Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Arrigo Benedetti, l’Europeo lucchese

11 Febbraio 2010

di Alberto Marchi

[La rivista dà il benvenuto al nuovo collaboratore]

Ad Arrigo Benedetti si sarebbe attagliato alla perfezione l’omaggio che Albert Camus rivolse a Ignazio Silone: “Guardate Silone, egli è radicalmente legato alla sua terra, eppure è talmente europeo”.

Questa frase, che i lettori delle opere di Silone ritrovavano puntuale fino a non molti anni fa all’inizio delle note biografiche in apertura delle edizioni Oscar Mondadori delle sue opere, potrebbe figurare in epigrafe ad uno qualsiasi dei romanzi o raccolte di racconti di Arrigo Benedetti, se ancora venissero pubblicati.

Anch’egli era radicalmente legato alla propria terra, tanto da averne fatto il punto di riferimento costante dell’intera sua opera di narratore, eppure era al tempo stesso profondamente e convintamente europeo, un europeo lucchese, come fu giustamente definito da un acuto critico. Proprio come in Silone, in cui il respiro culturale dell’intellettuale in lotta contro la violenza, ideologica e fisica, delle dittature era strettamente legato alla denuncia delle ingiustizie e delle condizioni di vita dei miserabili della sua terra d’origine, anche in Arrigo Benedetti – con le opportune e ovvie differenziazioni – la coscienza che la collocazione dell’Italia sulla scena politica e culturale non poteva che essere in Europa (cosa che ci appare scontata oggi, ma che non lo era affatto nei primi decenni dell’era repubblicana) e la matura consapevolezza dello spirito civico quale tratto qualificante dell’Occidente e delle democrazie di stampo liberale, si intrecciano indissolubilmente con l’amore per la propria città e la sua storia.

La Lucca di Benedetti, ma meglio sarebbe dire la Lucchesia di Benedetti, perché egli era attento a tutte le straordinarie realtà del territorio grosso modo corrispondente a quello “provinciale”, rispetto all’Abruzzo di Silone, è se possibile ancora più protagonista dei suoi romanzi di quanto non lo siano stati i paesi, le città e le contrade abruzzesi rispetto alle opere siloniane. Ne è anzi forse la sola, vera grande protagonista: i suoi personaggi infatti, sembrano quasi tutti rinunciare alla loro individualità e fisionomia, anche quando tentano disperatamente di affermarla e nei romanzi e racconti è come se prendessero letteralmente posto, più che viverli , accanto ai luoghi, alle atmosfere e alle immagini di una Lucca sempre affascinante e come sublimata in una dimensione che diviene quasi onirica.

Non certo a caso, il suo romanzo di maggior impegno, Il Passo dei Longobardi, da cui si attendeva una consacrazione letteraria che non gli giungerà mai, nemmeno postuma, cerca di fondere in un unico grande affresco le vicende della sua vita, anche se trasfigurate, con la storia della sua città. E anche quando la scena si svolge altrove, come nella Roma tragica e caotica dell’Eplosione, Lucca è tuttavia presente non solo per diretta citazione e provenienza dei protagonisti, ma anche come dato di fondo in qualche modo incombente, incombente perfino sull’urbe.

E tuttavia Benedetti era, al tempo stesso, profondamente europeo, se così si può dire. All’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, aveva fondato uno straordinario settimanale che programmaticamente, già nel nome, si proponeva di rammentare alle classi dirigenti italiane e a tutti i democratici sinceri la via che avrebbe dovuto imboccare il nostro paese sulla scena internazionale: l’Europeo, edito da Gianni Mazzocchi, fu un grande, per certi versi inaspettato, successo editoriale e aprì   al contempo un’epoca nuova del giornalismo italiano, realmente rivoluzionaria sia nella tecnica che nei contenuti e che poi troverà altri cospicui momenti di autentica autorevolezza e coraggio civile nella seconda metà degli anni cinquanta con l’altro grande settimanale co-fondato da Benedetti nel dopo guerra, l’Espresso.

L’aspirazione europea, si estende dunque a tutta la sua esperienza intellettuale e anche politica (fu tra i fondatori del Partito radicale da cui si dimise nel 1962 insieme a Pannunzio in seguito al caso Piccardi) e fu una rivendicazione costante del Benedetti giornalista e commentatore politico. Scriveva ad esempio nel 1967 su Panorama – con cui collaborò per poco più di due anni prima di cercare di rilanciare Il Mondo che nel 1966 aveva visto le dimissioni di Pannunzio – in fortissima polemica con i sociologhi e intellettuali da salotto, che si andavano sempre più affermando sul palcoscenico della vita pubblica italiana: “Vorrebbero che non fossimo europei, ci preferirebbero estranei al costume continentale, almeno nella misura in cui lo sono – e le conseguenze politiche si vedono – gli spagnoli. Vagheggiano un’Italia chiusa veramente dalle Alpi, tutta mediterranea, e che abbia i caratteri propri dei Paesi del terzo mondo. Invece, l’Italia, e specialmente questa di cui sento l’eco, è senza dubbio europea e occidentale, con sfumature che ricordano la Provenza, la Linguadoca”. Benedetti questo lo affermava a proposito della nuova moda dei consumi di massa e del benessere crescente apportato dallo sviluppo economico alle classi fino a pochi decenni prima costrette a vivere nella miseria, mentre si diffondevano nel paese le idee di coloro che divulgavano sentimenti profondamente anti occidentali e anti liberali, deridendo, a parole, i frutti del miglioramento delle condizioni di vita dei più.

