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LETTERATURA: Carolina

19 Dicembre 2008

di Dino La Selva
[E’ uscito in questi giorni il suo ultimo libro, “Mosaico di Paese”, edito da Maria Pacini Fazzi, Lucca]

Carolina era una vecchia popolana sammarchese (1) un po’ stramba, nubile beghina, approdata al nostro servizio in anni tempestosi, verso la fine del 1940, dopo aver trascorso la giovinezza nel vivaio di fantesche di donna Michelina G., la più ricca proprietaria del paese, e la maturità presso una famiglia di Napoli. A quei tempi la mia girovaga famiglia risiedeva a Roma e così in vecchiaia Carolina diventò romana.
    Era una settantenne scura di pelle e di capelli, di media statura, grande di mani e di piedi, magra ma forte come un asino, con una salute e una stomaco di ferro. Aveva una bocca larga fin quasi alle orecchie e completamente sdentata, ma con le gengive così taglienti che riuscivano a masticare qualsiasi cosa, e nella quale gettava confusamente e indistintamente tutto ciò che trovava di commestibile in quegli anni calamitosi: vegetali crudi o cotti, frutta acerba, croste di pane, pelli di salame, teste di pesce, bucce di formaggio, uova fresche o avariate.
    Nonostante fosse vissuta lunghi anni in città continuava a vestire secondo l’uso tradizionale del nostro paese, con la camicetta bianca stretta in vita da una cintolina di stoffa e la gonna pieghettata (“tunacedda”) lunga fino alle caviglia. I piedi li aveva tremendamente deformati. Appena arrivati a Roma mio padre la condusse alla Previdenza Sociale per assicurarla, e per l’occasione essa mise un paio di scarpe chiuse. Camminò per Roma tutta la mattina e quelle scarpe le ridussero i piedi in condizioni pietose, tutti vesciche, sbucciature e calli infiammati. Da allora portò solo le scarpe da uomo usate che le passava mio padre; ma non le portava regolarmente chiuse e allacciate: la prima cosa che faceva quando mio padre gliene regalava un paio era di tagliar via con un coltellaccio tutta la parte posteriore della tomaia e di trasformarle così in miserevoli orribili ciabatte.
    Come tutti al nostro paese aveva il gusto, direi quasi il genio dei soprannomi, e ne aveva appioppato uno per ciascuno a noi ragazzi. Così io, occhialuto fin dalla prima infanzia, meditativo e con una spiccata predilezione per la lettura, ero diventato “Lu professore”. Mio fratello che, essendo il secondogenito, temeva di essere trascurato per colpa mia ed invocava sempre a gran voce “giustizia”, pretendendo di dividere fra noi due tutto in parte perfettamente uguali, dalla fetta di carne alla mela ai fagioli nel minestrone, era diventato il giudice, “Lu magistrate”: Mia sorellina, pallina bianca e rosea, graziosa e sorridente nelle sue vestine corte, era “La rosa de magge”. Ciò che a noi bambini non andava a genio erano le sue idee antiquate e decisamente reazionarie riguardo all’educazione dell’infanzia. Quando dopo pranzo mio padre era di buon umore cercava di agguantare uno di noi per scherzarci un po’; se ci riusciva se lo tirava sulle ginocchia e cominciava amorosamente a strigliarlo. Alle nostre proteste e tentativi di fuga si rivolgeva con aria candida a Carolina: “Carulì, che dice…Lu pozze palijà?” (2)E Carolina con aria serissima e ieratica: “Tutte t’ha fa fà , da pàtete!” (3) Appena vedeva uno di noi buttare per terra un pezzetto di pane (e glielo facevamo apposta), diventava scura in volto, ci chiamava e ci sgridava. E pretendeva che ci genuflettessimo, facessimo il segno della Croce e lo baciassimo prima di mangiarlo o di riporlo nel cesto.
    E qui entrano in ballo i due elementi essenziali dell’animo di Carolina: la fede religiosa atavica e l’altrettanto atavica fame.
