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LETTERATURA: Benedetti e Pannunzio

8 Giugno 2010

di Alberto Marchi

Forse il modo più appropriato per ricordare degnamente Arrigo Benedetti nel centenario della nascita (1 ° giugno 1910), ora che hanno preso il via a Lucca importanti iniziative pubbliche per celebrarne la figura di intellettuale, giornalista e scrittore, non è tanto di costruire l’ennesimo “santino” capace di aggiungersi a quelli riservati anche agli altri grandi protagonisti lucchesi del secolo scorso (Pannunzio, Tobino, Pea, Petroni, Ragghianti, etc.), ma è quello di andare alla scoperta dei momenti di più intima confessione umana che questo nostro grande autore (e uomo politico, non dimentichiamolo) ci ha lasciato.  E tra tali momenti, uno si presta in particolare, in quest’anno di ricorrenze così abbondanti per Lucca, a permetterci di fissare alcuni elementi sicuri della tensione morale e culturale che animava Arrigo Benedetti. Mi riferisco all’evento costituito dalla morte di Mario Pannuzio, avvenuta prematuramente il   10 febbraio 1968 a causa di una grave malattia ai polmoni che lo spense all’età di soli 58 anni. Benedetti annotò sul suo Diario di campagna – opera che poi verrà pubblicata postuma dagli Editori Riuniti e che è ritenuta dalla critica, credo di poter dire unanimemente, una delle sue opere migliori – un articolo che era in sostanza una commemorazione insieme commossa e contenuta, come era nel suo stile, ma caratterizzata anche da un profondo tono lirico. Questo testo era in realtà la bozza, peraltro già compiuta in sé, dell’articolo di commiato che Benedetti pubblicò su Panorama   nella rubrica “I Tempi”, da lui qui tenuta fin dal luglio 1967, sul numero del 20 febbario 1968, intitolato “La presenza di Pannunzio”. I due testi presentano numerose diversità e varianti, non tanto nella struttura, quasi identica, ma nei dettagli e che però rivestono un notevole interesse. Testimoniano che anche in un frangente di così grande commozione e perfino prostrazione, non abdicava all’imperativo della compostezza che assurgeva al rango di ideale di vita.

Vi ritroviamo comunque, oltre naturalmente ad un ritratto memorabile del grande direttore de Il Mondo, anche molto della vita di Benedetti.

I due si erano conosciuti fin dalla loro infanzia. Della fanciullezza trascorsa insieme a Pannunzio, “esile, ceruleo biondo coetaneo”, sui baluardi delle Mura di Lucca, negli anni della prima guerra mondiale, Benedetti ricorda i giochi nel “piazzale chiuso da un padiglione neoclassico. Correvamo –   dice Benedetti – non ragionavamo, ma la sua riservatezza, interrotta da improvvisi scoppi d’allegria, l’assenza di quella grossolanità di cui i bambini si contagiano reciprocamente, lo distinguevano dagli altri, e me lo rendevano vicino”. Erano divenuti amici e a Lucca passeggiavano insieme per le vie del centro storico discutendo appassionatamente, di romanzi soprattutto. I grandi autori francesi dell’Ottocento e Marcel Proust erano tra i loro autori prediletti. Entrambi fortissimi lettori, erano aperti alle correnti più avanzate della grande letteratura europea dei primi decenni del secolo. La conferma di questi loro precoci interessi culturali ci viene del resto dalla lettura delle rispettive opere giovanili: le recensioni e gli articoli, oltre che di critica letteraria, di critica d’arte e cinematografica di Pannunzio, che Cesare De Michelis ha raccolto nel volume antologico Mario Pannunzio, l’estremista moderato (Marsilio), che rilevano uno spettro di interessi veramente notevole per un letterato così giovane e i primi racconti (oltre al già citato Tempo di guerra, Anni inquieti, del 1934) e le recensioni di Benedetti degli anni 30, anch’essi rivelatori di solidi interessi culturali.

I loro destini poi improvvisamene si erano distinti: Pannunzio nei primissimi anni 30 era dovuto “fuggire” da Lucca insieme ai genitori, perché il padre Guglielmo, già democratico e radicale d’origine, avvocato e ora   simpatizzante dell’Unione sovietica “per sottrarsi alle violenze d’una città non fascista però dominata da una minoranza d’uomini intolleranti e rozzi, era stato costretto a portare la famiglia a Roma”. Passarono poi alcuni anni e i due si ritrovarono ancora a Lucca nel 1934, quando già Arrigo aveva dato alle stampe i primi racconti sul Selvaggio (poi raccolti nel volume Tempo di Guerra, la sua opera prima), mentre Pannunzio era un promettente pittore, un critico d’arte e collaboratore del Saggiatore, rivista di cultura definita da Benedetti “non conformista”.

E a proposito delle varianti tra i due testi del Diario di campagna e di Panorama cui abbiamo già accennato, c’è da notare come il testo dell’articolo pubblicato da Panorama non riporti una notazione particolarmente significativa: quando si erano di nuovo incontrati “Si ristabiliva un legame che una terribile malattia, e la conclusione mortale non interrompono”. Questa frase figura solo nella “versione” del Diario di campagna (pag. 298) ed è un accento di grande religiosità che evidentemente Benedetti non si sentì di pubblicare sul settimanale romano, forse per timore di fraintendimenti.

