di Maria Antonietta Pinna
Elifas Levi o, se vogliamo essere precisi, Alphonse Louis Constant (1810-1875), cultore di studi esoterici, indagatore di miti, riti, misteri, simboli, gruppi occulti, etc.
Nel 1860 pubblica la prima edizione de L’Histoire de la Magie, riproposta da Atanor e Mediterranee. Il tema è interessante, gli argomenti affrontati dal libro disparati e copiosi: dalla magia greca e orientale, ai culti diabolici, magnetizzatori, sonnambuli, allucinazioni, rosacruciani, etc. Peccato che il punto di vista dell’autore sia indelebilmente viziato da una costante misoginia che si ripercuote sulla pagina scritta come un pugno nell’occhio.
Il rispetto dell’uomo verso la donna è fortemente condizionato dalla “devozione” o “sottomissione” della stessa. L’uomo è il padrone che essa conduce “con le catene che le da l’amore”.
Una visione distorta e anacronistica dei rapporti tra i sessi.
Il tanto decantato Levi, del quale si dice che è necessario possedere e leggere le sue opere se si è appassionati o studiosi di esoterismo, rimane un uomo del suo tempo, un retrogrado codino e bigotto. L’esaltazione della religione cristiana, si condensa in queste ridicole precisazioni: “Il Cristianesimo solo ha potuto legittimamente emancipare la donna chiamandola alla verginità ed alla gloria del sacrifizio”.
L’emancipazione consiste nel sacrificio?
Poi chiama in causa anche le Vestali: “Numa aveva presentito questo mistero allorché istituiva le Vestali; ma i Druidi precorrevano il Cristianesimo ascoltando le ispirazioni delle vergini, e rendendo onori quasi divini alle sacerdotesse dell’isola di Sayne”.
Una donna destrutturata, dunque quella di Levi, privata della sua sessualità, in perfetto accordo con la sessuofobia di un cattolicesimo stantio e di una religione che fa discendere Eva dalla coda o costola d’Adamo.
Levi cita esempi di donne infernali, come Fredegonda, il cui sguardo è un maleficio o Medea di cui tutti sappiamo.
L’eroina è Giovanna D’Arco, la vergine guerriera, la donna-non donna, asessuato e coraggioso soldato votato al martirio.
Lo stile è inoltre un po’ rugginoso. L’esposizione, a differenza di quanto si dice nel sottotitolo, non è poi così regolare e precisa.
In ogni caso la scelta di ristampare un autore come Levi si rivela felice, perché aiuta a comprendere la personalità di Levi, i suoi limiti di uomo ottocentesco.
Solo dalla lettura diretta dell’opera si colgono aspetti che una semplice biografia non aiuta a chiarire.