    La fede era quella dei nostri contadini del Sud di una volta, fatta di profonda rassegnazione alla sofferenza e al dolore, di abbandono totale alla volontà di Dio, di un senso del divino, del sacro che permeava di sé tutti gli aspetti, anche i più umili ed usuali della vita quotidiana. La presenza della Divinità era così viva e sentita in lei che si materializzava in “visioni”, in apparizioni che ogni tanto ci descriveva con grande ingenuità.
    Una volta giaceva in un letto d’ospedale, sola e abbandonata, in balìa di suore particolarmente astiose e spietate…” Quando vidi a un tratto ai piedi del mio letto uno sblendore!…Ma uno sblendore!!…” E in questo splendore, in questo alone di luce sfolgorante la figura buona e triste del Cuore di Gesù che le disse: “Carolina!…Sule I te vogghie bbene!”
    Un’altra volta in una chiesa di Napoli si era incantata davanti alla tomba, posta sotto un altare,della regina Maria Cristina, una Savoia andata sposa a Ferdinando II di Borbone e morta in odore di santità per la sua bontà e le sue opere di beneficenza verso i poveri. La dolce e serena bellezza di quel volto regale l’aveva talmente colpita che era rimasta in estasi davanti ad essa, esclamando di tanto in tanto: “Gesù, ma quant’è bbella!!… Ma quant’è bbella!!…” “Quando a un tratto sentii venire di lì dentro una vocina sottiile sottile!…   che disse: “Tutti finisci alla tòmpàa…” (4)
    Altre volte le era apparsa la Madonna, sempre circondata da grande “sblendore”.
    Abitavamo a Roma all’estrema periferia della città, nell’ultima villetta di via Carlo Denina, una traversa in fondo a via Appia Nuova. Dopo la nostra casa iniziava, allora, la dolce campagna romana: verdi prati ondulati, costellati qua e là da cupi boschetti di lecci…cieli limpidi, tramonti meravigliosi…Sullo sfondo, il Mausoleo di Cecilia Metella. Ogni mattina di buon’ora Carolina usciva di casa e percorreva la solitaria e dissestata via Denina   per andare a fare la spesa nei negozi di via Appia. Prima però si fermava ad ascoltare la Messa nella cappella di un convento di suore all’imbocco della via. Tornava poi       con la spesa cantando canzoncine religiose.
    Una mattina Carolina tardava molto a tornare. I miei cominciavano a preoccuparsi: cosa sarà successo a Carolina? Alla fine mio padre , impensierito, partì sulle sue tracce. Dal fornaio non l’hanno vista. Dal pizzicagnolo non c’è stata. Dal verduraio non è passata: Alla fine mio padre ha un’ispirazione ed entra nella Cappella delle suore. E nella chiesetta deserta ecco Carolina inginocchiata, con le braccia aperte, in estasi davanti a una statua di Cristo, che ogni tanto sospira: “Gesù!… Gesù!…” Mio padre, che non è un esempio di serafica calma: “Carolì1… e menaaaa!!…Che Gesù e Gesù! Non sappiamo dove sei finita, so’ due ore che ti sto cercando, la spesa non l’hai fatta!… Te ne vù menì, scì o no?!…” E Carolina, strappata bruscamente all’estasi e rigettata nella dura realtà quotidiana, seguì mio padre protestando e mugugnando risentita.
    Carolina, vestita alla paesana, con le “tonacelle” pieghettate lunghe fino alle caviglie, con la borsa della spesa in sapiente equilibrio sul capo tornava ogni giorno a casa cantando canzoncine in onore della Madonna. Cantava cantilenando, metà in italiano metà in dialetto, con l’accento largo del nostro paese accentuato dalla mancanza dei denti: “Qual astro risplendente – guardare il tuo bel viso. – Stella di Paradiso, – sei la matra di Gesù. \ Preia per noi, Maria, – preia pe’ figli tuoi! – Matra che tutti pòi, _ preia per noi Gesù!” Oppure: “Maria Bernardetta – ben presto al mattin – andando s’affretta – al fiume vicin”
