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LETTERATURA: Enrico Bertozzi, Poesie – Ed. Amaducci

9 Maggio 2014

di Marisa Cecchetti

Enrico Bertozzi, Poesie, con testimonianza critica di G. Bàrberi Squarotti e considerazioni di M. Giovanna Bertozzi, Tipografia Amaducci Borgo a Mozzano(LU) 2013

Dopo aver conosciuto la prosa di Enrico Bertozzi- ultimo il romanzo Onorato, pubblicato postumo- che ci ha portato tra la gente genuina dei suoi monti, ed avere ritrovato immagini e personaggi di un mondo che ormai solo i meno giovani ricordano, le poesie di questa raccolta sono una piacevole scoperta.

Premesso che il linguaggio poetico è di per sé il più alto e complesso, che non vuole la retorica, che ogni parola deve essere unica e insostituibile, frutto di lunghi lavori di rilettura, revisione, limatura, il linguaggio delle poesie di Bertozzi risulta sapientemente calibrato, le immagini rimangono scolpite, si vedono i gesti del quotidiano   che si ripetono sempre uguali come sacri riti, si sentono gli odori delle cucine, delle stalle, i profumi del bosco, i canti degli uccelli, e il paesaggio cambia colore ed aspetto con le stagioni. Un linguaggio pulito che niente indulge alla facile musica, senza dubbio il più adatto a chi ama la solitudine e il silenzio – le parole spesso travisano il pensiero originale   -,  senza dubbio il più rispondente al parlare misurato   di chi è diventato vecchio nel secolo scorso: nella famiglia parlavano i gesti, le azioni, la condivisione del lavoro, dei pasti, dei riti, non c’era bisogno di tante parole a commento.

Erano anni poveri, ma a ripensarli se ne sente ancora “il gusto durevole” e c’è quasi un pentimento tardivo di essersi lasciati scappar via la vita così, sgusciata tra le dita senza che ci fosse il tempo di accorgersene, “una vita in cui non ci siamo accorti di nulla, / sempre intesi a sgusciare tra guerra a e guerra/mentre lei lievitava calda come il pane,/ felice e irripetibile,/naturalmente bella”.

Una vita comunque vissuta  nel tentativo di far fruttare quei pochi talenti ricevuti al momento della nascita, quando l’Anima disse a un bimbetto: “Piccolino, mi senti?/ resto con te. Spero che la tua carne/prima o poi prenda il sale. Questo conta./ Ti porto pochi talenti.” Quel bimbetto è lontano, ragazzini diversi ora colgono i fichi sugli alberi, appesi “anche a testa in giù/come gli uccelletti sul sambuco”, e ne   gettano ridendo monelli al vecchio che passa, capisce e non colpevolizza.

C’è la saggezza di chi ha vissuto, ma soprattutto la consapevolezza di chi ha tanto amato la sua terra che ora soffre davanti al   mutare delle abitudini e delle scelte di vita, per cui i figli non continuano sulla strada dei padri, e la terra che ha sfamato generazioni a costo di sudore, ora resta ad inselvatichire.

Una nostalgia tangibile   attraversa la raccolta, ed è essenzialmente nostalgia di vita, perché l’amore e il legame a quella terra è troppo vivo per rassegnarsi a lasciarla: “terra povera della mia gente…/come ti abbandonerò?” E’ un vincolo forte come gli affetti familiari: “E la malinconia / del posto dove son nato e riposerò/ è temperata dalla vicinanza dei monti/bianchi di cui vedo il versante/ dove il Sole dolce convince a disfarsi la neve”. Forti sono la fede e l’abbandono al volere divino, ma non tanto da alleggerire la sofferenza della dipartita.

Una luce di tramonto accompagna il lettore, perché il poeta si sente vicino al segno, “come la boccia la pallino”, sente che è finita la stagione della caccia e che il grilletto “scatterà per lui”. E’ tempo di fare silenzio e di cercare i recessi del bosco, come fanno gli animali vecchi e feriti, perché   “saporita come nocèlle è la solitudine,/come la goccia dell’ olio e il granello di sale”. Tuttavia la solitudine fa anche paura: “ma soli, morire? E lo ritrova il Signore/uno che s’è ficcato in un noccioleto?”

Conforto comunque è pensare che  i segni del  passaggio rimangono nelle stanze dove si è trascorsa la vita, nelle forme affossate di una poltrona, nelle pantofole, negli oggetti che abbiamo toccato, a garanzia di una continuità di memorie che va oltre la vita. Perché nessuno scompare finché ne rimane   il ricordo.

O magari lui potrebbe continuare a cantare -chiaro riferimento alla poesia- se il Signore accettasse la sua preghiera/richiesta di farlo rinascere pettirosso, perché quello è un uccello che “canta fino/è tutt’occhi”, ed è sempre venuto al suo richiamo.

Bertozzi recupera il registro comune della sua gente, parla di rappe, di pippoli, di bòzzi, di pruni, di brancate, dice che il pero è sgrollato, che le salamandre si dibisciano, che il tempo è piovitivo, che la feccia aggalla, con la certezza e la volontà di non far dimenticare nulla. Bello questo inizio di giornata che ha vaghi echi pariniani: “Mattino! E l’uomo dei campi/stacca la frullana dal gelso/ dove l’ha ficcata iersera./La còte sulla lama guazzosa/fruscia come cavalletta gigante./Poi, gambe a rospo, braccia distese/falcia il prato fiorito,/un po’ al giorno, per le sue bestie: /la stalla è al giro del colle”.

Bertozzi ha il dono dell’ironia, lieve, garbata, chiave di lettura di sé e del mondo, che strappa il sorriso sia che si tratti del montanaro che riconosce la superiore intelligenza del miccio – bada miccio,/tu sarai più intelligente/ma io sono più forte -, sia che parli di sé e del “suono lucente” che ha sempre sentito dentro. Ma non si prende mai troppo sul serio, pur nel tentativo di spendere bene i suoi talenti: “Non mi succeda come al balordo/ che s’è beato sentendo suonare/un suo sacchetto di ceci/secchi”.

 


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