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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “Il regno dell’uomo”

24 Ottobre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Sgorlon si laureò alla Normale di Pisa e dunque un certo ambiente universitario aperto ad intelligenze fuori della norma era a lui familiare. Il romanzo si apre proprio con l’ingresso del protagonista in un prestigioso ateneo universitario milanese, Palazzo Brandis (frutto della fantasia dell’autore), dove la sua alta e poderosa figura di montanaro viene subito notata dai compagni che tentano di prendersi gioco di lui. Ma Basilio Arvenis è fatto di una stoffa che non si lascia lacerare e di una indole che sa reagire grazie alla sua forza fisica e alla calma immutabile del suo carattere. È figlio di Domenico, che ha fatto il muratore a Praga, dove ha conosciuto e sposato Olga Korolenko, “la quale lavorava al Teatro delle Marionette”. La donna era originaria della zona di Tula, e la sua famiglia era stata costretta a fuggire dalla Russia negli anni Trenta. Aveva insegnato al figlio la lingua della sua terra e così questo fatto rende agli occhi dei compagni la figura di Basilio ancora più interessante. Una volta che uno di loro aveva usato parole offensive nei confronti della madre, lui l’aveva afferrato per il collo e tenuto penzoloni nel vuoto finché non avesse ritirato l’offesa. Ce lo tenne per ben dieci minuti senza mostrare “la minima intenzione di modificare le cose, né la più piccola stanchezza a reggere il peso del compagno nel vuoto.”. Finché il compagno si arrese. Un’altra volta i più anziani avevano steso dei materassi sul suo corpo e vi si erano seduti. Lui li aveva lasciati fare, ma ad un certo punto si era spazientito e li aveva scaraventati a terra e per dimostrare loro la sua eccezionale forza fisica “con un gioco delle dita fece pressione sul dischetto di nichel e lo piegò come fosse di stagno.”.

Si avvertono già i sintomi delle inquietudini che contraddistingueranno il famoso “sessantotto”, ossia gli anni della rivolta studentesca. Basilio mostra di non sentirsene attirato, ed anzi di desiderare una specie di estraniamento da tutto ciò, di avvertire una specie di ribellione risorgente dalla sua natura di uomo di paese, anzi di “montanaro”. Ma è costretto ad immergervisi ed è l’occasione per una disamina, anche attraverso un suo amico entusiasta e attivo, Sandro Piromalli, di ciò che sta accadendo alla gioventù studentesca intenzionata a cambiare il mondo: “il Movimento non era più soltanto se stesso, ma una rivoluzione.”.

Uno Sgorlon, dunque, come ha fatto in tanti altri romanzi, non solo avvinto dal fascino del mistero e della magherìa, ma anche dagli accadimenti reali della società, non sottraendosi mai ad esprimere il suo punto di vista (lo farà anche sul fenomeno delle Brigate Rosse).

Ciò che accade all’università non è in sintonia con il suo spirito. Quando decide di tornare a casa e lì prepararsi per gli esami del secondo anno, troverà i genitori mutati a causa della sua assenza, soprattutto la madre Olga. Solo la sua presenza a poco a poco le farà tornare il giovanile spirito allegro e fantasioso. La donna riprenderà a fabbricare costumi e bambole per il teatro. Il giorno che ricevono l’invito a teatro, la Fenice di Venezia, da parte del ricco industriale ed editore del Movimento studentesco Michele Chattendorf (in cui è facilmente identificabile un grosso editore italiano), dove si dava un’opera musicale moderna di un discepolo austriaco di Schönberg, la delusione di Basilio è grande: “Non era un fluire di note, fuse e mescolate dall’armonia, ma un procedere stentato e faticoso di suoni, spesso staccati e disarticolati, isolati, che sembrava soffrissero della loro solitudine e della vicinanza dissonante di altri.”. Invece lo affascina il lavoro della madre che, nel fabbricare marionette, ripercorre la tradizione russa delle favole, le quali “paiono appartenere a una piccola regione soltanto, e poi ci si accorge che, con poche varianti, hanno una diffusione continentale.” È lavorando con la madre, “rifacendo le sceneggiature di Olga, delle favole russe” che scopre “che il maneggiare della parola gli dava un appagamento più intenso che usare i pennelli e la tavolozza.”.

Come vedremo in seguito, una tale momentanea (si laureerà in lettere) pausa da Palazzo Brandis, ossia dall’università e dal Movimento studentesco, sarà occasione per Basilio di cominciare a conoscere meglio se stesso per prepararsi a intravvedere e infine a scegliere il percorso della sua vita. Ai genitori dichiarerà: “Ciò che io desidero è un ritorno alla semplicità e alla chiarezza. Oggi studiare vuol dire vivere nell’equivoco.”. Così si metterà a girare per il quartiere del suo paese, Torralta, e ad osservarne le botteghe e gli uomini: “Si fermava in quei luoghi dove, dentro vecchie botteghe scure e polverose, lavoravano carpentieri, intagliatori di cornici, pittori di mobili, argentieri.”.

Riconosce che è il suo mondo: “La verità era questa, che Basilio non sapeva vivere dentro il suo tempo, come gli altri, e sentire i loro scopi collettivi. Era refrattario. Stava in mezzo a un’infinità di gente che aveva l’influenza, ma lui non riusciva a prenderla, perché i suoi globuli bianchi distruggevano i batteri appena mettevano piede nel suo sangue.”. Al contrario di quanto avviene alla sua amica pittrice Patrizia che fa di tutto per strappare le sue radici dalla atavica vita contadina della sua famiglia, ma sempre con esito alterno.

È in questo romanzo che si ha la prova più evidente che tutti i protagonisti che abbiamo incontrato e incontreremo nei suoi romanzi altri non sono che lo stesso Sgorlon, a riprova di un insegnamento che ha inteso lasciare alla nostra generazione. Ossia che la modernità distrugge, così come era accaduto “con la grande torre di mattoni, un po’ sbiaditi dal tempo.”: “Anni avanti, prima che Basilio nascesse, le torri erano state due, ma una era stata abbattuta. In ogni città infatti, come in ogni uomo, v’è una parte sciocca, non bene attrezzata per pensare, e questa aveva smantellato la torre per allargare una strada e aumentare il passaggio delle automobili.”.

L’attacco alla modernità è rivolto anche all’arte. Con virulenza. Basilio, al contrario di Patrizia che esalta la modernità fino ad arrivare a corrompere la sua stessa esistenza, la contrappone a quella armonica del passato e sceglie quest’ultima senza esitazione: “Distrutto l’archetipo dell’armonia, ogni strada diventava percorribile.”. E poco prima scrive: l’artista moderno “A questo fine inventava un timbro subito riconoscibile, i buchi, i tagli, le forchette, le zigrinature, le ondulazioni, o qualcosa di analogo, perché ciò che contava era essere ben separati dagli altri, e dalla natura stessa.”.

Basilio ha due vocazioni, la pittura e la scrittura, ed è quest’ultima quella che lui definisce la sua “terza nascita”. È nauseato e scoraggiato dai numerosi libri che si scrivono e che fanno mostra di sé nelle librerie, ma la sua vocazione di “narratore di storie” è troppo forte fino al punto che scrive un romanzo, una storia, e rileggendola si accorge che gli piace. Nella motivazione che adduce con tanta forza e convinzione egli riesce a sintetizzare tutta la sua poetica. Credo che non l’abbia mai fatto in questa forma mirabile: “Per scriverla era ricorso a strane alchimie, bizzarrie storiche, mescolato il reale con l’immaginario, ed evocato personaggi di tutti i luoghi e di tutti i tempi, come li avesse invitati al fantastico tè del cappellaio matto. Per scriverlo era salito sopra un tappeto volante, che l’aveva portato in cento luoghi diversi, e aveva chiamato geni che uscivano da una lampada di rame alla sua più fievole invocazione.

È la magheria presente nei romanzi di questo scrittore, dal primo all’ultimo, quando con maggiore quando con minore intensità, ma essa è il suo timbro, il suo marchio d’autore.

Ma non finisce qui la sua reprimenda contro gli artisti, che lui chiama spregiativamente “europei”, in quanto cercano di sradicarsi dalla natura e dalle proprie radici. Il suo attacco troverà i suoi toni più alti con l’arrivo di uno di questi a casa sua, un cugino della madre Olga, Trajan, che, pur vestito come uno straccione, rivela di essere, per la molta corrispondenza che riceve e la collaborazione a numerose riviste d’avanguardia, un intellettuale molto conosciuto, seguace delle teorie (che Sgorlon considera fallimentari) di coloro che desiderano rivoluzionare e rovesciare il mondo, senza sapere però che esso è “l’essere sterminato” da cui nessuno potrà mai separarsi.


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Bart