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LETTERATURA: Corrado Ruggiero – Gennarina – Venezia, Marsilio 2007

26 Aprile 2008

Alfio Squillaci
[L’ultimo libro di Alfio Squillaci: “Mare Jonio”, Sedizioni, 2007]

« Nocera è inferiore perché ha dato i natali a gente come voi! », urlava Nicola – sfortunato e disperato intellettuale   comunista   interpretato da   un indimenticabile Stefano Satta Flores -, ai suoi concittadini nel film capolavoro di Ettore Scola «C’eravamo tanto amati »   (che poi Arbasino si incaricherà di parodiare con il «C’eravamo tanto armati » nell’intento di battezzare e liquidare icasticamente quei decenni di lotta armata che investì il nostro Paese).

Questo “romanzo” di Corrado Ruggiero proprio a Nocera Inferiore è ambientato, e   quella populace meridionale, democristiana e traffichina, che faceva perdere la sinderesi a Stefano Satta Flores mette al centro della narrazione.   Della località campana Ruggiero restituisce tutto il sapore e il colore locali intessuti in una storia semplice semplice: la crescita della giovane Gennarina all’interno di una famiglia meridionale dove i giochi sono fatti fin dalla nascita: i Minniello nella persona di don Gaitano, padre, e nelle vesti della madre Nanninella, hanno già infatti decretato, visto il non grande afflusso di reddito, che il casato doveva perpetuarsi e magnificarsi per via mascolina nella persona del figlio Minetto, il fuco di famiglia, alla cui carriera politica sacrificano l’esito sociale della femmina, Gennarina appunto, destinata ad una sorta di zitellaggio monacale e ai lavori domestici più servili. Il meridione è saturo di queste storie oggi, figurarsi all’epoca dei fatti qui narrati, risalenti a qualche decennio fa. Tutta la narrazione di questo libro è perciò tirata dal punto di vista di Gennarina, non solo dal punto di vista narratologico dico, ma del sentimento e risentimento di costei e quindi dal suo lato linguistico e stilistico, se lo stile coincide con la maniera di vedere le cose. Come nella Signorina Else di Schnitzler il taglio narrativo, il   punto di vista, è assegnato allo sguardo della protagonista. Ma, in più, non essendo alto il suo livello intellettuale ed elocutivo, ne   consegue che l’autore è indotto ad abbassare i suoi strumenti espressivi all'”altezza” della sua protagonista. Nei viene fuori perciò l’alto voltaggio espressivo dell’affabulazione, la tendenza della lingua a piegarsi alle ragioni spastiche della pura mimesi, il mistilingue   esulcerato e manieristico (nel senso dell’adozione dello stile asiano contrapposto a quello attico) che attinge ai registri sia alto che basso-mimetici,   la deflagrazione lirica, lo spappolamento narrativo, il disfarsi del disegno, del racconto,   a favore dei toni e dei colori, dell’espressività,   il prevalere della mimesi sulla diegesi, per dirla in termini alti e saputi, il trionfo dell’ecfrasi, della metanarrazione, della divagazione a latere e in itinere della trama, che è esilissima, lineare e per nulla proliferante come invece   nel romanzo-romanzo.

A me, proprio per queste ragioni, diciamo così compositive, redazionali, il libro di Ruggiero è piaciuto. Porta alla luce delle nostre lettere un altro sottosuolo espressivo, mistilingue e dialettale, molto gradevole e molto ben reso (del resto   già avvistato   in alcuni passaggi   “salernitani” di Parenti lontani di Gaetano Cappelli). Ma nello stesso tempo mi sono chiesto: piacerà al lettore nel senso più indistinto e massivo del termine, a quel lettore ipocrita e carogna, che dopotutto è quello che decreta il successo e la circolazione dei libri?
E qui sono stato assalito da molti dubbi e da parecchie rimuginazioni di lettore-letterato, la peggior specie di lettore ahimè. So perfettamente con Gadda (I viaggi la morte) che «il racconto non è tutto, forse non è nulla. Per la sinfonia orchestrante, i toni, i colori ». So anche che barocco è il mondo e non l’autore che lo ritrae e che l’adattamento linguistico alle ragioni scomposte e debilitate del mondo è uno strumento necessario, forse assoluto, per snidare il reale   nella sua più riposta noumenicità, e che solo la lingua, non quella catafratta dei dotti, ma quella frantumata nel quotidiano dei reali parlanti – e dunque   il più possibile mimetica allorché è assunta d’ufficio dallo scrittore (ce l’ha insegnato Verga) -, ci può rendere in tutte le sue sfumature le modalità del visibile. Eppure, eppure: Moravia scriveva in una lingua standard, forse artificiale, forse inesistente, un italiano da doppiatori, parlato da nessuno, eppure non era uno scrittore falso. Da critico sopraffino quale egli era, discorrendo di Gadda, diceva che alla fine la   prosa dell’Ingegnere gli ricordava il dolce romano dei “pignoccati”: troppo dolce; se ne poteva assaggiare solo qualche pezzettino, non certo farne indigestione. Voleva dire che il modesto ma immenso ufficio della narrazione sottoposto allo stress delle diottrie aggiuntive dell’alta gradazione espressiva della lingua “spastica” alla lunga rende ipermetro lo sguardo e sfoca il quadro. Mette la lente sul particolare e stinge   i contorni, e con essi tutta l’architettura del testo. È   fatale che ciò   avvenga, o,   siamo sicuri che ciò debba avvenire?

