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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carolina Invernizio: “Il bacio di una morta”, 1889

8 Febbraio 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Sono ben oltre un centinaio le opere di questa autentica e imbattuta regina del gotico, che godette di un successo di pubblico davvero invidiabile: una straordinaria macchina da best seller. Di contro non godette dei favori della critica. La stessa sorte toccata a Francesco Mastriani (1819 – 1891), anche lui autore di oltre cento opere.
I suoi romanzi, il primo dei quali fu “Rina, o l’angelo delle Alpi”, del 1877, hanno visto varie riduzioni cinematografiche. “Il bacio di una morta”, di cui ci occuperemo, vanta due trasposizioni: la prima del 1949 ad opera di Guido Brignone; la seconda del 1974 per mano di Carlo Infascelli. Entrambe con lo stesso titolo del romanzo.
Un’altra opera celebre è “La Sepolta viva”, del 1896, che ad essa è strettamente congiunta, come lo è “La vendetta di una pazza” annunciata dall’editore come “seguito e fine al «Bacio di una morta »”, e uscita nel 1894, inframezzata da “L’orfanella di Collegno”, del 1893.
Il bacio di una morta” si apre con una lunga dedica al marito Marcello Quinterno, che va segnalata per la delicatezza del sentimento e per il debito di riconoscenza che l’autrice riconosce nei confronti del marito: “Se la mia vita triste, ritirata, ha un lato luminoso, è la vostra tenera e cordiale bontà per me. A voi debbo l’ispirazione di molti miei lavori; voi svegliaste in me l’idea di sollevarmi alquanto dalla mediocrità.”
Alfonso, sposato con una donna andalusa, Ines, non ha più notizie della contessa Clara Rambaldi, sua sorella. Un giorno riceve da lei una richiesta d’aiuto e quando giunge a casa sua apprende la notizia che è morta da pochi giorni.
La morte farà da guida a questa storia. Essa sarà sempre presente, sin dalla visita che Alfonso ed Ines faranno alla tomba della sorella: “Il solenne silenzio che regna in quel luogo, sacro al riposo dei morti, i grandi alberi, le croci mortuarie, tutto è propizio alle più folli e deliranti visioni. La è la morte: davanti, di dietro, al nostro fianco, sotto i nostri passi, sotto l’erba che calpestiamo; è impossibile sottrarsi al suo pensiero. Anche l’uomo più forte, più scettico trema, si sente il cuore stretto da una gelida pressione. I monumenti assumono ai nostri occhi un aspetto strano, fantastico, bizzarro; ombre vaghe, sfumate, sembrano librarsi dinanzi a noi, fra le tombe, nell’aria; un sudor freddo scorre per tutto il corpo, le labbra diventano mute.”
La bara, che si trova depositata nella cappella in attesa della sepoltura, viene scoperchiata e assistiamo ad una descrizione di Clara che ci suggerisce il confine labile tra vita e morte. Clara sembra viva, la sua bellezza è intatta. Potremmo definirla viva o morta, indifferentemente: “Ella era bella di una celeste purezza, e sotto quelle trine candide, con quel vestito bianco, pareva una vergine assopita nei pensieri del cielo.” È un passaggio chiave, che va al cuore stesso della ispirazione e della poetica dell’autrice, strettamente legate al suo tempo. L’aspetto gotico e macabro è rafforzato qui da un romanticismo in certi punti perfino esasperato, che però in quegli anni conquistava ed esaltava molti lettori. Non è da escludere in questo rapporto tra la vita e la morte, in questa corrispondenza di sentimenti tra i vivi e i defunti, la suggestione dell’opera foscoliana “Dei sepolcri”, del 1806.
Il racconto si svolge quietamente, con tempi mai frettolosi, anzi tendenti ad una sorta di dilatazione. Si direbbe che sia proprio da questa dilatazione che derivi, pur nel macabro in cui ci ritroviamo immersi, la leggerezza della storia. Se si eccettui lo stile che paga un largo tributo al suo tempo (“Clara teneva i gomiti appoggiati alla balaustrata e con una delle bianche e affusolate mani sosteneva la bionda testa. Non si poteva vederle il viso, ma dai sospiri frequenti che le sollevavano il petto, si capiva l’affanno che le pesava sul cuore.”), si potrebbe dire che il gotico della Invernizio è agli antipodi degli horror che invadono la narrativa e il cinema di oggi, allo stesso modo che il poliziesco di un Conan Doyle o di un’Agatha Christie sono lontani dai pesanti e spesso violenti gialli che invadono gli scaffali delle librerie.
Nella trama compaiono anche tracce di quel fiabesco macabro (figli sgraditi e allontanati) che ritroviamo in tante favole, da Cenerentola, a La bella addormentata nel bosco, a Pollicino, e così via, per limitarci alle più note. Poco o niente invece troviamo di quanto di importante era appena accaduto o stava accadendo in Francia con autori come Stendhal, Balzac, Flaubert, Hugo, Maupassant, Zola, se si fa eccezione per Alexandre Dumas e Eugène Sue, ai quali la Invernizio è debitrice di qualche tributo (ad esempio a “Il conte di Montecristo”, nel camuffamento di Clara – “la Dama Nera” – recatasi a Parigi per vendicarsi sul marito e ritrovare la figlia Lilia). I due autori d’Oltralpe, infatti, assai famosi e popolari, non possono essere stati ignorati dalla Invernizio, che ne deve aver assorbito, da essi più che da taluni minori, alcune fantasie.
Da quando Clara è uscita dalla catalessi che l’aveva fatta credere morta, la storia ripercorre per larga parte l’antefatto. Ossia, Clara viene a sapere da un   vecchio e devoto servitore della madre defunta, Nemmo, dell’esistenza del fratello. Ne prende cura, all’insaputa del padre, che lo crede precipitato in un burrone come gli ha raccontato, mentendo, il capraio Ronco che lo accudiva sin dalla nascita, e ne fa un giovane elegante e istruito.
Il rapporto tra Alfonso e Clara, della quale Guido ignora che il primo sia fratello, sarà causa di incomprensioni e litigi tra i due sposi. Come lo sarà Nara, l’affascinante e malvagia ballerina, che, sedotto il cuore di Guido, si frapporrà fra lui e la moglie. Questa è una delle descrizioni di lei: “Era splendidamente bella ed abbigliata con elegante semplicità. Nulla di più voluttuoso dei suoi occhi grandi, stupendi, dalle pupille luminose: il suo colorito bruno era alquanto animato: le labbra sensuali, di un rosso vivissimo, spiccavano sullo smalto dei denti bianchi, umidi, come quelli di un fanciullo: la bruna lanugine, che gettava una specie d’ombra agli angoli della bocca, dimostrava il carattere focoso, appassionato di quella donna: le sue narici rosee si dilatavano frementi: nello sguardo aveva qualcosa d’indefinito, d’imperioso.”
Mescolando a tratti il genere macabro con quello cavalleresco, l’autrice tesse una trama che si va via via infoltendo e complicando, sostenuta com’è da una immaginazione ricca indubbiamente di notevoli suggestioni. Sciantose maliarde, conti, duchi e marchesi, duelli, fughe e riapparizioni, veleni, collegano la Invernizio alle correnti europee del romanzo avventuroso e popolare.
Non si può nascondere che il peso degli anni grava fino alla fine sul romanzo, in vero più sulla scrittura che sulla cupa storia, la quale, infatti, ancora mantiene tesi i fili della narrazione. Figlia intera del suo tempo (si pensi all’uso di certe parole, come colpabilità in luogo di colpevolezza), ne consegna a noi le tracce con una testimonianza di consuetudini e di sentimenti oggi del tutto mutati.


