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LETTERATURA: Bacci Pagano in trasferta

23 Luglio 2011

di Francesco Improta

Con La morte non si tratta, quarto titolo di Bruno Morchio, cambia decisamente lo scenario. Dai carruggi soffocati e male ­odoranti di una Genova labirintica e multietnica si passa alle lande sabbiose della Sardegna, battute dal vento e profumate di cisto e di lentisco. Cambiano anche gli aromi e i profumi della cucina: dal pesto, lo stoccafisso e il cappon magro, ricette tipiche della cucina ligure, tanto amata da Nico Orengo ed immortalata in un suo libro Cucina Crudele, impreziosito dagli acquarelli di Salvo, si passa allo stufato di pecora, al maialino di latte e al caglio di capretto. Compare per la prima volta una figura autentica di Dark Lady e l’afrore che emana dal suo corpo sinuoso e invitante, solo in parte segnato dalle tante battaglie erotiche e dal tempo, che sembra esservi passato in punta di piedi, si mescola al calore intenso e snervante dell’estate trascinandoci in un vero e proprio hard boiled, solo in parte attenuato dall’arrivo di Aglaia, la figlia di Bacci, che con la sua ribelle e disarmante adolescenza di fanciulla in cerca del padre e del tempo perduto muove a tenerezza, soprattutto quando, in preda a una crisi di sonnambulismo, si rannicchia sul letto accanto al padre.

Le sorprese più convincenti sono però l’incipit in medias res con l’assalto al furgone portavalori che ci catapulta subito nel clima dei gangster movie e che determina gli sviluppi successivi della vicenda, e i dialoghi molto più densi, allusivi, scoppiettanti, per ­meati di amara saggezza e inconsuete e stuzzicanti provocazioni. Spesso quelli tra Bacci e Martine Gangi, la Dark Lady, sono amplessi simulati. Ritornano anche qui le reminiscenze di Montale e Paolo Conte che impreziosiscono una scrittura sempre più sor ­vegliata ed efficace tanto nelle descrizioni paesaggistiche quanto nelle intuizioni psicologiche. Certi ritratti umani, da Virgilio, prima carceriere e poi amico di Bacci, durante la detenzione nel carcere di massima sicurezza di Novara, al guardaspalle di Ganci nonché amante della sensuale Martine, non hanno nulla da invidiare alle accurate descrizioni topografiche e paesaggistiche.

Nel libro successivo Le cose che non ti ho detto la scena si allarga ulteriormente e il plot narrativo si fa più intricato e coinvolgente; Bruno Morchio si avvale, con sapienza ed efficacia non comuni, della tecnica del montaggio alternato, muovendosi in spazi e tempi diversi e lontani fra loro. L’incarico che viene affidato a Bacci Pa ­gano da Mara, la donna con cui aveva avuto una lunga e grati ­ficante storia di sesso e di amore, anche se Mara spesso lo defi ­nisce analfabeta dei sentimenti, mettendo così in dubbio le sue capacità affettive, è in apparenza semplice e monotono. Si tratta di tenere a bada le inquietudini del dottor Ingroia, psicanalista di chiara fama, e impedirgli di tentare di nuovo il suicidio. La sua permanenza nella villa fatiscente di Ingroia, sulla collina di Albaro, risveglia ricordi e ossessioni legati a un’indagine irrisolta condotta vent’anni prima. Per scoprire il movente dell’omicidio di un giovane della Genova bene, che tra l’altro era stato paziente del dottor Ingroia, Bacci Pagano si era recato nel Sud-Est asiatico e più precisamente in una Bangkok, infestata dagli insetti e avve ­lenata dai miasmi delle sue acque putride e maleodoranti. E i ricordi di quella trasferta in Thailandia, dove Bacci aveva rischiato di rimetterci la vita, si alternano alle schermaglie verbali, infarcite di dotte citazioni letterarie e musicali, con lo psicanalista allo sbando. Vale la pena ricordare, a tal proposito, che Bruno Mor ­chio, dotato di sottile, graffiante ironia e al tempo stesso di au ­toironia, di quella saggezza superiore, capace di fare i conti innan ­zitutto con se stesso, recuperando quello scetticismo di fondo che era già stato di Joyce e di Svevo, avanzi dei dubbi su quella che è la sua stessa professione: “La psicanalisi è il tentativo, spesso fallimentare, di affidare la salute psichica a storie lontane sepolte sotto un cumulo di parole”. Il ritrovamento del cadavere di un transessuale, che aveva cercato di contattarlo, lo mette sulle tracce di Jasmine, una prostituta africana a cui Bacci aveva dato alloggio e protezione in precedenza, al tempo, cioè, di Una storia di car ­ruggi, e che successivamente da un commissario meschino e fascista, per ripicca nei suoi confronti, era stata rimandata in Africa con il foglio di via. Si affaccia qui un’altra costante della narrativa di Morchio, quella di far muovere il suo “eroe”, a prescindere dalle indagini che gli vengono affidate di volta in volta, tra gli stessi personaggi che vengono ripresi, dopo averli temporaneamente accantonati o persi di vista, a conferma del fatto che i suoi libri costituiscono un unico, grande romanzo, la storia di una vita, quella di Bacci Pagano, un organismo in fieri, in cui le singole parti prolungano i loro echi e trovano il loro più autentico significato nella dimensione del tutto. È il caso di Jasmine appunto o di Virgilio in Con la morte non si tratta o, infine, dei genitori di Bacci di cui l’autore aveva detto poco, in quanto morti durante la sua detenzione nel carcere di Novara, e di cui, invece, tornerà a parlare in Rossoamaro, il penultimo romanzo della serie, dedicata all’investigatore genovese, sempre più amaro e disincantato.

