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LETTERATURA: “E disse” di Erri De Luca, Feltrinelli

18 Aprile 2011

di Francesco Improta  

Ancora una volta dinanzi a un libro di Erri de Luca, l’ultimo in ordine di tempo, E disse, casa editrice Feltrinelli, sono rimasto completamente folgorato e non tanto per i contenuti, che pure sono tra i più alti con cui ci si possa confrontare, le tavole dei dieci comandamenti che Dio dettò a Mosè sul monte Sinai, quanto per la forza del suo pensiero, lo spessore della sua cultura e la luce che traspare dalle sue parole, sempre più corpose e diafane al tempo stesso. Non diversamente da quanto fatto in precedenza con In nome della madre e in Penultime notizie circa Jeshu/Gesù, Erri sceglie come protagonista di quest’opera, a metà strada tra il rac ­conto epico, l’apologo morale e la confessione autobiografica, un personaggio delle Sacre Scritture: Mosè. Il profeta armato, come l’aveva definito Machiavelli, che non solo aveva guidato l’Esodo del popolo ebraico dall’Egitto, ma era salito sul monte Sinai per cimentarsi in un corpo a corpo con la divinità e con le sue parole; e tutto ciò in ragione di un concentrato di energia e di forza che gli deriva dall’essere egli stesso un salvato, un sopravvissuto alla stra ­ge dei bambini ordinata dal Faraone. Erri, pur non essendo un credente – come d’altronde più volte ha ribadito – è un mistico e uno scalatore e ciò gli consente non solo di guardare in alto ma di descrivere, con cognizione di causa, evidenziandone la fatica e la sofferenza, mentre il vento gli spazza i pensieri dalla mente, e il sudore si fonde con l’acqua sospesa nel vapore, l’ascesa di Mosè alla cima del Sinai, dove la terra smette e inizia il cielo, come quella di un alpinista, unico nel suo tempo. E lì su quella sommità Mosè/Erri sperimenta la vertigine, che non è il risucchio del vuoto verso il basso ma un affacciarsi sul vuoto dell’alto. Si avverte in qualche momento di questa scalata il desiderio di allontanarsi dal ­la folla, di tener fede alla propria indole di vagabondo, di dare sfo ­go alla sua ansia di effusione e di accostare con devozione la na ­tura in completa solitudine, desiderio che abbiamo già incontrato in altri libri di Erri, Sulla traccia di Nives, Il peso della farfalla e Tu non c’eri.

Gli spunti di riflessione e di esegesi, cui Erri ci ha abituato per il suo rigore filologico e per le sue non comuni capacità intuitive, so ­no moltissimi ma vorrei soffermarmi soprattutto sul valore che egli attribuisce alla Parola, come del resto viene suggerito dal titolo E disse che è il verbo con cui Dio detta il suo volere: fa, disfa, benedice, toglie e dà e in secondo luogo su quel tu maschile con cui Dio si sarebbe rivolto agli uomini, affidando solo a loro il compito di trasmettere le clausole e le righe di alleanza con la divinità. E non certo per una presunta superiorità dell’uomo, perché è vero proprio l’opposto, come dice chiaramente Erri: “La donna è il suo prodotto perfezionato, culmine di esperienza di creazione” nel senso che essa fu rifinita e modellata e non sem ­plicemente estratta dal corpo addormentato di Adamo. Le donne sono le beniamine della divinità.

Il libro successivamente passa in rassegna i dieci comandamenti, cercando di cogliere con esattezza e puntualità il significato delle parole, non sempre interpretate da studiosi ed esegeti con la ne ­cessaria precisione.

Certo quel decalogo, scolpito nella roccia, s’incide non solo nell’animo degli Ebrei al seguito di Mosè ma anche nel cuore di ogni uomo diventando l’indispensabile viatico per il difficile cam ­mino dell’esistenza.