Siamo verso la fine della carriera giornalistica di Benedetti, che si interromperà prematuramente nel 1976 mentre era alla guida del quotidiano Paese Sera, ma già nella sua prima esperienza professionale, quella di Omnibus accanto a Leo Longanesi, di segno ideologico opposto, egli aveva avuto modo di aprirsi ad un mondo culturale più vasto dell’autarchismo provinciale proprio della cultura del regime fascista, pur con tutti i limiti che una rivista che si pubblicava a Roma in anni come quelli che vanno dal 1937 al 1939, quando fu soppresso dalla censura, doveva sopportare.

Il confronto con il pensiero del suo gemello lucchese, coetaneo e compagno della prima avventura romana, Mario Pannunzio, che per note vicende familiari si era dovuto trasferire nella capitale già all’inizio degli anni 30 (mentre Benedetti vi arrivò solo nel 1937, senza portare a termine gli studi universitari a Pisa) ci aiuta a comprendere che l’ispirazione (e l’aspirazione) europea era propria di queste due grandi figure di intellettuali liberali fin dalle prime manifestazioni delle loro non comuni doti giornalistiche. Si legge infatti nella raccolta di scritti “Mario Pannunzio. L’estremista moderato” curata da Cesare De Michelis, rimasta ad oggi l’unica raccolta di opere di Pannunzio degli ultimi trent’anni, questa decisa arringa difensiva di Pannunzio in favore di una cultura che, pur restando nazionale, egli auspicava tornasse ad essere europea e pertanto, in quanto tale, universale: “Innestare infatti la nostra cultura tra le culture europee, forzare l’attenzione degli altri paesi su di noi, sulla nostra arte, convincerli che veramente c’è un rifiorire di opere e un maturarsi di uomini, per i più significa soltanto gettarsi allo sbaraglio, dimenticare il senso della nostra tradizione, elemosinare i consensi dei forestieri, imitarne le opere, copiarne addirittura formule, metodi, sentimenti. Il che dovrebbe sembrare assurdo ed è in ogni modo desolante: riflette infatti la povertà di respiro dei nostri uomini di cultura che credono così piccola e debole la nostra originalità e il nostro modo di vedere da ammettere la possibilità di dimenticare la propria personalità, di disperderla del tutto e senza rimedio”. Si tratta di un articolo risalente al giugno 1933, scritto sul Saggiatore quando Pannunzio aveva solo 23 anni, ma già si avvertono, in nuce, i presupposti culturali che daranno gli straordinari frutti di giornali come Il Risorgimento Liberale e Il Mondo. Benedetti, sulle pagine di Omnibus e degli altri settimanali che diresse e fondò proprio insieme a Pannunzio, cercò di portare avanti, per quanto fu loro possibile nel contesto della dittatura e indipendentemente da ogni giudizio che si possa o si voglia formulare sul loro rimanere scrittori e giornalisti all’interno di un sistema dittatoriale, lo stesso tipo di discorso culturale, parallelamente ai romanzi e ai racconti della sua prima fase letteraria che venne componendo: da Tempo di guerra a La figlia del capitano, da Le donne fantastiche a I misteri della città. Opere nelle quali spesso emerge il motivo dell’immobilismo della vita di provincia, e conseguentemente quello dell’arretratezza culturale a tutti i livelli che contraddistingueva l’Italia degli anni 30.  

Quest’anno Lucca ha il privilegio singolare di celebrare il centenario della nascita di tre grandi scrittori e intellettuali: oltre ad Arrigo e a Mario Pannunzio, anche Mario Tobino, che ha già “compiuto” cento anni e che, pur nella diversità sia di interessi professionali che culturali, oltre che di esiti artistici, ebbe un percorso per certi versi comune a quello dei “gemelli” lucchesi, in quanto condizionato dall’attraversamento del dramma della dittatura e della guerra prima, dalla speranza suscitata dalla Resistenza e dai primi anni della Repubblica poi e dalla disillusione successiva determinata infine dalla deludente Italia democristiana dei decenni seguenti. Si tratta di tre figure che, insieme a quelle di altri scrittori e studiosi lucchesi nati negli stessi anni, su tutti ricordiamo Guglielmo Petroni e Carlo Lodovico Ragghianti, a formare quella stella cometa di cui parla Bartolomeo di Monaco, testimoniano della singolare, straordinaria sorte culturale toccata a Lucca nel Novecento. Che propriamente consiste nell’aver superato i ristretti confini provinciali per dare alla cultura italiana scrittori di respiro europeo e di valore universale.


Letto 2303 volte.


1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Arrigo Benedetti, l'Europeo … — 11 Febbraio 2010 @ 11:22

    […] Per approfondire consulta articolo originale:   Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Arrigo Benedetti, l’Europeo … […]

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart