominciando a riconoscere che quasi tutto quello che c’è di più urgente non richiede politiche di destra né di sinistra ma un’azione concorde e coerente per migliorare un Paese che non crede più in sé stesso perché troppo disunito e litigioso? Forse i piccoli passi servono anche ad evitare di interrompere traumaticamente quella sorta di purgatorio dove il nostro disastroso bipolarismo sta scontando i suoi peccati. Senza contare che, a fianco della politica economica, scorrono i delicatissimi diciotto mesi che Letta ha fissato per il disegno delle indispensabili riforme istituzionali.

Vi sono benefici nel far passi piccoli. Perché in Europa devono maturare condizioni più concordi per politiche comunitarie più coraggiose, probabilmente nel tardo autunno, dopo le elezioni tedesche. C’è una congiuntura internazionale che stenta a confermare il miglioramento, che potrebbe succedere fra qualche mese, facilitando anche per noi riforme più radicali e difficili. E c’è il fatto che lo spazio per politiche di rilancio macroeconomico è limitatissimo per un Paese che deve continuamente rifinanziare un debito pubblico come il nostro: perciò le riforme essenziali sono di tipo microeconomico, strutturale, e dunque lunghe da disegnare bene e implementare sul serio.

Ma ci sono anche i costi dell’avanzare con piccoli passi. Costa temporeggiare quando i problemi richiederebbero interventi urgenti e radicali. L’esempio sono i rinvii delle decisioni su Imu e Iva. Nel caso dell’Imu il tempo richiesto finora dal governo per riformare bene l’imposizione sulle abitazioni è giustificato; ma se in autunno si dovesse ancora rimandare l’incertezza sarebbe devastante. Nel caso Iva non c’erano invece ragioni economiche per rinviare la decisione, facendo oltretutto un pasticcio nel prevedere la copertura degli oneri del rinvio: l’aumento dell’imposizione sui consumi andava accettato e i suoi proventi utilizzati per detassare subito di più l’occupazione.

Il temporeggiamento è disorientante nella principale di tutte le riforme, quella della pubblica amministrazione: non occorre far tutto subito ma va urgentemente raggiunto un accordo, resistente alle pressioni degli interessi in gioco, su almeno due cose: che nel settore pubblico sarà introdotta più mobilità del lavoro e che il decentramento amministrativo sarà rivoluzionato, ridimensionato e semplificato, sia sul piano fiscale che su quello dei poteri di decisione. Non ci si può limitare a semi-promettere che forse le province verranno quasi accorpate: nel disordine incontrollato e irresponsabile del decentramento si radica sia la debolezza della nostra finanza pubblica che, per esempio, l’inadeguata politica di difesa del territorio.

Temporeggiare costa anche perché si dà fiato agli avversari delle riforme, che si attrezzano per opporvisi meglio. Costa perché fare passi piccoli e isolati concentra l’opposizione sui singoli passi anziché disperderla su una gamma multidirezionale di riforme; perché alle riforme viene a mancare lo sprint di una mobilitazione generale per far funzionare l’Italia; perché la credibilità di un governo che rinvia le decisioni è continuamente a rischio.

Per qualche mese possiamo ancora sopportare i costi dei piccoli passi, incassando i benefici. Speriamo che il governo usi bene il tempo che ci separa da quando, verso metà autunno, dovremo disporre di un disegno impegnativo e piuttosto dettagliato delle riforme che siamo d’accordo di fare. Basterà un disegno credibile per migliorare le aspettative e aiutare la ripresa. Dopodiché non occorrerà fare passi più lunghi della gamba: ma saranno piccoli passi del secondo tipo, con davanti un cammino lungo e chiaramente concordato.