    Era uno spettacolo insolito, anche per quei tempi e per quella via dell’estrema periferia di Roma. Mentre cantava frotte di bambini accorrevano da tutte le parti ridendo e schiamazzando: “A Caroliii!.. A Carolii!..” Ed essa s’interrompeva per un momento e levava la mano benedicendo: “Sante! Sante!… Sciate sante!… Sciate sante!…” ( 5) Poi, incurante dello schiamazzo, riprendeva imperturbabile il cammino e il canto. La faccenda però non andava a genio alle suore che, oltre al convento e alla chiesa, avevano lungo via Denina anche una scuola privata femminile, separata dalla strada da un largo giardino e da una cancellata. La salmodiante Carolina infatti provocava lo scompiglio nelle loro classi; al suo passaggio le bambine lasciavano i banchi e si precipitavano alle finestre che diventavano tutte un agitarsi di manine, di fazzoletti e di grembiulini rosa quadrettati: “Caroliii!!,,, Caroliii!!…” Ed anche a loro Carolina elargiva ad alta voce una parte delle sue benedizioni. La cosa era di grave pregiudizio alla serietà e alla continuità delle lezioni! Così un giorno una suora attese Carolina al varco, la chiamò vicino al cancello mentre passava e le disse sostenuta: “Senta, Carolina! Lei deve smettere di cantare e di salutare le bambinequando passa! Per colpa sua le bambine sono eccitate, si distraggono e non seguono più le lezioni!” Carolina, che per ragioni sue personali non poteva soffrire le suore, non le diede neanche il tempo di finire il discorsetto, si gettò infuriata verso il cancello e proruppe: “Hhhnnn!!… I l’insegne li cose bbòne!!…Pe’ l’ammore che scì mònneca te cride d’èsse megghie de me!?… I, so’ megghie de te! Isce fore! Isce fore e vedime chi è chiù megghie, i o tu!…” (6) La suora che di tutto quel concitato discorso in dialetto aveva capito solo l’esortazione ad uscire fuori e l’aveva interpretata come un desiderio di Carolina di passare a vie di fatto, ammutolì e si dette prontamente alla fuga. E da quel giorno Carolina continuò indisturbata e trionfante a cantare e a benedire i bambini.
    La visione politica di Carolina era decisamente medioevale, con al vertice della gerarchia il Papa, indiscusso capo morale e civile dell’Umanità derivante la sua autorità direttamente da Dio. In sottordine e a buona distanza veniva il Re, considerato come un buon “paterfamilias” cui si deve rispetto e amore. Ricordava e rievocava ancora con orrore il giorno in cui era stato assassinato Umberto I. Essa era in campagna quando il cielo si era improvvisamente oscurato, il sole era illividito e una tristezza profonda era scesa sulla terra. Piena di sgomento si era messa a correre verso il paese quando udì prima un urlìo confuso, poi un grido raccapricciante: “Madonna!! Hanne accise lu Rrè!”
    Di Mussolini e del Fascismo non parlava quasi mai; evidentemente uscivano fuori dal suo schema e non sapeva come classificarli. Ricordava solo di aver sentito una volta a Napoli parlare il Duce: Anche la guerra, che faceva sentire ogni giorno di più i suoi sgradevoli e luttuosi effetti. Era in certo qual modo estranea alla sua coscienza: era una calamità naturale, tremenda ma ineluttabile come il terremoto. Su un argomento soltanto aveva delle idee precise e incrollabili, e le esprimeva in maniera lapidaria: gli inglesi. Noi ragazzi ascoltavamo con avidità i bollettini e le notizie di guerra alla radio, poi andavamo da Carolina e le illustravamo, tra l’altro, la cattiveria, l’egoismo e la vigliaccheria degli inglesi. Essa continuava a rammendare silenziosa, poi improvvisamente esclamava: “T’ha magnà ‘nu tùmule de sale, e non l’ha da capì!”(7) Passavano ancora istanti carichi di suspence, poi Carolina esplodeva: “…E NON…L’HA DA…CAPI’!!”. Noi piccoli ridevamo della stramberia di Carolina, ma ora, a distanza di tanti anni, mi viene un dubbio: che Carolina avesse intuito, pur nella sua semplicità, la profonda diversità di civiltà, di costumi, di sentire fra noi e gli inglesi, con la conseguente “incomunicabilità” , e volesse esprimerla con quella frase?

