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LETTERATURA: Antonio Panizzi: Verso un richiamo, Philobiblon edizioni

9 Dicembre 2008

di Francesco Improta

Per quanto possa sembrare strano, in un’epoca come la nostra, in cui il profitto e la volgarità soffocano sensibilità e senso estetico, è più facile incontrare qualche poeta autentico che qualche verace narratore. Da più parti si sente dire che la poesia è morta e che co ­loro che si ostinano a praticarla sono condannati a rimanere un’esigua minoranza e a muoversi in spazi sempre più angusti e asfittici, eppure sarà, forse, proprio la consapevolezza di essere ormai un drappello di sopravvissuti, bisognosi, per respirare, di una bombola d’ossigeno, che li induce a moltiplicare gli sforzi e a tentare imprese dall’esito inaspettato ma sempre più convincente.
Non meraviglia, quindi, che sfogliando a caso qualche pagina di un libro di poesie si rimanga positivamente sorpresi se non addi ­rittura stupefatti dinanzi a immagini di suggestiva bellezza e di raffinata musicalità, mentre leggendo i risvolti di copertina dei tanti, anzi troppi, romanzi che vengono sfornati a getto continuo, rimane in bocca l’amaro di trite banalità, scontate e prevedibili, né l’impressione che si ricava saltando da una pagina all’altra, all’in ­terno del libro, risulta migliore. Tematiche rimasticate, lessico ina ­deguato e mancanza assoluta di una cifra stilistica originale ren ­dono sempre più mediocre la narrativa e non solo la nostra perché nel villaggio globale nel quale viviamo, in seguito ad una mas ­siccia omologazione, il problema non riguarda solo l’Italia anche se da noi, come sempre, raggiunge vette più elevate. Del resto è sufficiente gettare uno sguardo sulla crisi in cui versa attualmente la cinematografia occidentale (Gomorra e Il Divo sono splendide eccezioni) per averne una conferma, dal momento che i film sono pur sempre delle storie, anche se vengono raccontate attraverso le immagini più che con le parole.
Tutto questo preambolo per salutare con affetto e con fiducia l’in ­gresso nel mondo della poesia di Antonio Panizzi, che l’anagrafe non ci consente di definire giovane ma che può a ragione essere considerato un neofita e non solo perché Verso un richiamo, pub ­blicato dalla Philobiblon edizioni, è la sua prima prova, preceduta soltanto da un saggio su alcuni scrittori liguri, ma anche per l’entusiasmo e la freschezza con cui tenta questa nuova avventura, senza, però, alcuna improvvisazione misurandosi, invece, con la nostra migliore tradizione poetica.
Uomo di buone letture, tutte ugualmente digerite, Panizzi attinge alla cosiddetta linea ligure: Montale, innanzitutto, e poi Sbarbaro, Caproni, Conte e Biamonti ma egli fa tesoro anche delle lezioni di Mario Puppo, suo docente di letteratura italiana all’università di Genova, e non disdegna, quindi, di immergersi nella classicità. Ci sono citazioni e reminiscenze del mondo antico penso a Catullo (carme 11 °) … il fiore / è raccolto, o falciato… / ai margini del prato; a Ugo Foscolo, da cui deriva non solo quell’atavismo uma ­nistico che lo porta a risalire la fiumana del tempo in cerca di ricordi familiari e di valori morali da fermare, tradotti in musica ed emozioni, sulla pagina, ma anche un’immagine, tra le più belle dei Sepolcri: una favilla il sole. Neppure gli è estranea la lezione di Alessandro Manzoni mi riferisco a quella coincidenza di date tra il giorno dell’onomastico del padre (7 Novembre), che è il titolo di un suo componimento, e l’inizio dei Promessi Sposi, coincidenza corroborata dall’identificazione, in alcuni atteggiamenti, del padre, e di conseguenza di se stesso, con Don Abbondio che in quel giorno (appunto il 7 novembre) se ne tornava bel bello con le mani dietro la schiena (con l’indice nel breviario, scalciando i ciottoli che facevano inciampo davanti a lui); né va dimenticato Leopardi, citato due volte: direttamente in quanto argomento dell’interrogazione della ragazza che … rimarrà ad osservare/ le spume del mare e indirettamente quando fa riferimento alle (magnifiche) sorti progressive.
