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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “La contrada”

17 Ottobre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Immagino l’entusiasmo dell’editore quando si trovò a leggere il primo capitolo di questo romanzo, uscito nel 1981. È intitolato “Il ritorno”, poiché al paese arriva la notizia che Matteo, emigrato in Alaska diciotto anni prima, fa ritorno a casa. La famiglia e il paese sono in fermento. È inverno, fuori tutto è gelato, fa un freddo cane, ma gli amici non hanno alcun indugio: bisogna prendere il carro e correre a prelevarlo alla stazione. È un viaggio tra il freddo e il ghiaccio, immerso in una scenografia siberiana, che mozza il fiato. “Lazzaro sentiva nell’aria l’odore della neve e ne era tutto eccitato. Correva nella bora come un lupo nella steppa, dentro alla notte che stava cadendo rapidamente. Incitava i cavalli per le strade deserte, e i cerchioni di ferro risuonavano sul selciato come un rombo di terremoto.” Pagine scritte così se ne trovano poche. Sono frasi fissate come il gelo sui vetri delle finestre, negli anfratti dei roggi, nei paioli dove l’acqua si è rappresa, sconfitta dall’inverno. Non è un caso che solo due anni più tardi, nel 1983, uscirà, sempre con Mondadori, “La conchiglia di Anataj”, che imprime nel lettore immagini indelebili della più profonda e gelida Siberia.

L’arrivo di Matteo sembra rappresentare, così, lo scuotimento e il ridestarsi di un’amicizia collegiale sopita. Grazie a lui e intorno a lui tutto pare risvegliarsi da un lungo letargo come se tutti quegli anni non fossero passati: “Li aveva liberati tutti dalle loro antiche incrostazioni, dai loro falsi strati d‘intonaco, e aveva riportato alla luce gli antichi preziosi affreschi che possedevano…”. Solo Tullia non è più una bambina come Matteo la ricordava. Ora possiede “una sua grazia particolare”. Di notte quando la combriccola si muove bevendo e cantando, lei viene per ultima “con la lanterna oscillante.

Il lettore avverte sin d’ora che tutta questa felicità non può durare. È stato dipinto una specie di paradiso terrestre in un minuto paese dove ancora si conduce una vita ricca di gratificazioni. Olga fa la modista di cappelli, suo fratello Renzo scolpisce statue in legno di Santi (la loro madre era morta investita da una carrozza quando ancora erano piccoli); Dino gestisce l’osteria, Lazzaro e il padre Zaccaria fanno i carbonari, Marfa, fuggita dalla Polonia poiché ebrea, fa la contadina e va in giro per il paese portando con sé le sue oche, Bernardo, il padre paralitico di Matteo, dipinge ex voto, la madre Adele fa la mugnaia; poi ci sono il maniscalco, il tintore, l’arrotino, “ossia il padre di Tullia”, il materassaio, lo spazzacamino, e così via. Ognuno ha il suo lavoro che lo soddisfa e lo aiuta a campare.

Tullia è la prima ad avere sentore di una tale temporaneità passando una sera con la comitiva di amici vicino ad un convento di suore di clausura: “Tullia pareva attraversata da una sottile nostalgia di trovarsi anche lei laggiù, dentro la cappella, con le suore, e di vedere il mondo soltanto attraverso le doppie grate di un parlatorio…”. È già un desiderio di estraniamento e di paura.

Era già successo a Zaccaria il carbonaio, padre di Lazzaro, anni prima quando era morta la moglie e dopo le condoglianze di rito ciascuno degli amici era tornato ai fatti suoi: “In quell’occasione gli uomini lo avevano tremendamente deluso, e lui li aveva visti rapidamente rimpicciolirsi, ridursi alla statura di rospi o di scoiattoli…”.
Ancora una volta il seme del male si annida dentro l’uomo. È da lì che può crescere e svilupparsi.