    Subito dopo la religione nella scala del valori di Carolina veniva il cibo, e tale valore divenne sempre maggiore man mano che la guerra procedeva per la sua disastrosa china e la penuria alimentare aumentava, A furia di riduzioni la razione di pane era diventata di un etto a testa, una “ciriolina” di roba inqualificabile, umida, chiusa, color marrone che di tutto sapeva fuorché di pane. Carolina mangiava la sua razione per strada la mattina presto mentre tornava dalla spesa, buttandola giù a grosse pillole nella larga bocca sdentata, e arrivava a casa più affamata di prima brontolando: “Me dànne ‘nu cervelline!…Che n’eia fa de ‘nu cervelline?!…”(8) Era una guerra privata, sempre più feroce e disperata, fra Carolina e il suo stomaco che, abituato a introdurre un chilo di pane al giorno, protestava rabbioso nel riceverne solo la decima parte.
    Come ho già detto la villetta dove abitavamo sorgeva all’estrema periferia della città. Subito al difuori di essa si stendevano i prati lievemente ondulati della bucolica campagna romana, e su quei prati non era difficile veder passare piccole greggi di pecore con i loro pastori, dai quali acquistare qualche ricotta o qualche caciotta fresca. Fu così che una volta Carolina investì parte dei suoi risparmi in una bella caciotta di 2-3 chili e dichiarò convinta: “Questa, ne l’eia purtà a nepòtema!”(9) Aveva infatti a Sammarco un’unica nipote alla quale era affezionata. La caciotta venne cosparsa di sale e messa a stagionare sulla credenza in cucina. Ma Carolina aveva fatto i conti senza il suo stomaco. Il giorno dopo entrando in cucina ci accorgemmo che della caciotta ne mancava un buon terzo; Carolina un po’ mortificata disse che alla nipote avrebbe portato la parte che era rimasta. Il giorno successivo la caciotta si era ancora ridotta e ne rimaneva meno della metà, e dopo qualche giorno ancora non ne rimase più nulla. Così la nipote rimase a becco asciutto ma Carolina per alcuni giorni si levò la fame.
    Nel terreno intorno al villino c’era un pezzetto di terra, fra due filari di viti, che prese ben presto il nome di “orto di Carolina”.In questo nastro di terra Carolina, che non possedeva in fatto di orticultura nozioni molto precise, ficcava disordinatamente cacche di gallina e qualsiasi tipo di seme riuscisse a procurarsi, senza tener conto di tecniche agrarie, di lune o di stagioni. A chi le faceva notare che, seminando in quel modo,non avrebbe ottenuto nulla rispondeva con tono ispirato: “Inte la terra, mitte che truve!”(10) In realtà, nonostante la sua filosofia, non riusciva ad ottenere quasi nulla da quel che metteva; tranne dei piccoli poponi grossi quanto un pugno, ben diversi dalla famosa zucca che prese appunto il suo nome.
    Per nostra fortuna e consolazione non distante da casa nostra prosperavano degli orti irrigui e ben coltivati verso i quali ci dirigevamo sempre più spesso per rifornirci di pomidoro, zucchini, melanzane, peperoni, fagiolini eccetera: Alla volta di uno di questi orti in un pomeriggio di fine estate mia madre inviò Carolina, per comprare fra l’altro una zucca da usare nel minestrone. Ma il tempo passava, venne il tramonto, venne l’imbrunire e Carolina non tornava. Mia madre cominciava a stare in pensiero: “Madonna! Sono passate due ore e Carolina non si vede ancora! Che le sarà successo?” Aspetta,aspetta, alla fine arriva trafelata una vicina: “Signora! Signora! Corra, corra subito!Carolina sta male, sta morendo!” Ci precipitiamo tutti in strada, verso gli orti, ed ecco infatti lì in fondo al viottolo un’ombra che avanza barcollando, due passi avanti e uno indietro. E’ Carolina, che porta sulla testa qualcosa di enorme: una zucca immane, mostruosa. La poveretta non ce la faceva veramente più; il collo le si era tutto storto ed era rientrato nelle spalle, non poteva quasi più respirare e riusciva solo a mormorare: “Madonna mia, aiùteme Tu!…” Ci slanciammo in suo soccorso, le togliemmo l’immane zucca dal capo, la facemmo sedere; piano piano Carolina si riprese. Arrivati a casa però mia madre non si trattenne più e sbottò: cosa le era venuto in testa? Chi le aveva detto di comperare ventiquattro chili di zucca? Adesso, che gliela riportasse indietro! Carolina, che ormai si era completamente ripresa, rispondeva per le rime, gridando risentita; ne venne fuori un’animata e colorita discussione, mentre io e mio fratello in quella confusione ci divertivamo da matti a far rotolare il gigantesco ortaggio per tutto il corridoio e a sedercisi sopra tutti e due come su di una panca. Ad ogni modo la zucca non andò sprecata; parte finì nel minestrone o fritta, parte venne conservata sotto aceto in un grosso barattolo di vetro…La maggior parte però la fece sparire Carolina che ogni tanto se ne andava a tagliare una grossa fetta e se la mangiava cruda, uso cocomero. Che avesse già in mente un proposito del genere quando l’aveva comperata?