De Luca alla fine ci confessa – e non ce n’era bisogno – che l’ebraismo per lui è soltanto una compagnia di viaggio; per rimanere nell’ambito del racconto e quindi nella dimensione, reale e metaforica, del deserto e dell’accampamento l’ebraismo per lui è solo una pista carovaniera che non porta a una terra promessa, perché egli appartiene a un’altra tribù, la cui tenda non fa parte dell’accampamento.

C’è in lui una profonda tensione umana e morale come risulta dall’urgenza di amare e di tenere qualcuno per mano (come sug ­gerisce letteralmente il verbo mantenere) oltre che dalla bellissima descrizione della scoperta dell’amore tra Adamo ed Eva: “Quella prima notte profumava di creato spento… L’amore accelerava l’esperienza, faceva succedere tutto in una notte. E che notte, la prima: non erano stati bambini, l’amore fu il primo dei giochi. Passarono dalle risate al solletico, alla concentrazione di fru ­garsi.” E c’è anche non meno forte e sincera un’ansia di libertà e di giustizia che non si sazia guardando il cielo o aspettando di tuf ­farsi nella vertigine dell’immenso perché come si legge in un pas ­so del libro: “l’impresa maggiore sta nell’essere all’altezza della terra, del compito assegnato di abitarla”, in quanto probabilmente è l’unica a nostra disposizione.

Molto altro si potrebbe dire dell’ultimo libro di Erri perché come sempre più spesso in lui, ogni parola è un nucleo di pensiero, che sprigiona una serie di immagini, di significati e di suoni che illu ­minano la mente e riscaldano il cuore, ma non sempre si riesce a dar voce alle emozioni, per cui non resta che assaporare in silenzio tutta la dolcezza e la saggezza che trasudano da queste pagine.

 

   


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3 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “E disse” di Erri De Luca … — 19 Aprile 2011 @ 20:24

    […] Continua Articolo Originale:   Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “E disse” di Erri De Luca … […]

  2. Commento by Carlo Capone — 23 Aprile 2011 @ 09:22

    Tanto tempo fa leggevo da una sua intervista su Panta della meticolosità spinta all’ossessione con cui Erri De Luca cesella la parola, bonificandola da ogni escrescenza  e restituendola, lucente come un prezioso, in tutta la sua forza rivelatrice.
    Confidò di aver maturato quest’attitudine allo scavo negli anni in cui lavorava come operaio edile, e io non so quanto c’entrasse quel lavoro con un simile approccio alla produzione verbale. La sera si dedicava ad un oscuro quanto per me stupefacente esercizio: ricopiava su un quadernetto le pagine dei classici, per analizzarne, suppongo adesso, le intime nervature. Serate e  notti che immagino febbrili quanto solitarie,  in un processo di immedesimazione condotto sino ad annullarsi    
    In effetti non conosco alcun autore italiano che operi questa  caparbia levigazione della parola. La  pregiata recensione di Francesco  mi rafforza nel  convincimento.

    Carlo Capone

  3. Commento by Francesco Improta — 23 Aprile 2011 @ 10:23

    Ringrazio Carlo per il suo commento, entusiastico, com’è giusto che sia, nei confronti di Erri De Luca e fin troppo generoso nei miei confronti.
    Credo, senza per questo peccare di populismo, che il lavoro di operaio edile e quello di orafo/cesellatore non siano poi così diversi tra loro; poco importa che il materiale e gli strumenti siano differenti: uno lavora la pietra e si serve dello scalpello, l’altro la gemma o la parola ed utilizza il bulino; entrambi mirano a scarnificare, eliminando tutto il superfluo e sprigionando la bellezza che c’è nelle cose e nelle parole, che solo in questo caso tornano a identificarsi (verbum=res).
    Oggi, come giustamente dice Carlo, Erri è l’unico tra i nostri autori a compiere un simile processo di scarnificazione e levigazione della parola, ma fino a 10 anni fa c’era un altro grandissimo, e mai rimpianto abbastanza, scrittore che risponde al nome di Francesco Biamonti e che tra l’altro era amico di Erri.

    Francesco Improta

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