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LETTERATURA: Cortesia per un fantasma

12 Gennaio 2014

di Mario Camaiani

Quel giorno il cielo era coperto uniformemente con cupa nuvolosità, facendo melanconica cornice all’evento in corso: il funerale di un certo Daniele. Dopo le esequie, celebrate nella chiesa parrocchiale, ed il trasporto del morto al camposanto, un gruppo di persone, a piedi, ritornava mestamente al paese, situato nel fondo valle, sulla riva sinistra del Serchio. Nessuno parlava, finché Mauro ruppe il silenzio: “Ho saputo di un fatto incredibile: Daniele è stato visto a casa sua, nel medesimo tempo che stava morendo all’ospedale!”. “Sì – aggiunse una donna -, ne sono al corrente pure io: me l’ha detto un suo familiare”. Altri chiesero: “Come è avvenuto questo? Sarà vero?”. Mauro riprese: “Dunque, mentre un nipote del defunto, ed una vicina di casa, erano nel salotto del suo appartamento, ecco che egli comparve improvvisamente nella stanza, attraversandola velocemente, come scivolasse sul pavimento, ed entrare nell’attigua cucina, nella quale si trovava sua figlia che, vedendolo, lanciò un grido. Questo è il fatto, attestato da queste tre persone”, concluse. “Io non credo ai fatti cosiddetti soprannaturali – intervenne una giovane signora -, che se anche sembrano senza spiegazione razionale, prima o poi la scienza la troverà”. A questo punto un anziano replicò alla signora: “Da un certo tempo, la cultura dominante verte quasi esclusivamente nel concepire il vivere unicamente proteso alla ricerca affannosa del benessere materiale, rifuggendo da riflessioni, diciamo spirituali; ma, perbacco, siamo fatti di anima e di corpo; e, trascurando una delle due componenti, si determina uno squilibrio che porta a disordini fisici e mentali. Ma torniamo a noi – proseguì l’uomo -: ad un mio caro amico, di ritorno a casa dopo il funerale di suo fratello, che viveva con lui nella stessa dimora, ecco che questi apparve nell’abitazione per pochi attimi, e fu visto da diverse persone! Un caso, quindi, simile a quello riguardante Daniele. Ed inoltre debbo dire che anch’io, personalmente, posso affermare di essere testimone di un fatto paranormale. Una notte stavo assistendo mia moglie all’ospedale, gravissima, quando, purtroppo, alle ore tre esalò l’ultimo respiro. Chiamai gli altri di famiglia, tutti ci demmo da fare per ottemperare alle necessarie pratiche per il funerale e per la sepoltura, e verso mezzogiorno ritornai a casa; e quale non fu la mia meraviglia nel constatare che, nella nostra camera matrimoniale, l’orologio-sveglia, posto sul comodino dal lato del letto dove si coricava mia moglie…era fermo alle ore tre! Presi l’orologio: la carica era quasi al massimo, l’avevo riavviata la sera precedente a tarda ora, prima di recarmi all’ospedale; ed ecco che l’orologio, mentre l’avevo in mano, riprese a funzionare! Come finora ha continuato a fare senza interruzioni. C’è da credere quindi che anche in questo caso, mia moglie, appena morta sia tornata in spirito a casa… e lasciando questo segno!”. A tale misteriosa, toccante testimonianza, tutti tacquero, riflettendo, ma, dopo qualche minuto, un’altra signora del gruppo tornò in argomento: “Voglio anch’io parlarvi di un episodio di questo genere, accadutomi un paio di anni fa. Come sapete, sono commerciante ambulante ed una volta, mentre ritornavo da un mercato a velocità sostenuta, ad una curva l’auto-furgone uscì di strada, rovesciandosi in un fossato. Mi ritrovai imprigionata nell’abitacolo deformato dall’urto, che a stento teneva, senza schiacciarsi, il peso del carico che lì sopra si era riversato. Dolorante in tutto il corpo, senza potermi muovere, pressoché disperata, capivo che stavo per morire; ma dopo non so quanto tempo mi trovai in uno stato come di torpore benefico, ‘sentendo’ che potevo uscire dalla cabina, non certo con il corpo, e desiderando fortemente di fare una visita a casa mia. Nel frattempo erano giunti i soccorsi, ma quasi mi davano fastidio, perché ero evidentemente sulla soglia di un’altra esistenza dove sentivo che era bello andarci; ma nello stesso tempo ero ben sveglia in questa, tanto è vero che, mentre provavo dette sensazioni, davo indicazioni ai soccorritori di come scaricare i vari contenitori del carico e come procedere per tirarmi fuori dal rottame del camioncino. La rischiosa operazione andò per il meglio, ed io, dopo la degenza in ospedale e la successiva riabilitazione, sono ritornata in buona forma, quasi come prima dell’incidente; ma la misteriosa esperienza provata mi è rimasta ben impressa nella memoria e talvolta, in ricordo, la rivivo quasi come allora.”. La comitiva ormai era alle soglie del paese, e qualcuno esclamò: “Siamo arrivati ed ora, dopo aver parlato tanto di morte e di spiriti, sarà bene andare al bar a bere qualcosa che ci rinfranchi…e ci faccia sentire ben vivi!”. “Ben detto – gli rispose Mauro -; però so che pure il nostro amico Aristide è stato testimone di fatti paranormali: penso perciò, quando con lui ci ritroveremo al ‘circolo’, di chiedergli di parlarcene. Va bene?”. “Benissimo, ci saremo, ascolteremo anche lui, che è molto serio e ponderato”.