    Nell’estate del ’42, cullati dall’euforizzante impressione delle ultime grandi vittorie dell’Asse, andammo in villeggiatura insieme a una famiglia di compaesani anch’essi residenti a Roma in Trentino a Ziano, un paesetto della val di Fiemme. Che meravigliosa oasi di tranquillità!…Sembrava di essere fuori dal mondo! L’ultimo aeroplano lo avevano visto durante la I Guerra Mondiale. Meli che si piegavano fino a terra sotto il peso dei frutti, campi di grano e di segale ben coltivati,   vacche che brucavano tranquille in mezzo a prati pieni di fiori e di grilli, solcati da canaletti d’irrigazione con le loro saracinesche di legno…. E poi un ponte di legno coperto da un tetto a cavalcioni di un limpido rumoreggiante torrente, casine bianche con le imposte verdi ed i gerani sui davanzali, stradine pulitissime e silenziose…E poi latte appena munto, polenta, donne che venivano a vendere a casa i funghi o la trota appena pescata, Fu l’ultima estate tranquilla prima della bufera.
 E in quell’atmosfera di nordica rarefatta serenità ecco arrivare Carolina, con le “tonacelle” e le ciabatte, con la sua pelle color cuoio, con la sua impetuosa e aggressiva “mediterraneità” e la sua
fame insaziabile.
    Una domenica mattina la mamma con noi bambini uscimmo per andare a messa e lasciammo Carolina sola in casa a sorvegliare una pentola di patate messe a lessare sul fuoco. Quando rientrammo Carolina si era pelata una patata e si apprestava con gusto a mangiarsela. Come ci sentì arrivare però, per non essere colta in fallo se la buttò rapidamente in bocca cercando di farla sparire ma mia madre, che aveva intravisto tutta la scena, la investì piuttosto rudemente: “Meh, Carulì, e mo’ te li magne tutte tu!…E noi che ci portiamo in tavola?!…” Carolina, con la patata bollente che le scottava la gola e non le andava ne’ su ne’ giù, rimase muta immobile come una gallina strozzata. Quando riuscì a inghiottirla la sua reazione esplose come una fucilata. Corse come una pazza alla finestra, la spalancò, e nell’aria limpida e silenziosa, nella stradina linda e deserta del paesetto alpino si levò il suo mediterraneo grido di protesta e di accusa: “Fèmmene de Ziane!!… Fammene de Ziane!!…Pe’ ‘na patana la patrona mia  !…Pe’ ‘na patana!!!…”(11)
    Laggiù nel profondo Sud, per antica consuetudine, a Pasqua la mia famiglia riceveva in regalìa un centinaio di uova ed alcuni galletti novelli. Non potendo farsi inviare i galletti mio padre pregò sua sorella, zia Barbara, di spedirgli a Roma almeno le uova, ben confezionate, per pacco raccomandato e a grande velocità, così da riceverle entro 4-5 giorni, Il pacco arrivò invece dopo una ventina di giorni: un ammasso informe, puzzolente, di uova rotte, marcite, incollate fra di loro e alla carta che le ravvolgeva. Anche quelle rimaste illese naturalmente erano immangiabili e mio padre ordinò di buttarle. A ricuperarle ci pensò Carolina che, crude o cotte, se ne fece una scorpacciata. Ma per poco non ci rimise la pelle: le venne un’intossicazione alimentare con febbre e tremenda diarrea, e poco mancò che non venisse ricoverata nell’aborrito ospedale, Per qualche giorno fu tutto un alzarsi dal letto, chiudersi in bagno, titare lo sciacquone, tornarsene a letto. E uscendo dal gabinetto Carolina scuoteva la testa e commentava con aria ispirata e disgustata: “Gesù, come puzzame!!…”(12)
    Ma la situazione di Carolina divenne insostenibile nei mesi immediatamente precedenti l’arrivo degli Alleati, Alla borsa nera un chilo di farina costava 110 lire, un fiasco d’olio 1600 lire, un chilo di fagioli 200 lire, e mio padre al Ministero guadagnava forse 3-4000 lire al mese. Il poco oro di famiglia fu venduti, ma non poteva bastare per molto. E con poco più di un etto di pane al giorno lo stomaco di Carolina non poteva andare avanti. Fu così che, dopo una bella litigata, un giorno Carolina scomparve di casa. Dove era andata a finire? Lo sapemmo qualche giorno dopo da una vicina che l’aveva incontrata per strada. “Eie truvate chi me vo bbene!!”(13) aveva esordito Carolina. Ed aveva raccontato che, dopo essere stata a lungo supplicata, aveva accolto l’offerta del nostro fornaio ed era passata al suo servizio. Descrisse un mondo incantato, meraviglioso, pieno di pane di tutti i tipi e di tute le fogge…A colazione, grandi ciotole di latte piene di pane ammollato, pane a volontà a pranzo, merenda e cena!… “Eie truvate chi me vo bbene!!” concluse, tanto per ribadire il concetto.
    Così, alle soglie della Liberazione e della pace, per colpa del pane perdemmo Carolina. Ma non gliene volemmo: capivamo che, senza nostra colpa, troppo essa aveva sofferto in casa nostra per quella privazione. E non la dimenticammo. Ancora adesso ogni tanto Carolina emerge dalle brume del passato e mi viene incontro, con le “tonacelle” lunghe fino ai piedi, la larga bocca sdentata e sorridente, lo sguardo caparbio e un po’ pazzo, simbolo di una razza povera e affamata ma orgogliosa, ribelle, mai domata dalle sofferenze e dalle umiliazioni della vita.
 

