Cani da bancata e da cancellata
Ai cani da cancellata che rizzano il pelo, ringhiando attraverso il buco della siepe e ai cani da bancata nei mercati rionali, mancherà sempre il senno del poi, la vista sulle conseguenze, quella porzione di tempo che riguarda il dopo.
Custodiscono il presente, neanche l’accesso che appartiene invece ai veri Cerberi, ma la semplice integrità del bene, per sua stessa natura momentaneo. In ambedue i casi, il padrone ne ignora i servigi, limitandosi al sostentamento, ad un contratto d’uso.
Una simbiosi solo negativa: il gesto (impedire) fatto animale. Di solito, i cani da cancellata sorvegliano luoghi tristemente abitati o addirittura in abbandono, dove la vita si è ritagliata un fasto grossolano, un decoro senza idee. Però, altrettanto spesso, godono, in quel rabbioso isolamento, di una porzione di sole e di gladioli.
Ed è strano osservarli non visti nei lunghi momenti di vuoto, di catafratta pena per ogni secondo che rimbalza in aria.
Una sorte diversa e analoga attende il cane da bancata, costretto addirittura a difendere il nulla, l’orizzonte mare della strada.
Il duro allenamento gli ha insegnato l’immobilità: è meno nervoso e appare oppresso da antica insonnia. Solo se ti avvicini o superi una certa linea, invisibile, né retta né circolare, scateni la sua velenosa reazione.
Ruggito di schiavo che, nella propria eterna stanchezza, sopporta una prigionia da nomade.
Il fondo del lago
Di Eros Sant’Ambrogio mia zia disse che le ricordava un caprese: per i riccioli fitti, per i modi gentili che in un attimo possono diventare impertinenti, per la pelle addolcita dal perenne contatto con l’acqua, per la camicia inamidata che suona come se fosse fatta di carta crespa e, soprattutto, per la conversazione che non incide mai troppo nelle storie e nei giudizi.
I discorsi di Eros sono simili ai sassi posati su un guado, l’acqua gorgoglia intorno e un’ombra scura copre le rive. Passare richiede un minimo sforzo: se cadi, ti bagni e ridi, se invece arrivi dall’altra parte non puoi che aggrapparti al suo sguardo. Un po’ per riconoscenza un po’ per sfida.
Questo è il prezzo sottinteso: concedersi al suo sguardo. La riva che Eros ha occupato con i suoi commerci è un continuo passaggio di occhi. Si potrebbe dire che la vista sia il suo lavoro quotidiano. La vista sovrintende qualsiasi occupazione.
Eros Sant’Ambrogio dà un prezzo alle barche, misura la profondità del lago a cui strappa degli oggetti sentimentali, coglie al volo i desideri a passeggio e sempre con gli occhi promette e semina infedeltà.
È un continuo scambio economico e fisiologico. Non a caso l’ultima fortuna l’ha costruita su una sala di videogiochi.
Vedere è molto peggio di osservare. Può capitare all’improvviso anche ad occhi chiusi o nuotando nella cavità del lago, gelido organo e fossa.
Te ne vai quasi tranquillo e le cose si sistemano in modo imprevedibile, muovono la loro immobilità creando un corto circuito. La successione, quella volta, avvenne con sasso, corda, cane.
Sotto la villa del conte, cercando o spostando una boa, Eros trovò un cane, perfettamente saponificato dalla temperatura del lago e attaccato con una corda a un sasso. Si rizzava come un fiore verso l’alto, un giglio bianco di taglia mostruosa.
Pur trovandosi a trenta metri, faceva l’effetto di un corpo insepolto. La posizione fotografava la discesa a picco, quello sprofondare che pareva non trovare ancora fondo. Senza pensarci due volte, Eros tagliò la corda, liberò la visione. Il cadavere del cane ascese come una grande bolla d’aria, si affidò all’onda magra della breva e giunse a riva, imbalsamato, dall’abisso.
Post scriptum
Un quadrupede di pelo marrone, scuro, nano, con occhi e orecchie a punta, guaisce secco, girando intorno al porto. Uguale al suo padrone per il corpo sproporzionato ai pensieri, aspetta forse una pedata e il fatale guinzaglio.
Eros Sant’Ambrogio continua ad allungare il suo. Non è nato a Capri ma a Cantù.