In Rossoamaro Bacci Pagano torna a muoversi nel paesaggio ur ­bano a lui più familiare, tra volti noti e oggetti/feticci di una litur ­gia esistenziale (la vespa, il maggiolone, il brandy, la pipa etc. etc.) che sembra, per fortuna, aver perso tutta la sua sacralità. Le avventure movimentate, che lo avevano portato prima in Sardegna e poi in Thailandia, sembrano appartenere al passato e il dolore per la sorte di Jasmine, liberata, non senza difficoltà, da una banda di sadici assassini, ma ancora in pericolo di vita schiacciano Bacci, svuotato di tutte le sue energie psico-fisiche e inchiodato su una sedia nella sala di attesa dell’ospedale in cui la donna a lui cara è ricoverata in coma. Non meraviglia, quindi, che Pagano sulle pri ­me non voglia neppure accettare l’incarico, molto ben retribuito, che un vecchio signore tedesco, nato in Liguria al tempo della se ­conda guerra mondiale, gli affida di ritrovare il fratellastro italiano di cui non conosce nulla ad eccezione del nome della comune madre, originaria tra l’altro di Sestri Ponente, quartiere periferico di Genova dove Bacci aveva trascorso la sua infanzia. Sarà pro ­prio quest’ultima indicazione a risvegliarlo dal torpore in cui gli ultimi avvenimenti l’avevano fatto precipitare. Inizia, quindi, un viaggio a ritroso nel tempo, attraverso i ricordi, confusi e sbiaditi (almeno in apparenza), di vecchi partigiani e gappisti, nella Geno ­va del 1944 popolata da soldati tedeschi, fascisti, operai, spie e staffette dei partigiani. E sarà una di queste, Tilde, che lavorava alla mensa dell’Ansaldo Fossati la vera protagonista del romanzo. È lei che fin dall’inizio – un incipit di straordinario impatto emoti ­vo – cattura l’attenzione dei lettori: in sella ad una bicicletta rumo ­rosa e arrugginita, che proietta un fioca luce giallognola, viene fer ­mata, in seguito a una delazione, da alcuni fascisti e trasportata al comando militare tedesco. La storia di Tilde procede parallela ­mente alle indagini condotte da Pagano, secondo quella tecnica del montaggio alternato che Morchio dimostra di saper padroneggiare con sempre maggiore abilità e sicurezza. A ben guardare sono più di sessanta gli anni che intercorrono tra le due storie eppure, spes ­so abbiamo l’impressione che si confondano e si accavallino per ­ché i ricordi dei sopravvissuti sono così vividi da materializzarsi con tutto il loro carico di emozioni e sentimenti e perché il clima che si respira nella prima decade del terzo millennio non è poi tanto diverso da quello del 1944. Certo il cielo non è più solcato dalle fortezze volanti, il cibo non è razionato e il sangue non ba ­gna il selciato con la stessa frequenza ma i disoccupati, gli home ­less e i sans papiers, i vecchi pensionati che trascinano con i denti la loro misera, grigia esistenza non offrono uno spettacolo più pacifico o più rassicurante. A Sestri Ponente, poi, la dismissione dell’Ansaldo e di tutte le industrie ad essa collegate ci comunica l’idea di un cimitero di rotaie, di altiforni abbandonati e di ferri arrugginiti in cui siano state seppellite le speranze, coltivate nel II dopoguerra, di diventare una potenza industriale e i sogni di un’in ­tera classe operaia di vedere sorgere il sole dell’avvenire o quanto meno di vivere in una società più giusta. Va detto, però, a scanso di equivoci che tutto ciò viene raccontato da Morchio senza alcuna retorica, ma con la consapevolezza che dinanzi alla violenza del potere, una violenza forse meno appariscente ma più subdola e si ­stematica, si debba salvaguardare quanto meno la propria dignità, l’unica cosa che nessuno ci potrà mai alienare.

Romanzo per concludere tutto al femminile che evidenzia il ruolo e l’importanza che possono e debbono avere le donne nella nostra società; non è un caso che Tilde e Jolanda da un lato e Jasmine dall’altro, pur essendo vissute in contesti storici così diversi e lon ­tani, siano fatte della stessa materia, pronte a soffrire e a sacri ­ficarsi, ma anche a lottare, senza cedimenti o debolezze, contro le discriminazioni e le prepotenze e a rivendicare il loro diritto ina ­lienabile alla vita e alla felicità.

Umanità, tensione psicologica e morale ed ironia sono i tratti di ­stintivi di una scrittura che, di romanzo in romanzo, si fa più densa ed essenziale, priva di rebighi e scevra da intellettualismi, legata essenzialmente alle cose di cui riesce a trasmetterci sapori, aromi e colori; una scrittura potremmo dire tridimensionale che fa emer ­gere dalla pagina personaggi e oggetti a tutto tondo.

Riporto a conferma di quanto detto e soprattutto a testimonianza della forza della sua scrittura, decisamente espressionistica, senza per questo perdere di lucidità e di rigore, due esempi, a mio avviso di grande suggestione ed entrambi felicemente risolti:

“La tramontana aveva acceso tutti i colori della città. Il cielo urlava, lustro del suo smalto celeste. Quasi una tersa e uniforme patina di vernice tirata sopra la vetrina dell’universo.”

“Quando si muore non ci sono parti giuste o sbagliate; è da vivi che bisogna scegliere da che parte stare. Sono tutti rebighi per riscrivere la storia senza dirlo.
Siamo un popolo di vinti ma abbiamo spesso finto di essere vincitori per avere l’illusione di fottere la storia”.


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Bart