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4 Comments

  1. Pingback by LETTERATURA Carolina Invernizio Il bacio di una morta 1889 : cinextutti — 8 Febbraio 2009 @ 07:15

    […] Fonte Bartolomeo Di Monaco […]

  2. Commento by Mariapia Frigerio — 8 Febbraio 2009 @ 12:33

    Che piacevole sorpresa trovare Carolina Invernizio. E grazie, Bartolomeo, per dedicarti anche a quella che per molto tempo è stata considerata una letteratura di serie B, con un criterio ormai del tutto superato come quelle assurde divisioni -improponibili oggi- tra arti maggiori e arti minori. Per quanto mi riguarda ho amato la signora in questione per averci dato una topografia attenta di due nostre città: Firenze e Torino. Uno dei pochi intellettuali coraggiosi, l’unico in verità, che non la lesse di nascosto fu Giovanni Papini, che proclamò Carolina Quinterno nata Invernizio “la più grande scrittice d’Italia”. E se per grande intendeva la più amata, la più letta, la più ricca di fermenti, magari inconsapevoli, aveva anche ragione. Salvò dal fallimento la casa editrice Salani e fu amatissima dai nostri emigranti, per cui si arrivò a noleggiare interi piroscafi per portare i suoi libri nell’America Latina. Possiamo intuire i motivi del suo successo: prese quasi alla lettera le parole di Gramsci sull’identificazione del proletariato nell’eroe perseguitato. Ma ragioni più sottili giustificano il suo successo “segreto” a tutti i livelli. I suoi romanzi sono le letture osées a uso della coscienza. “Contemporaneamente a Freud, sia pure per motivi alquanto diversi, questa gentile maestrina di Voghera ha scoperto che i cattivi e i buoni differiscono al massimo, nel colore dei capelli”, scrive di lei, con la solita ironia graffiante, Ida Omboni. Riguardo alla Invenizio tutti si ricorderanno lo spettacolo di Paolo Poli “Carolina Invernizio” degli anni Settanta (testo pubblicato dalla Milano Libri Edizioni) e il saggio di G.Davico Bonino “Carolina Invernizio- Il romanzo d’appendice”, Gruppo Editoriale Forma.

  3. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Carolina Invernizio: “Il bacio … — 8 Febbraio 2009 @ 12:40

    […] Fonte Articolo:   Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Carolina Invernizio: “Il bacio … […]

  4. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 8 Febbraio 2009 @ 17:26

    Come ha potuto la critica ufficiale “maltrattare”, come ha fatto, l’opera della Invernizio, quando questa godeva di un immenso favore e riconoscimento popolari? Spesso i critici assumono, a mio avviso, posizioni preconcette, sono lontani dal reale e, talvolta, si dimostrano persino personaggi, se mi è consentito, “con la puzza sotto il naso” e di grande supponenza. E se prendono di mira negativamente un autore, arrivano anche a distruggerlo. Per fortuna c’è il consenso popolare che rende giustizia. Consenso che vale, per me, assai più di tutti i critici messi insieme, e li mette in minoranza
    Gian Gabriele Benedetti

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