Dallo spionaggio Usa alla polveriera siriana. Chi manovra il nuovo assetto mondiale?
Andrea Indini intervista Vittorio Dan Segre
(da “il Giornale”, 2 luglio 2013)

C’è un fil rouge che unisce gli scandali, le rivolte, le guerre e gli attentati che stanno sconvolgendo il mondo e cambiandone irrimediabilmente la geopolitica. È difficile riuscire a mettere insieme i pezzi di un puzzle internazionale che a prima vista appare caotico e difficilmente spiegabile. Eppure c’è un motivo se lo scandalo “Datagate” sollevato dalla talpa della National Security Agency (Nsa), Edward Snowden, l’irreale silenzio in Turchia dopo le rivolte contro il premier Recep Tayyip ErdoÄŸan, i rinnovati tumulti in Egitto contro il presidente Mohamed Morsi, lo scontro tra gli Stati Uniti e la Russia sull’opportunità di armare i ribelli siriani e l’immobilismo (politico ed economico) dell’Unione europea divisa dagli egoismi nazionali e dalla recessione che brucia ricchezza e posti di lavoro sono detonati l’uno in fila all’altro senza un’apparente consequenzialità storica.

Per mettere insieme tutti i pezzi ci siamo rivolti a Vittorio Dan Segre, firma storica del Giornale e blogger del Giornale.it. “Quella che stiamo vivendo – spiega – è una crisi mondiale che investe livelli differenti, dal piano internazionale a quello regionale fino ad arrivare a quello personale”.

Da dove dobbiamo iniziare a guardare per capire cosa sta succedendo?
“Dobbiamo convincerci del fatto che questa non è più una crisi a livello locale o una crisi di valori spirituali. Il concetto di Stato sovrano territoriale, su cui si è basata la politica da oltre cinquecento anni, non solo scricchiola, ma non è addirittura più valido perché sono venuti a mancare la sovranità, l’economia nazionale e i valori morali condivisi. Proprio per questo, le crisi a cui assistiamo sono conati per la nascita di un nuovo tipo di Stato che ancora non è nato. La dimostrazione più chiara di questo smottamento è l’impotenza delle Nazioni Unite che, fondandosi sul concetto dello Stato sovrano, non sono più in grado di intervenire.”

Cosa c’entra lo scandalo “Datagate” con questa rivoluzione?
“Venendo a mancare la struttura dello Stato sovrano, viene anche a cadere la possibilità di mantenere il segreto che era il fondamento della politica dello stato sovrano.”

Chi c’è dietro a queste rivelazioni?
“Proviamo a pensare a un improvviso attacco di febbre: può oscillare da una semplice varicella alla paura di un’infezione ebola. Ecco oggi siamo di fronte a un virus nato dal potere politicamente incontrollato dell’informazione. In questo momento, sta colpendo gli Stati Uniti, ovvero il Paese tecnologicamente più avanzato nel campo dell’informazione e nel controllo dell’informazione. Ma è solo questione di tempo: presto anche la Cina e la Russia si troveranno a dover far fronte a fenomeni simili. Nei giorni scorsi, sul New York Times è apparsa una caricatura piuttosto divertente. Veniva rappresentato un signore che, in metropolitana, parlava al cellulare con un tono piuttosto sostenuto. E urlava: ‘È uno scandalo, il governo ci ascolta’. Peccato che, tutt’intorno, gli altri passeggeri potessero ascoltare indistintamente la sua conversazione.”

Dallo scandalo che ha travolto la Nsa, il presidente Obama ne esce indebolito?
“Al tempo stesso si indebolisce sia l’idea dell’America come potenza internazionale sia l’idea di presidente degli Stati Uniti come guardiano di certi principi universali. Principio che non sono più così universali…”

Un Obama sconfitto, dunque…
“Assolutamente no. Perché, non dovendo preoccuparsi di essere rieletto ed essendo di fatto un dittatore democratico, Obama è sicuramente l’uomo più adatto a condizionare questa grande crisi dello Stato sovrano. Non per nulla in America, ma anche nella nostra Italia, uno degli elementi più forti della politica è la Corte Suprema la quale cerca di adattare all’evoluzione della società il contratto politico che, come strutture, viene costantemente messo alla prova dei cambiamenti tecnologici e morali.”

