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LETTERATURA: Campioni del mondo

19 Giugno 2010

di Enzo Ferrari

A Marco per la promozione gli avevano regalato un pallone: lui aveva protestato perché si aspettava di averne uno di cuoio con i bolli neri uguale a quelli che usavano i veri calciatori. Questo che ora aveva tra le mani era di plastica: gli sembrava troppo leggero per giocarci con gli amici.

Marco era andato in strada con anticipo rispetto l’ora solita. Vestiva la consueta divisa, calzoncini corti con un rattoppo sul davanti, maglietta bianca, che la mamma regolarmente lavava dopo ogni partita.   Era impaziente di far vedere ai compagni il suo nuovo regalo. Possedere un pallone era simbolo di potere. Tra due palazzi c’era ancora un terreno non asfaltato sufficiente per i giochi terragni. Le auto erano impedite ad entrare da una catena e da due paletti di ferro, alti circa un metro, che diventavano i pali naturali nelle partite a calcio. Saltata la catena era corso a sperimentare la qualità del pallone, colpendo con fragore le saracinesche arrugginite di magazzini abbandonati. Mentre calciava si accorse di una fila di formiche che sparivano in un buco.   Di che andavano in cerca le formiche che non si fermavano mai?

Poco dopo nella via risuonava il rumore di una corsa e il vociare di un gruppo di ragazzi. Marco era circondato dagli amici.

Il gioco del pallone non era solo un gioco, era la summa di tanti giochi: correre e rincorrersi tra ragazzi, nascondino, dove l’oggetto da nascondere era la palla, strategia di guerra, salto ad ostacoli. S’imparava anche a cadere. Si seguivano delle regole, se ne creavano delle nuove. Si giocava spesso ad una porta sola (i portieri erano sempre difficili da arruolare), senza arbitro (nessuno era veramente imparziale), con maglie improvvisate, ogni cinque calci d’angolo un rigore, vinceva chi arrivava per primo a dieci gol, senza limite di tempo.

Alcuni giocavano decisamente in maniera goffa. Lui, a differenza dei suoi compagni, aveva velocità, scatto, agilità di tocco. Riusciva a calciare più volte la palla al volo, palleggiava sia con il piede che con le ginocchia. Era un piacere stare a guardarlo come trattava il pallone. Tutte qualità che gli attribuivano di diritto altro potere. E con il potere sceglieva il ruolo che voleva: centravanti, ala, regista. L’unica cosa di cui difettava era il colpo di testa. Per questo non giocava mai in difesa. In attacco gli era capitato di sbagliare davanti alla porta gol facili di testa. Aveva paura di farsi male a colpire con la fronte.

Quel giorno era speciale, per il nuovo pallone e perché la sera c’era la finale di coppa del mondo. Dovevano prepararsi anche loro per partecipare all’evento.

La partita era tra Italia e Germania, eccezionalmente con due porte e due portieri. Cinque contro cinque. Italia maglie bianche, azzurre o quasi. Calzoncini neri e verdi. Germania maglie blu o quasi. Calzoncini bianchi, rossi e verdi. L’arcobaleno proseguiva con le calze corte o lunghe. Arbitro non necessario. Avrebbe vinto chi per primo arrivava a dieci reti. Il campo era pronto, predisposta anche la seconda porta utilizzando alcuni mattoni come pali.

Già dalle prime battute, qualche spettatore a bordo campo. La partita iniziava da subito molto combattuta e sentita da entrambe le parti, tra attacchi e contrattacchi. L’Italia partiva subito in vantaggio, specie per le acrobazie del nostro eroe. Il resto della squadra italiana era una massa agitata, un’orda di gambe e calci che si spostava ora qua ora là, all’inseguimento del pallone. Per l’importanza dell’incontro giocava da regista. Chiedeva la palla e la smistava, urlava consigli, si dava da fare. Il suo modo di giocare migliorava minuto dopo minuto.