Dopo che comunque anche Benedetti aveva lasciato Lucca, in seguito alla interruzione degli studi universitari, i due si erano ritrovati a Roma nel 1937, dove lavorarono insieme prima a Omnibus di Longanesi, poi a Tutto e a Oggi, chiusi entrambi dalla censura, rispettivamente nel 1939 e nel 1942 (ma anche Omnibus era stato soppresso nel 1939). In seguito vennero la Resistenza e la fine della Seconda Guerra Mondiale: Pannunzio era stato nel frattempo direttore del Risorgimento Liberale, ma a causa della sterzata a destra che aveva conosciuto il Partito Liberale, di cui quel glorioso quotidiano era l’organo di informazione, l’aveva abbandonato e aveva preso così a collaborare per qualche tempo con la prima grande creatura giornalistica di Benedetti, il celebre   L’europeo, che era stato fondato nel 1945 grazie al finanziamento dell’editore Gianni Mazzocchi.

Ma le loro strade si divisero nuovamente, perché Pannunzio dette vita nel 1948 a Il Mondo, le cui 18 annate profeticamente Benedetti indica nell’articolo pubblicato da Panorama come il periodico   in cui “un giorno si cercherà il meglio dello spirito italiano, in un tempo difficile”. Ciò è puntualmente accaduto: assistiamo oggi ad una gara sconclusionata, caratterizzata sopra ogni altra cosa da arroganza e pretenziosità, per stabilire chi siano i veri eredi di Pannunzio e, in minor misura, anche di Benedetti, da parte di chi non è capace di farsi promotore di una sola vera istanza liberale di quelle che li animavano veramente (dalla modernizzazione civile all’abolizione del Concordato Stato – Chiesa).

Ma quasi nessuno mette in dubbio che Il Mondo sia stato uno dei più prestigiosi periodici italiani dell’era repubblicana. E di analogo prestigio godevano peraltro anche lo stesso L’europeo e poi L’espresso, che Benedetti fondò nel 1955. Le loro esperienze camminavano dunque per vie parallele, ma animati dallo stesso ideale di contribuire a formare e determinare un’Italia politica e civile diversa da quella che si andava costruendo.

Il legame intellettuale che li univa era infatti talmente forte che faceva dire a Benedetti: “D’ora in poi non leggerò più un libro, non seguirò lo svilupparsi d’un pensiero, non accoglierò una notizia, col sollievo di parlargli, telefonargli per porre letture, pensieri, fatti nella giusta prospettiva. Era un rapporto di natura imprecisabile, derivava da comunioni recondite che alimentano un’esistenza e gli danno un senso e un valore”.

Comune era la matrice culturale che li aveva formati come intellettuali e che continuava a costituire l’imprescindibile riferimento spirituale: “Flaubert, Stendhal, Thomas Mann, Croce, Salvemini furono i maestri che ci accompagnarono”, scrive sul Diario di campagna. Anche qui si registra una variante rispetto all’articolo pubblicato da Panorama, ove si legge: “Stendhal, Tocqueville, Flaubert, Proust, Croce e Salvemini gli dettero felicità; Manzoni, per lui laico, storicista d’educazione, illuminista di temperamento agnostico coerente fino all’ultimo respiro, fu qualcosa di più, se ha voluto tra le mani, nella bara, “I Promessi Sposi”. Come si vede, rispetto alla versione del Diario, manca Thomas Mann e vi è aggiunto Tocqueville, cui Pannunzio aveva infatti dedicato uno splendido saggio. Vi si può vedere il desiderio di Benedetti di non voler apparire troppo intimo rispetto anche alle letture fondamentali della vita di Pannunzio, anche se in realtà furono effettivamente quasi come un suolo uomo pensante da questo punto di vista.

La scomparsa di Pannunzio colse Benedetti mentre questi viveva vicino a Lucca, nella villa di Saltocchio, dedicandosi soprattutto alla stesura di romanzi (ricordiamo di questi anni, in ordine sparso, oltre a Il Passo dei Longobardi, Il Ballo Angelico, Gli Occhi e L’Esplosione). Di lì a poco avrebbe tentato di ridare vita a Il Mondo (1969-1972), senza però riuscire nella del resto troppo ardua impresa, prima di concludere insieme carriera professionale ed esistenza, anch’egli prematuramente, a Roma nel 1976 mentre dirigeva Paese Sera. Il piglio di Benedetti era diverso rispetto a quello del suo coetaneo lucchese: questi, secondo le parole di Arrigo “sarebbe stato un laico direttore di coscienze, un animatore d’uomini (…) una presenza discreta e fervida; dapprima quasi inavvertibile, poi capace di determinare atteggiamenti non direi politici, o almeno non solo tali tali, ma squisitamente etici”. In fondo queste parole potrebbero, a dire il vero, adattarsi anche a Benedetti e come tali egli le ha personalmente vissute in tutta la sua esperienza professionale e umana, ma con l’aggiunta di un malinconico e dolce lirismo che gli derivavano dall’aver portato sempre nel cuore la Lucca languida eppure vitale che a entrambi ha avuto il singolare e quasi anomalo privilegio di dare i natali.


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