Ad esempio la decisione della Corte Suprema americana sul matrimonio gay?
“Sono cambiamenti creati dalla realtà. Una realtà che si avvicina ai 10 miliardi di abitanti. Una realtà che trova, appunto, nelle corti supreme gli strumenti di adattamento dei principi dello Stato. D’altra parte i parlamenti, nella struttura attuale, non sono più capaci di farlo…”

Come si inserisce questo cambiamento nel mondo arabo?
“Per quello che concerne il Medioriente assistiamo alla fine degli Stati creati durante la Prima guerra mondiale. Sta finendo adesso il colonialismo e, nel caso dei Paesi arabi, sta crescendo il tribalismo.”

Anche in Egitto?
“Nel caso dell’Egitto, invece, assistiamo a un efferato confronto tra il potere – non importa se potere religioso, militare o pseudo liberale – e la realtà delle necessità piubbliche. In Egitto è in atto una rivolta della fame, non è ideologica.”

Tutt’altro discorso per la Siria?
“In Siria è la fine dello Stato imposto dall’Europa alla fine della Prima guerra mondiale con la rinascita, appunto, del tribalismo che, per oltre quattrocento anni, era stato messo a tacere dall’Impero ottomano. In Egitto, invece, il tribalismo non c’è mai stato: l’Egitto è il figlio del Nilo e il Nilo non cambia. Tuttavia, il fiume non basta più per dare da mangiare a tutti: si è passati da 33 milioni di abitanti a 90 milioni. E, oltre ad essere cresciuti di numero, hanno anche aumentato le richieste di libertà individuale che vengono, esponenzialmente diffuse dai social network.”

Quali sono le sfere di ingerenza nei Paesi in subbuglio?
“Si stanno distribuendo attraverso gli interessi e le ambizioni. I partiti non funzionano più, le religioni non funzionano, le banche non funzionano più. Addirittura, l’esercito non è più in grado di difendere il proprio Paese né vincere una guerra. Questo perché non ci sono più eserciti nazionali, ma solo contractors. E ancora: sono venuti a mancare i canali nazionali in cui solitamente veniva distribuito il potere sulla base di Costituzioni che non sono più valide perché basate su un concetto sbagliato, o comunque non più valido dello Stato.”

È il caos…
“Direi proprio di sì.”

E noi ci siamo in mezzo…
“Basta guardare come i media reagiscono a questo caos.”

Ovvero?
“Pochi studiosi si occupano dello sviluppo di questo nuovo contesto politico internazionale. D’altra parte, i tempi dell’individuo non sono quelli della democrazia e i tempi della democrazia non sono quelli della riflessione profonda. C’è un strabismo di temporalità.”

Cosa significa?
“C’è una scissione tra il tempo dell’individuo, che si basa sul ‘tutto subito’, e il tempo della Storia che ingoia tutti questi desideri. Questi due ‘tempi’ hanno, tuttavia, in comune il fatto che quando sono soddisfatti a livello personale muoiono. È la stessa soddisfazione dei bisogni a ucciderli.”

Può fare un esempio?
“Se hai fame e vuoi mangiare, continui ad avere desiderio finché non ottieni il cibo e ti sazi. Prendiamo l’Europa: il Vecchio Continente è formato da Paesi stracolmi di beni. L’immobilismo europeo è causato proprio dalla mancanza di desideri. Mancanza che fa venire a mancare le sovrastrutture ideali. Eppure il desiderio che è innato nel nostro dna continua a svilupparsi…”

E quindi?
“Come dimostrano le proteste in Egitto, esiste una fame antica che né la scienza né la religione possono più soddisfare. L’uomo cerca attraverso le istituzioni di soddisfare questa ‘fame’ nuova, ma quando le istituzioni non rispondono allora il popolo si ribella.”

Quale speranza per il futuro?
“Il passaggio difficile dallo Stato attuale che si considera al di sopra del bene e del male ad uno Stato più responsabile dei suoi doveri.”


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Bart