Uno strano passa parola diffondeva la notizia dell’evento che si stava realizzando in quella porzione di terra battuta rimasta tra i palazzi. Uno scontro di dieci giovani ragazzi che davano l’anima, immedesimati fortemente nelle loro squadre. Un mare di colori, di forme e tipi in un’accozzaglia fatta di euforia e voglia di giocare.

Nessuno si sbagliava. Neppure chi assisteva allo spettacolo. Dal vicino bar affluivano diverse persone, armate di birra, decise a fare il tifo per l’una o l’altra squadra. Alcuni ragazzi erano loro figli. Altri si accodarono per curiosità, compresi due motociclisti di passaggio.

Il rumore intorno alla partita aumentava. Cominciavano a farsi sentire urla quasi da stadio. I bambini più piccoli che giocavano a nascondino, avevano interrotto il gioco per assistere alla partita. Da pochi e ingenui spettatori iniziali, si era passati a diverse decine. I giocatori sentivano su di loro il crescere delle attese.

La partita continuava senza interruzioni. La Germania si faceva sotto, recuperando lo scarto che li vedeva soccombenti. Un paio di azioni strabilianti e una parata miracolosa del portiere italiano portava il risultato su un punteggio di 9 a 8.

Si sentiva l’approssimarsi della fine. Si giocava da quasi due ore, senza soste. Si doveva giungere al termine della partita entro breve. La TV aspettava tutti per la finale di coppa del mondo. Qualche mamma aveva cominciato a chiamare i propri figli.

Italia, tutti in attacco, Germania, tutti in difesa, dall’altra parte. L’Italia sembrava finalmente schiacciare l’avversario.
Il pallone viaggiava per aria verso la porta germanica. Sfidando la gravità, il nostro eroe si lanciò verso l’alto.

Dietro la porta, il pallone stava per superare il portiere, l’estremo difensore della squadra. Gol.   All’aria aperta, senza tappeto verde, ma era lo stesso. Il portiere caduto celava la sua faccia per “non vedere l’amara luce”. Gli occhi erano pieni di lacrime.

Uno dei compagni della squadra lo invitava, con le parole e con la mano, ad alzarsi. Il senso della sconfitta, la gioia rovesciata. La gloria è un sorriso fugace. I pochi momenti di gioia del vincitore, accanto a quelli in cui si consumava l’avvilimento del perdente. La commozione era per entrambi.

Il gol della vittoria mondiale era il suo, di testa, o meglio di nuca. Applausi, urla e qualche pernacchia.   Apoteosi della folla, dei compagni, di tutti i bambini presenti.

Io ero tra quelli, mi ero commosso nel vedere quel gol. Ripensando a quando   bambino, approssimativo nel palleggio, nei giochi di gambe, troppo grassoccio per colpire bene la palla di testa o di piede, in una parola imbranato, provavo un po’ d’invidia nel vedere questo ragazzo, maglietta sporca e sdrucita, calzoncini neri, riuscire a completare una bella impresa.

Finita la partita, tutti a casa. Si era fatto tardi. Minestre e pastasciutte attendevano gli sportivi.
Alla TV la finale della coppa del mondo, undici contro undici. Tutti seduti in poltrona ad ammirare lo spettacolo. In un grande stadio, con tanto di arbitro e molte persone sugli spalti e gradinate, membri della real casa e presidenti della repubblica compresi.      

Abbiamo festeggiato l’Italia campione del mondo di calcio per l’anno 1982. La finale con la Germania l’ho vista al bar insieme a molta altra gente. Alla fine della partita tutti in strada con caroselli d’auto e motorini, bottiglie di birra, trombette. Canti e momenti di gioia collettiva. Sono spuntati fuori persino i coriandoli e le stelle filanti. Ha festeggiato anche il Presidente Pertini con la sua pipa.

In tutto quel trambusto, uno ha gridato, Viva l’Inter: non si è capito bene il perché.
Un altro signore ben vestito gli ha risposto con Viva Garibaldi.


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Campioni del mondo — 19 Giugno 2010 @ 14:19

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