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LETTERATURA: E tu avanzi nei corridoi

12 Luglio 2008

di Fabio Fracas

[Fabio Fracas è autore, editor e sceneggiatore. Oltre a racconti, libri e poesie scrive per il cinema, per il teatro e per i fumetti. Suoi brani e suoi lavori sono stati rappresentati in vari festival e da diverse compagnie. Ha ricevuto una serie di riconoscimenti letterari e nel 2004, assieme alla poetessa Federica Castellini, ha fondato MacAdam – MacAdemia di Scritture e Letture.]  

[Il racconto “E tu avanzi nei corridoi” ha vinto il premio ARCI 1998 ed è stato pubblicato originariamente nella raccolta “Viaggi con mezzi pubblici di trasporto”, Edizioni Il Poligrafo, Padova.]  

Viaggiare. Camminare, correre, salire su un treno, scenderne al volo. Risalire su un battello o su un autobus con il fiatone della corsa o con gli occhi appesantiti dal sonno. Accorgersi che il tempo è scaduto mentre scendi le scale del sottopassaggio, sporco, dipinto e scrostato, e senti il rumore delle ruote sulle rotaie, sulla tua testa, che si allontanano.  

Viaggiare. Camminare, correre, scendere dal letto al suono di una sveglia che ti batte nelle tempie o di una musica assordante uscita da una radio che pochi istanti prima dormiva, riposava assieme a te. Alzarsi intontiti e dirigersi verso l’acqua, quel getto d’acqua fresca che ti libera la mente dai residui del sonno e che ti lascia sveglio, consapevole del buio che ti circonda e che a volte è anche dentro di te. Restare in piedi, aspettare che la consapevolezza ti permei, che ti divori e nasca la certezza di un altro giorno in piedi, di un altro giorno di corsa, di un altro giorno. Di un giorno come un altro in cui ti svegli o cerchi di farlo davanti a un getto d’acqua fresca che ti libera la mente dai residui del sonno ma che non ti libera il cuore.  

Viaggiare. Camminare di corsa o correre camminando verso l’angolo dei vestiti, quelli belli, pronti, stirati. L’angolo dell’altra stanza buia, non quella dove dormi ma quella dove riposa l’essenza del tuo essere, del tuo sembrare, del tuo divenire. Uomo, persona, studente, lavoratore, dottore o quant’altro quegli abiti rappresentano per te o rappresentano per chi ti osserva, per chi ti vede, per chi ti giudica non perché hai sonno, non perché viaggi ma perché arrivi con quei vestiti e magari con quei vestiti riparti. O ripartirai.  

Viaggiare. Camminare, scendere le scale, in ascensore, a piedi, di corsa o piano verso il garage, la bici, il motorino, la macchina, l’autobus. Camminare scendendo le scale e aprendo il petto. Respirare l’aria fresca del mattino e sentire sul viso l’odore del giorno che nasce, del sole che sorge o dell’acqua che casca, che batte sulla tua testa o sull’ombrello, che ti bagna ed è fresca come l’acqua del lavandino, ma non ti da piacere. E non ti libera il cuore ma lo grava di pensieri e di sonno, di stanchezza e di affanni che non c’entrano con l’acqua o con il giorno ma che c’entrano con te che ogni giorno ti alzi e riparti sotto il sole o l’acqua che cade e ti bagna e non ti da piacere.  

Viaggiare. Correre, guardare l’orologio con ansia, sperare che non ci sia la coda o che nessuno cada sull’asfalto sull’acqua, anche quando c’è il sole. Sperare che nessuno ceda davanti a te, o che ceda la bici o il motorino o la macchina o l’autobus che ti porta in stazione e ti lascia davanti. Sperare che tu non ceda, che tu non crolli dalla stanchezza del giorno che ancora non c’è, come te. Dalla stanchezza del viaggio che ancora non fai ma che, invece hai già fatto, una, cento, più volte. Sempre quel viaggio, ogni giorno diverso, o anche lo stesso, tutti i giorni uguale a se stesso. Il viaggio che ti porta in stazione, che parte dalla stazione, che arriva dove deve arrivare e riparte da li verso qui o da la verso qua. Dove il qua e il la sono la stessa cosa e s’incontrano li o qui. Si incontrano dove tu li fai incontrare, dove decidi se andare avanti o se tornare indietro. E vai avanti. Ogni giorno vai avanti e continui il tuo viaggio uguale a se stesso, ogni giorno diverso.  

Viaggiare. Correre, salire le scale, aspettare con ansia, impazienza e anche rabbia. Aspettare il treno che arrivi, che si fermi che sosti. Aspettare il rumore, lo stridio delle ruote che scandisce il tempo, il tuo tempo. Il tempo di tutti, che si accalcano e spingono. Che si stringono e sudano e ridono e soffrono e aspettano, poco, che si aprano le porte e aspettano, meno, che scenda la gente e che poi non aspettano e spingono e urtano e ti passano avanti. Salire, spingere, sudare, accalcarsi, avanzare spinti e sudanti da una folla accalcata di visi, di gente che sale, che spinge, che suda e si accalca su te. Con te. E tu avanzi nei corridoi dei vagoni fra gente seduta e in piedi, sveglia e assonnata, triste e felice, giovane e vecchia. E tu avanzi nei corridoi fra i vagoni stipati di visi, che sono anche il tuo, che ti guardano e avanzano davanti a te e dietro a te e che sai che domani saranno con te mentre spingi fra loro per trovare il tuo posto. Quel posto che non è solo tuo ma è anche per te, che ti guardi avanzare fra la gente e fai finta di niente. Quel posto che è quello che cerchi, ogni giorno diverso, in un viaggio, ogni giorno lo stesso, di un uomo che forse sei tu.  