L’indomani, come detto, Mauro, al ‘circolo’, raccontò brevemente ad Aristide gli episodi citati il giorno prima, pregandolo di narrare il più eclatante a lui accaduto e, mentre altri gli si avvicinavano, il vecchio uomo iniziò pacatamente a parlare:
“Durante la mia lunga vita mi sono accaduti, fin da ragazzo, dei fatti inspiegabili, diciamo non di questo mondo; ma, prima di definirli così, li ho valutati profondamente, escludendo qualsiasi altra causa. Non sono malato di mente, né suggestionabile, e detti fatti non mi hanno turbato affatto; anzi, facendomi ‘toccare con mano’ realtà ultraterrene, mi hanno aiutato ad essere ancora più credente ed osservante nella religione, cattolica, che professo. Perciò vi prego, durante il, mio racconto, di evitare di chiedermi, come in genere capita in questi casi, se avevo visto o sentito bene, se avevo ‘bevuto’, se ero ben sveglio, e tante altre domande inutili.” I suoi ascoltatori lo rassicurarono che avrebbero ascoltato il suo dire con attenzione ed interesse, indi continuò: “Molti anni or sono mi trovavo ad Arezzo, ospite di miei parenti, zii, cugini. La loro abitazione era situata in Borgo Santa Croce, circa alla metà della strada. Per accedervi, si entrava in un casamento a più piani, appoggiato ad un poggio, il quale copriva il retro dell’edificio fino all’altezza di tutto il piano terreno. Quindi, salita la scala iniziale e giunti al primo piano, anziché continuare a salire ai piani superiori, si imboccava uno stretto e lungo corridoio che attraversava, in profondità, tutto l’edificio, al termine del quale, dopo uno scalino, davanti ad una parete, si apriva sulla sinistra un breve tratto, dove era ubicato un appartamento, abitato da due coniugi anziani, Elsa e Roberto. Indi, salendo un’altra scala, esterna, si giungeva alla casa dei miei parenti, che era un’aggiunta sul retro della costruzione principale, all’inizio di un vasto prato, al termine del quale, in alto, si erge la mole della fortezza cittadina. Tutte queste minuziose spiegazioni sulla conformazione del fabbricato – continuò Aristide -, sono necessarie per capire meglio quello che vi dirò”. A questo punto giunse il cameriere con le bevande, scherzosamente dicendo: “Al narratore gli riempio il bicchiere al colmo ché, parlando così tanto, avrà tanta sete!”. Ciò fece sorridere un po’ tutti, poi, dopo aver sorseggiato la bevanda, il nostro vecchio riprese: “Un giorno, la signora, Elsa, da tempo ammalata, si aggravò e fu ricoverata al vicino ospedale, in gravi condizioni, dove, nella notte seguente, cessò di vivere. Pochi giorni dopo mi recai a pranzo da altri parenti; poi, nel tardo pomeriggio, feci ritorno a casa e, salita la prima rampa di scale, entrai nel suddetto corridoio. – E qui il narratore fece una pausa, bevve, e riprese -: Nello stesso tempo, sul fondo del corridoio, sbucò, dalla sinistra, una persona. Cioè, un’ombra scura di persona femminile, cui non si distinguevano i lineamenti del volto, con le braccia non visibili: o aderenti ai fianchi, oppure insaccate nella lunga veste nera che, partendo dalle spalle, giungeva fino a terra coprendo i piedi. Questa misteriosa figura scese lo scalino a piè pari, senza alcun rumore e, a velocità costante di passo normale, procedeva verso di me; ma non con andamento oscillatorio del camminare, bensì come volasse, ferma sulle gambe, sfiorando il pavimento o scivolando su di esso. Io, esterrefatto, non mi capacitavo di non vedere bene, di non capire di cosa si trattasse, mentre quella mi si avvicinava e, quando fu giunta ad un paio di metri da me, mi resi ben conto che era indistinguibile: si trattava proprio dell’ombra, non trasparente, di una figura di donna.

