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LETTERATURA: Alberto Arbasino: “Super-Eliogabalo”. Adelphi, 2001

26 Maggio 2008

di Alfio Squillaci

[L’ultimo libro di Alfio Squillaci: “Mare Jonio”, Sedizioni, 2007]

Appunti di lettura

«Super-Eliogabalo, scritto nel ’68, era la trama finita male di un giovane facoltoso rivoluzionario in lotta contro ben quattro madri terribili, tutte anni Trenta e Parioli, volpi bianche e telefoni bianchi, e in polemica col Pontefice, un personaggio drammatico perché a capo di   una gang di produttori di miracoli, però essendo l’unico a credere davvero   in Dio. Ma non potendolo confessare a nessuno, per non venir preso in giro dai dipendenti. (Eliogabalo finisce come Gianciacomo, ma prima). »
Con queste parole Alberto Arbasino ricordava sul Corriere della Sera del 17/3/2002 la prima edizione di questo romanzo e l’amico Giangiacomo Feltrinelli.
Occorre dire che la presentazione del benevolo autore sembrerebbe promuovere un manufatto letterario molto vicino al romanzo (trame, personaggi, un cenno d’azione). Niente di più lontano dalla realtà dei fatti oltre che dall’intenzione dello stesso Arbasino che mai ha scritto romanzi bensì anti-romanzi. E si fa fatica a rintracciare sulla pagina scritta anche quel   plot sunteggiato dallo stesso autore. Arbasino detesta il romanzo come narrazione consecutiva (lo ritiene una forma defunta) e concede il dato narrativo-realistico solo   in un contesto parodico, annegato nel pastiche. Ha letto tutti gli strutturalisti e conosce tutte le Funzioni narrative ed è tanto   Lector in fabula che neanche per scherzo aprirebbe   una narrazione   o una trama proliferante   con un ingenuo e sapientissimo «Era una bellissima giornata di fine novembre », com’è accaduto all’ironico e sapientissmo Umberto Eco de Il nome della rosa.
E dunque… solo elenchi e lacerti saggistici e tirate macrologiche e intarsi di citazioni e descrizioni ridondanti e poesiole fumiste   e filastrocche e avanguardismi vari   e nonsense e calembour (traTotò e Artaud) e parodie e   musical… e narrazioni sì, ma a flash, che per lo più si concludono con battutine non sempre fulminanti.

Per “capire” Arbasino e tentare di leggere Super-Eliogabalo bisogna avere davanti agli occhi Las Vegas, quel luogo in cui nella laguna di Venezia si specchia il Palazzo dei Cesari e sui cristalli della down town nuiorchese si riflette la Sfinge egizia. Analogamente, sullo stesso asse temporale, azzerando gli evi, tutto viene quì disposto in un “adesso”   narrativo atemporale ed eterno in un fuori porta romano ed ostiense dove si esce dalla lettiga di Eliogabalo per entrare in un supermarket.
In Super-Eliogabalo Arbasino dilata alcuni tratti di Gadda (soprattutto del Pasticciaccio dove le Lavinie   verduraie e i Romoli questurini di oggi   forniscono gli agganci per quelli di ieri). L’Eternità di Roma, infatti, è colta metastoricamente in un continuo rimando dalla Decadenza, il periodo dell’Impero Romano   più amato dai tempi di Huysmans – che invero sembra essere iniziato col primo Imperatore -,   e l’Oggi e viceversa, in una sovrapposizione giocosa e iperculta, in una parodia fine e dissacrante senza fine…
Ma molto materiale visivo di questo libro proviene diretto dai peplum degli anni ’60, dai film di Ercole e Maciste per intenderci…

Fedele alla poetica del «lasciatemi divertire » del sempre amato Palazzeschi,   tutta la   scrittura di Arbasino è un rutilante e fantasmagorico ed enciclopedico collage di tutti gli stili, di tutte le poetiche, di tutti i libri della civiltà occidentale. O meglio: la messa in tensione ed interazione di tutte queste cose per vedere… l’effetto che fa. Professional kitch e camp (e trash) sono le parole chiave della sua poetica, cui bisogna aggiungere Kulturkritik (in ombra in queste pagine rispetto agli altri ingredienti ), il tutto fondendo il livello culturale alto e quello plebeo, il sublime ed il pecoreccio, evitando come la peste lo stile medio e impostato e il midcult.
Ciò vuol dire che davanti (e dietro) e prima (e dopo) di questa gigantesca voglia di giocare leggermente col dato culturale,   c’è una civile e sottile polemica contro tutti i luoghi comuni, le idee ricevute, le pigrizie mentali del nostro tempo. Un fondo “moraliste”, dunque,   seppur di un uomo che come diceva Pasolini s’è «amputato tutti i sentimenti ». Arbasino si diverte   (perculeggia direbbero a Roma) e il suo impegno parrebbe il più disimpegnato impegno che si conosca se non sapessimo che egli ha rinunciato ad ogni Idea-forza, all’ossequio di un’Idea Centrale, all’obbedienza di una   Ideologia, all’ancoraggio ad un   Punto di Riferimento, conducendo una personale   e solitaria (e negli ultimi tempi assillante, vedi le lettere spedite a tutti i quotidiani) battaglia a favore dell’intelligenza critica, del persiflage colto, del marameo scettico che spesso mi sembra barcollare –   tanto è ossessiva la sua insistenza sugli stessi temi –   sul crinale di una “disperazione” nichilista.

Il lettore medio   stia lontano da questo libro exclusive destinato agli
happy few probabilmente omosessuali, a quell’Internazionale gay (o
Homintern secondo la stessa dicitura di Arbasino) che si aggira tra la moda, il cinema, il jet e lo smart set. L’estetica di questo lavoro è infatti tutta dentro i codici gnomici e visivi e retorici   della comunità gay internazionale. Da lettore affezionato di Arbasino – ho amato Certi romanzi,   Un paese senza e Fratelli d’Italia e gli debbo molte dritte nel campo del sapere letterario -, ma soggiogato da opzioni sessuali etero (nessuno è perfetto!), spesso ho avuto, mentre leggevo, la sensazione di aver sbagliato film, d’essere entrato nella chat sbagliata, di sfogliare la rivista Babylonia… troppo strass, troppo bistro, troppi lustrini, troppo lamé… E l’accumulo di dati e di particolari superflui e di citazioni testuali e intertestuali tesi a creare l’effetto Festa Barocca dà, alla lunga, un senso di nausea e sazietà. Troppi culi in libertà, signora mia.

(Spesso mi sono chiesto perché i libri di Arbasino non vengano quasi mai tradotti all’estero, neanche in Francia, nazione a lui più di ogni altra consentanea, e dove una traduzione non viene negata a nessuno sia esso Addamo o Ferrandino. Forse perché Arbasino fa troppo il Parigino fra gli Ottentotti, e, a Parigi, che hanno i parigini autentici, sono attratti perlopiù dal tipico e dal “primitivo” italiano, ossia dai nostri Ottentotti).


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2 Comments

  1. Commento by silvano grassotti — 5 Gennaio 2009 @ 16:11

    ben scritto

  2. Commento by alberto massazza — 12 Settembre 2011 @ 18:44

    sottoscrivo tutto ma più che al pasticciaccio penso all’adalgisa o ai versi immortali del foscolo

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