Sgorlon non rinuncia a fare una dettagliata analisi, forse tra le più insistenti, dei vari personaggi che animano la contrada, come se fosse una preliminare necessità. Matteo ha portato un clima di gaiezza e di spensieratezza contagiosa. Anche lo sconosciuto Ranieri, che non si sa da dove provenga, ma pare, dal fondo della sua parlata, un uomo del sud, che Matteo ha voluto assumere al mulino: è uomo di garbo e di compagnia, oltre che amante del suo nuovo lavoro. Nella combriccola prenderà il posto di Giordano, un compagno morto tanti anni prima.

Tuttavia anche Matteo “al di là della facciata, avvertiva gli scricchiolii di frane misteriose…”.
Ossia: gli uomini hanno già tutto ciò che può renderli felici, ma è la loro ingordigia a tramutarli e a dannarli: “Non si erano accontentati del treno. Avevano inventato anche le automobili, i camion, i dirigibili, i veicoli. Pareva che niente potesse fermarli.”.

A volte sono i ricordi a rimediare alla modernità come quello che ritorna in Matteo dell’attrice Paola Serini che, pur avendo il doppio di anni di lui, era ancora bellissima, e gli si donava con gioia: “soprattutto la ringiovanivano le risate e gli scintillii negli occhi. Il suo riso era simile a una cascata di sassolini o di perle sulle piastrelle del pavimento, e i suoi scrosci parevano rimbalzare addosso alle cose e alle persone.”.
Viene anche lei dal mitico paese di Andoris, dove non nascevano che donne belle, tutte destinate a diventare prostitute o cortigiane di altissimo bordo in Venezia.

Ma anche ricordi brutti, come quelli di Adele che rammenta l’incendio che uccise in teatro l’illusionista, oppure la volta che, a tre anni, cadde nella gora e fu trascinata per un centinaio di metri e salvata per i capelli poco prima che entrasse “nella condotta forzata del battiferro.”. Questo ricordo l’assale la notte in cui alla porta bussa con insistenza “una mendicante alta, ossuta, col viso teschioso, anche più vecchia di lei, ma carica di una energia tagliente e spigolosa.” Il pensiero del lettore corre subito alla morte che è venuta a riscuotere la sua mercede, ed infatti Adele riempie la sporta che la sconosciuta ha con sé “di farina, con una paletta di legno. La vecchia, soddisfatta, finalmente sorrise con la bocca sdentata e se ne andò.”.

Matteo per un certo tempo fa da calamita al risveglio e al mutamento: “Si aveva l’impressione, con il suo ritorno, che tutte le residue paratoie e saracinesche divisorie della contrada si fossero dissolte.”.
Il suo appare subito un compito enorme. Deve ripulire la contrada dalle incrostature formatesi nel frattempo e portate dalla modernità. Potrà mai farcela?

Tullia (la cui madre l’aveva abbandonata da piccola fuggendo con un sensale di braccianti austriaco), ancora una ragazzina, ci crede, ed è un po’ innamorata di lui. La sua giovinezza è protesa verso la galvanizzante e misteriosa attrattiva di questo uomo ritornato da tanto lontano: “avrebbe affrontato traversate di tetti e di abbaini per arrivare nelle segretezze delle sue stanze, all’insaputa di tutti…

Perché non immaginarla come una specie di Trilli disneyana (anche in rapporto allo “splendore fosforico del suo corpo”) che a poco a poco, prendendosi gioco dei ragazzi che prima dell’arrivo di Matteo le giravano intorno, cresce per diventare una donna matura? Sono soprattutto i capitoli dedicati al carnevale della contrada a richiamare una simile immagine, oltre che a trasfondere la delizia di una festa contadina un tempo tanto partecipata.

Ma Tullia (personaggio insolito in Sgorlon e straordinario) sarà delusa dall’atteggiamento di Matteo che ama un’altra donna, la sarta Adriana, venuta dal mitico paese delle donne belle, Andoris, e sembra che la vita nella contrada, con il mutamento di Tullia, si prepari a vivere una seconda vita non più gaia come la prima. “Renzo, o Lazzaro, o Matteo avevano la sensazione d’avere degli strani cappucci sulla testa, e di andare avanti a casaccio, senza un piano, e di non capire come mai il tempo e la vita passassero così, senza mettere radici, senza dare loro il tempo di osservarli ben bene.” Questa volta a sentirsi abbattuti sono uomini che non avvertono alcuna smania del progresso, contenti della vita che conducono. Dunque qualcosa dentro di loro si sta rompendo.