Sia Gadda che, nel suo “piccolo”, Camilleri hanno voluto ridurre questo rischio ancorando i   loro plot   alla misura del racconto par excellence, quella dell’inchiesta commissariale, del “giallo”, al fine di uncinare i lettori più inconsapevoli, quelli che comunque ce lo vogliono il racconto (che non sarà “tutto”, ma che, insomma, tutto innerva e tutto richiama a sé),   quelli che non rinunciano alla trama e   al “come va a finire”, quelli che reclamano il meccanismo di risoluzione, l’enigma, la sciarada narrativa. Gli scrittori che si sono rifiutati di ancorare le loro mirabolanti ecfrasi al servaggio della trama hanno compiuto altrettante mirabolanti esplosioni espressive (penso all’Horcynus Orca di D’Arrigo o al Finnegans Wake di Joyce) ma si sono persi nei loro labirinti.
Il risultato per noi smarriti lettori è che non sappiamo dove girarci, avendo da un lato, con il “giallo”, il trionfo della narrazione e della più scontata leggibilità ma la sicura morte dell’autore e del suo mondo espressivo (nel “giallo” seriale, ricordiamo, il primo morto è proprio l’autore) e dall’altro, nelle narrazioni espressive, il trionfo del colore ma la perdita della leggibilità. Anche Ruggiero è avvertito di ciò se ad un certo punto nel mezzo delle sue divagazioni linguistiche il morto e l’inchiesta affiorano come un debito verso il   lettore sembrerebbe e come una necessaria curvatura della narrazione troppo esposta al ritratto lirico della ninfa plebea (oltre che ineludibile fatto narrativo in un contesto   di democristiani e gestione del potere in luoghi malavitosi).

L’ho tirata un po’ lunga con queste mie preoccupazioni critico-estetiche, ma d’altra parte alcuni luoghi di Gennarina dell’ottimo Ruggiero non sono del tutto estranee al mio argomentare di poc’anzi. Vediamone qualche carotaggio: «Scattigliosa. Spruceta. Con una faccia storta dalla mattina alla sera. Accussì era diventata. Ecchì se lo aspettava! Chi lo poteva immaginare! Eppure quando era creatura non era accussì anche se, nei momenti di maggiore dispetto, la mamma ne faceva risalire la mala mente all’infanzia addirittura », e, più avanti, nel resoconto dell’idillio con Totonno: «E finalmente la vide che se ne veniva lemme lemme, quasi l’ultima. Come al solito. Con i comodi suoi coma quando andavano al liceo. Essa, lo sapeva sicuro che lui l’avrebbe aspettata? O aveva voluto fare sulamente una prova?… vedimmo se mi aspetta o non mi aspetta… Gennarina camminava con i distinguo filosofici… voglio vedere… nun voglio vedere… ie vulisse che m’aspettasse però s’ammereta nu dispetto… n’anno sano senza farse maie vedere… e allora mo songo ie ca lo faccio aspettare nu poco… solo nu poco, però… solo un poco però, perché Gennarina sapeva che la corda va tirata ma che, si tu a uno ci tieni, non devi tirare troppo assai perché poi può darsi pure che la corda si spezza ». E così per tutto il libro, fino al tenero finale della scoperta dell’amore fisico da parte di Gennarina, reso con l’incanto, la delicatezza e la dolcezza cui l’italiano dialettale restituisce tutto il codice gnomico del linguaggio nativo.
Ma, va detto,   noi siamo stati lettori forti a spingere la lettura fino alla fine; ché il nostro “vediamo come va a finire” era dettato da altre urgenze rispetto a quelle dell’ipocrita lettore medio.


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1 commento

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: Corrado Ruggiero - Gennarina - Venezia, Marsilio 2007 - Il blog degli studenti. — 26 Aprile 2008 @ 07:43

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