Istintivamente, perché non mi venisse addosso, mi spostai sulla destra, mentre il fianco sinistro di quella urtò il mio braccio sinistro, che era nudo: era estate ed avevo la maglietta a maniche corte. Urtò e trapassò il mio braccio, perché oltre il lieve contatto esterno, sentii una strana sensazione fisica interna al braccio stesso. Nel medesimo istante, la parte destra dell’entità, che forse anch’essa si era spostata verso il muro, urtò la porta di un ripostiglio che, pur chiusa a chiave, ma non essendo a tenuta stretta, oscillò, provocando un leggero rumore. Finalmente mi resi conto che si trattava di un fantasma! Un brivido mi partì dalla nuca, fino al fondo schiena! Ma subito, calcolando che l’ombra doveva trovarsi nel pianerottolo delle scale, mi girai di scatto, ma non vidi nulla, forse anche perché quel pianerottolo era illuminato da una lampadina. Agitatissimo, corsi su dai miei, e concitatamente raccontai il fatto. Al che loro mi rivolsero tante domande, vollero più volte che gli spiegassi tutto; infine i miei cugini, Neda e Umberto, vennero con me al ‘corridoio’, per fare delle prove. Dal tempo dell’apparizione era già trascorso almeno un quarto d’ora, era più buio, ma da cima a fondo del corridoio ancora bene si distinguevano i lineamenti di una persona; ci scambiammo le posizioni di osservazione, analizzammo, controllammo tutto quanto ci veniva in mente di indagare: niente, non c’era risposta logica alla vicenda. Neda disse: ‘Ma allora, quello era il fantasma di Elsa! Proveniva da casa sua!’. Suonammo il campanello dell’appartamento, ma non c’era nessuno perché, sapemmo poi, che Roberto in quei giorni si trovava presso un suo fratello, e solo per pernottare rientrava a casa sua. Umberto commentò quello che avevo minuziosamente descritto: ‘La figura-ombra che hai visto, Aristide, certamente era un fantasma, parzialmente materializzato, perché non attraversava i muri nel suo itinerario, ma seguiva il regolare percorso da fare’. Al che aggiunsi: ‘Non solo l’ho visto ma, come ho già detto, ho udito il rumore della porta prodotto dal suo passaggio, e con lui ho avuto un contatto fisico, toccandolo col braccio!’. Per concludere – aggiunse infine Aristide -, almeno per quanto ne so, anche da parte di quei miei parenti, il fantasma in questione non è più stato visto”.
Il racconto del maturo narratore era terminato, il gruppetto degli ascoltatori si scioglieva e, mentre stavano per accingersi a giocare a carte, Mauro volle fare una piacevole battuta, sdrammatizzando la misteriosa vicenda e facendo rasserenare gli ascoltatori : “In questo strano fatto, dopo vista, udito e tatto, onde evitare uno scontro frontale, è stata perfino usata cortesia, da parte dei due personaggi… di questo e dell’altro mondo!”.


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1 commento

  1. Commento by Mario Camaiani — 12 Gennaio 2014 @ 22:02

    Ecco il bel commento al mio racconto, inviatomi dall’amico Gian Gabriele Benedetti, che tanto ringrazio e saluto.       Mario

    “Non è semplice riportare, attraverso la parola, il sovrannaturale, il fatto inspiegabile scientificamente. Eppure lo stile chiaro, conseguente, come quello dell’autore, non solo non enfatizza la scrittura, bensì riesce a piegarla con grande naturalezza ai fini narrativi. E proprio il fascino dei particolari, la schiettezza del discorso e le vive testimonianze sono espressioni tangibili e molto credibili di realtà vissute nella loro ‘fisica’ concretezza. Il tutto viene avvolto in un tale alone di coerenza, anche visiva e tattile, tanto da arricchire le emozioni di chi ascolta e, come noi, di chi legge.

    Credere? Non credere? E’ l’antico dilemma. Pur considerando la freddezza della razionalità scientifica che nega il ‘non dimostrabile’, non si può prescindere dall’esistenza dello spirito, che va ben oltre il razionale. E l’uomo è ragione e sentimento, è anima e corpo, è materia e principio immateriale, che si fa, quest’ultimo, soffio vitale. Nessuno può derogare da questa essenzialità e dal suo percorso, che è capace di abbracciare anche la fede, nel suo tracciato più nobile e più alto.  

    Va precisato, infine, che la ragione arriva fino ad un certo punto e si arresta, mentre lo spirito va ben oltre, fino a sfiorare l’infinito.

    Gian Gabriele Benedetti”  

     

     

     

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