Sgorlon, pur non trascurando le calamità naturali che accadono vicino al paese, si fa indagatore di anime. C’è un forte legame tra la natura e l’uomo ed esso spesso non ha riscontri manifesti e occorre scendere nell’intimo dei personaggi per trovare, se possibile, una risposta ed un collegamento, ben sapendo, come pensa Matteo, “che le cose nascevano nel buio e nel mistero, e di esse si conoscevano sempre le gemme e i rami, e mai le radici…”.

Così accade per il veglione di mezza quaresima. Matteo prepara una ricca festa, durante la quale tutti paiono divertirsi, c’è nell’aria una grande euforia, ma a un certo punto qualcosa muta. È appena passata la mezzanotte. La mattina Matteo si domanda che cosa possa essere successo. Gli invitati non sono più gli stessi della festa; Matteo avverte sensazioni e inquietudini. Anche la moglie Adriana percepisce che la vita con lui non le è più sufficiente. La sua bellezza ha bisogno di continui corteggiatori. La sua femminilità deve essere continuamente desiderata ed inseguita.

Tutto accade all’improvviso e nel mistero. Il legame tra l’uomo e la natura esiste ma è imponderabile. Disorienta. Dà inquietudine e malinconia, “forse perché in ogni cosa si nascondeva una beffa grandiosa del destino. Perché in tutte le cose agiva un meccanismo che aveva come meta finale una grande impostura. “. È a Lazzaro che vengono questi neri pensieri, ma è anche un momento di smarrimento della fede nella natura dell’autore. Addirittura Adele, la madre di Matteo, avrà la sensazione di essere perfino diventata inutile. Un tale sconvolgimento che afferra la contrada e i suoi personaggi persiste, anzi è destinato ad approfondirsi, nonostante Matteo cerchi di resistergli, di ritrovare, anche con il suo gruppo musicale, accolto per un certo tempo festosamente nei paesi del circondario, il brio della giovinezza perduta: “Era la nebbia di chi, a un certo punto, sentiva aumentare la bizzarria delle cose, sapeva di avere gli occhi gonfi di sonno, e di essersi perso in regioni senza ritorno…”.

E proprio il personaggio di Matteo (“Che non parlasse più pareva loro non tanto un segno del male, quanto una sorta di polemica contro la vita e contro il destino.”) pare richiamare in certi punti del finale la malinconia e le misteriose avversità dell’esistenza tanto care a Thomas Hardy. Come pure l’incendio di palazzo Molnar richiama alla mente quello presente in “Jane Eyre”, il romanzo di Charlotte Brontë.

Colgo l’occasione per segnalare che pressoché in tutti i romanzi Sgorlon fa uso di particolari metafore, ossia aggettivazioni ed anche qualcosa di più, che accompagnano spesso i sostantivi affinché assumano un più fantasioso senso e significato. Segno ancora una volta della sua bravura di narratore. Faccio alcuni esempi tratti da questo romanzo: bozzolo irsuto della sua solitudine, vergogna donnesca dello svenimento, vituperosa malignità del destino, la trattavano come un dito maturo, la spina segreta della confusione, la sorte ci metteva la sua rossa coda di volpe, la fata della mutevolezza, fabbricare una faccia cupa e preoccupata, la fontana della sua ricchezza, i funghi velenosi della vecchiaia, miele di donna, pozzo dei sarcasmi feroci, aveva le lacrime in tasca, fantasma pantanoso, idea superbiosa, ventosa avventura, crateri lunari di stupore ansante e fuligginoso, muta affannosa dei perché, il grillo della curiosità, la fitta vegetazione delle sue fantasie, le muffe verdastre della vecchiaia.

Siamo in presenza senza dubbio di un romanzo “magico e sciamanesco”, tra i migliori di Sgorlon.


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Bart