  • (1) Di San Marco in Lamis, in provincia di Foggia
  • (2) Carolina, che dici1 Lo posso picchiare?
  • (3) Tutto ti devi far fare da tuo padre!
  • (4) Tutto finisce alla tomba!
  • (5) Santi! Santi!… Siate santi!… Siate santi!…
  • (6) Ah sì? Io gli insegno cose buone! Perché sei suora credi di essere migliore di me?! Io sono migliore di te! Esci fuori, esci fuori (dal convento) e vediamo chi di noi è migliore!
  • (7) Ti mangerai un quintale di sale e non li capirai!
  • (8) Mi danno una “ciriolina”!… Che me ne faccio di una “ciriolina”?!…
  • (9) Questa la devo portare a mia nipote!
  • (10) Nella terra, metti che trovi!
  • (11) Donne di Ziano!!… Donne di Ziano!!…Per una patata , la mia padrona!… Per una patata!!..
  • (12) Gesù, come puzziamo!
  • (13) Ho trovato chi mi vuol bene!

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3 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 19 Dicembre 2008 @ 22:31

    Personaggio, di sicuro fascino, disegnato con perizia e presentatoci attraverso immagini visive in grado di offrirci la piena percezione “tattile” e psicologica. Così emerge una Carolina anticonformista, assai ribelle, non poco ironica, ingenua, a modo suo, forte e decisa come la sua terra d’origine (di cui tutto ha preso in ogni senso), a volte sbrigativa, rude, impulsiva e priva di certi “canoni” definiti dall’educazione comune, eternamente affamata, ma capace di colloquiare con Gesù e la Madonna, di apparire schietta e pura, umanamente a noi vicina, tanto da apprezzarla per quella sua carica vitale e, tutto sommato, libertaria, per cui rare volte riesce a fermarsi di fronte agli ostacoli o a cedere alle imposizioni di altri. E, quasi a contorno di questo caratteristico personaggio, una bella famiglia, ben strutturata, solida, ed un periodo, che spesso manifesta i suoi drammatici sviluppi, senza però far “violenza” al personaggio stesso ed alla storia narrata.
    Testo estremamente “mobile”, che concede alla parola ed alle felici frasi dialettali un ampio significato intrinseco ed un susseguirsi di immagini preziose. Testo predisposto a sviluppare suggestioni in ordine alla sostanza dei personaggi (soprattutto di un personaggio) e delle cose, che emergono dalla memoria e si proiettano vive nel tempo
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 20 Dicembre 2008 @ 09:22

    Conosco la bravura dell’autore, figlio di Giovanni La Selva, che fu letterato e Prefetto di Lucca.
    Posso complimentarmi per questo ricco e puntuale commento?

  3. Commento by Maria Paola La Selva — 15 Gennaio 2009 @ 19:48

    Ringrazio vivamente sia Gian Gabriele che Bart per i commenti al racconto di mio padre. Spero di incontrarvi presto alla prossima presentazione del libro “Mosaico di Paese”.

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Bart