Non manca neppure Guido Gozzano tra i modelli di Antonio Panizzi e non solo per il tono d’insieme decisamente minimalista, se non addirittura crepuscolare, ma per la descrizione dettagliata e minuziosa degli oggetti che riempiono, affastellati e spesso inutili, la casa della nonna, che non si andrebbe molto lontani dal vero, fatte le debite proporzioni più a livello sociale che a livello caratteriale, a denominare Nonna Speranza.
In questo libricino che ha una struttura rigorosa, come sottolinea opportunamente, nella sua bella ed esauriente prefazione, Emerico Giachery, facendo riferimento alla commedia di Dante e alla cattedrale romanica di Troia in Capitanata per le implicazioni simboliche che vi si nascondono, dicevamo in questa sapiente architettura lirica Panizzi si muove come in un lungo, attento, paziente cabotaggio tra i due versanti opposti della Natura e della Cultura. Si pensi alla figura paterna, a lui particolarmente cara in tutte le sue valenze e non solo quelle affettive, accostata a Don Abbondio in A mio padre, nel giorno del suo onomastico e a un albero in La malattia dell’olmo, con quel tordo che va a posarsi altrove, risalendo con il suo denso zirlo / l’ombrosa collina.
C’è in Panizzi un velo sottile di malinconia, derivata probabil ­mente dagli amati Leopardi e Pascoli o dai non meno studiati Shopenauer e Bergson, ma esso si solleva, come nebbia mattutina, quando il suo occhio si posa sulla sua valle e sui luoghi preferiti; con una premurosa attenzione e un amore profondo, o quando si sofferma a cogliere un attimo di vita come in un flash; allora l’elegia si scioglie nell’idillio come nel poeta di San Mauro di Romagna: … lì dove il bello / si scopre improvvisamente / dentro o ai margini di ogni / cosa, nell’andirivieni della giornata, / nel lesto mutare degli odori, / nel trito tenero pigolio / di una voce che scivola / dai tetti ad animare i carruggi. (I miei luoghi, la mia valle) oppure .Cincischiano due fringuelli / tra le stoppie appena / recise. È fame? / È amore? / Neanche il tempo di porre / l’interrogativo. Fuggono altrove. (Dal terrazzo).
Pure la Speranza, una Speranza più cristiana che laica, interviene a dissipare delusioni, dolori ed amarezze anche se in questo senso un ruolo fondamentale, a mio avviso, lo gioca la memoria, che solleva la polvere del tempo e sottrae all’oblio, figure, immagini ed emozioni, riproponendole in tutto il loro fascino, antico e recente. Penso a una poesia, recentissima, come risulta dalla data posta in calce (gennaio 2008), che è di una struggente dolcezza e che si accampa nitida e luminosa sullo schermo della memoria. Ho imparato / a conoscere la sera / da bambino: seduto / sullo scalino dei miei. / Veniva dal cielo lentamente / – così nel mese di settembre / quella che anche allora preferivo – , / Non sciupava le colline, / le riparava. / Ne acciuffavo le voci segrete, / i brevi silenzi, e li riponevo / nelle tasche dei miei / pantaloncini corti.


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3 Comments

  1. Commento by marino — 9 Dicembre 2008 @ 09:38

    Meravigliosa, questa proposta, professore, di Antonio Panizzi
    avevo letto il saggio sui liguri. E’ davvero bello e alto
    il suo biamonteggiare in versi!

  2. Commento by Giorgio — 9 Dicembre 2008 @ 20:21

    il titolo dell’articolo mi pare contenga un errore di stampa: non ‘Pizzi’ ma Panizzi.

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 10 Dicembre 2008 @ 10:53

    Grazie, Giorgio, ho corretto. E’ che in questi giorni sono ancora senza telefono e senza internet (una vergogna, come scrivo qui: https://www.bartolomeodimonaco.it/?p=2759) e ogni tanto capito da mio fratello per un controllo della rivista.

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