Viaggiare. Avanzare in un treno che viaggia e ti porta lontano. Avanzare fra visi di uomini e donne, di tanti ragazzi svogliati, di sogni da fare o già infranti, di anni passati avanzando e cercando qualcosa. Avanzare negli anni che corrono e viaggiano piano tanto più sei vicino e viaggiano forte più tu ti allontani e arrivano prima che tu possa arrivare. E fermarti. Avanzare sapendo che piove o che fuori c’è il sole e che quello che fai è un correre piano fra volti distanti, un cercare quel posto che non è più il tuo, o che mai non lo è stato. Un viaggio che hai fatto e che sai che farai anche restando fermo. Aspettando.  

Viaggiare. Sedersi, chiudere gli occhi e sognare di non essere in piedi. Oppure appoggiati a una porta, anche a quella del bagno, o a un bastone o a un sostegno di ferro con gli occhi sbarrati in un treno affollato di sogni di persone sedute in un posto, al tuo posto che però non è il tuo. E farsi da parte quando altre persone ti incontrano e avanzano o magari si fermano, sorridono e chiedono spazio. Un po’ più di spazio. E tu glielo dai, oppure no, a seconda del tempo, a seconda del sole che ti scalda i pensieri ed il cuore o dell’acqua che scende sul viso, sulle gote arrossate dai tanti tuoi sogni che hai fermi con te, dentro te. Dai sogni che avanzano, corrono, e ti lasciano indietro appoggiato a una porta, o a un bastone o a un sostegno di ferro che non vuoi più lasciare. Per paura di che? Per paura di te? Che ti appoggi a una porta, o a un bastone o a un sostegno di ferro, anche indietro nel treno, e non vuoi più avanzare.  

Viaggiare. Correre in un treno, anche fermi. Correre in un treno che ti porta lontano, che ti spinge lontano dalla stazione, dalla casa, dalla camera da letto, dalla sveglia che suona. Correre per arrivare in un luogo da cui, poi, dovrai correre. Correre per rimanere svegli, per sentire la carezza del vento da un finestrino abbassato. O le gocce di pioggia. Correre per arrivare stanchi. Per ripartire stanchi e tornare assonnati e riprendere il giro. Correre per finire il lavoro, prima che cada il giorno e che il sole scompaia. Correre per tornare in stazione. Correre.  

Viaggiare. Arrivare. E sapere che bisogna scendere.

 


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4 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: E tu avanzi nei corridoi - Il blog degli studenti. — 12 Luglio 2008 @ 14:36

    […] sconosciuto: […]

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 12 Luglio 2008 @ 22:38

    Mi piace di riportare, qui di seguito, dopo aver letto questo bel racconto, che ti “incalza” e ti coinvolge, e testimonia in modo mirabile l’ansia quotidiana del nostro tempo, due pensieri: il primo è di Sant’Agostino (da “Le confessioni”). Il secondo di Montaigne. Sant’Agostno scriveva: “E gli uomini vanno a vedere le altezze dei monti e grossi flutti del mare e le larghe correnti de’ fiumi e la distesa dell’oceano e i giri delle stelle; e abbandonano se stessi”.
    Montaigne diceva: “A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco”.
    Certamente la vita moderna ci porta la spasmodica frenesia del fare, dell’andare, del cercare…, tanto da sentirci quasi alienati. Sarebbe opportuno sostare un poco, rendere la nostra esistenza meno smaniosa. Ma il nostro tempo ci spinge verso un forsennato muoverci, tra gente che vive la stessa frenesia, non sapendo che più si “corre” è più ci si avvicina non solo alla nevrosi, ma alla inesorabile fine.
    Allora ricordiamoci che anche Gesù (lo ricorda il Vangelo) un giorno ebbe a dire ai suoi Apostoli: “Venite qua e riposiamoci un poco”.
    Queste mie considerazioni, forse un po’ strampalate e non so quanto “calzanti”, vogliono soprattutto sottolineare il mio apprezzamento per lo scritto di Fabio Fracas, scritto dal ritmo serrato e con felici esiti espressivi e psicologici
    Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by Fabio Fracas — 14 Luglio 2008 @ 16:03

    Caro Gian Gabriele Benedetti, la ringrazio per le sue parole e soprattutto per aver voluto cogliere all’interno del brano quel “di più” che ha espresso – si: in modo “calzante” – nel suo commento. Credo che la prosa e la poesia – così come l’unione delle due forme d’espressione – siano alcuni fra gli strumenti più idonei all’espressione della modernità e di ciò che di antico c’è in essa. La frenesia del correre e del fare che nasconde la paura dell’essere e del fermarsi. Temi dominanti nella letteratura dall’inizio dei secoli ma con i quali – trovo – sia d’obbligo, sempre, confrontarsi. Un caro saluto,

  4. Commento by B.Fly — 14 Luglio 2008 @ 19:36

    Leggendo il pezzo si percepisce il rumore del treno, la frenesia del mondo e sopratutto il desiderio di fermarsi, anche solo a pensare per un istante a dove stiamo andando.
    Complimenti,il racconto quasi poetico è interessante sia per la forma che per il contenuto.

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