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LETTERATURA: Erri De Luca: “Storia di Irene” – Feltrinelli

18 Gennaio 2014

di Francesco Improta

L’ultimo libro di Erri De Luca, pubblicato da Feltrinelli, racchiude come in un’ostrica tre perle preziose ma irregolari. Sono tre storie che pro ­fumano di salsedine e testimoniano del ritorno di Erri, rocciatore provetto e amante della montagna, al suo primo amore, il mare, meglio ancora al grembo materno.

Dei tre racconti quello che dà il titolo al libro è il più corposo e con ­vincente anche se rimane alquanto sfilacciato; infatti, privo di sviluppi e snodi narrativi, si nutre più di memorie, riflessioni, immagini poetiche che di fatti concreti.

                        Nell’isola di Patmos, dove secondo la leggenda Oreste si rifugiò per sottrarsi alle Erinni e San Giovanni scrisse i 22 capitoli del ­l’Apocalisse, e che, in epoca più recente, fornì il titolo al com ­ponimento di Pasolini sulla strage di Piazza Fontana (cfr. Trasumanar e organizzare) vive una ragazza, venuta dal mare appena bambina in seguito a un naufragio – questa è la voce che circola in paese – e che ora all’età di quattordici anni è in procinto di partorire. Non si sa chi sia il padre né lei lo può dire, in quanto è sordomuta, certo è che viene ignorata e allontanata da tutti, come un’ombra sul muro che sulla terra le pesa come una zavorra ma che scompare nel momento in cui s’immerge nelle liquide onde del mare. Del resto lo stesso pope che l’aveva accolta in casa perché badasse al mulo e gli sbrigasse le faccende domestiche l’aveva cacciata non appena la ragazza aveva avuto la prima mestruazione e il sangue le era colato tra le cosce. Il suo nome è suggestivo ed evocativo, Irene, che in greco vuol dire pace. Ed è qui, su quest’isola che la incontra il nostro scrittore, in giro per il mondo per raccogliere o racimolare storie, perché il genere umano “ha bisogno di storie per accompagnare il tempo e trattenerne un poco”. E con lei comincia a dialogare in riva al mare, attraverso un linguaggio fatto di gesti, di ammiccamenti, di sguardi sotto un cielo di stelle che “sembrano punti fissi e invece sono flussi di energia lucente scaraventata in viaggio, alla più leggendaria delle velocità”.

È una favola marittima e mediterranea in cui si mescolano miti, leggende, tragedie storiche, richiami biblici e ricordi del vissuto dell’autore. Sono proprio questi pensieri randagi, questi soprassalti della memoria (il caffè di Napoli è più sacro dell’incenso), queste confessioni a fior di labbra che diventano il centro del racconto, spostando ai margini quella che in conclusione appare la tesi di fondo del libro: che il mare, cioè, è un mondo più equo di quello terreno:

La terra è alta e bassa, non porta pareggio alle sorti. Il mare è più giusto, se un’onda si alza sulle altre, poi scende. […] Il mare spiana i dislivelli senza trucco.”

In mare non c’è guerra (se non quella portatavi dall’uomo), è sulla terra, invece, che si scatenano gli odi, le gelosie, gli egoismi che portano irrimediabilmente ai conflitti e agli orrori che ne conseguono. Torna ancora una volta il ricordo della seconda guerra mondiale, che sarà protagonista nel secondo racconto. Non è un caso che Irene, la creatura anfibia, preferisca vivere non tra gli umani che la ignorano e l’allontanano come se fosse un’appestata, ma in mare, dove è cullata dalle onde ed è coccolata, curata e amata dai delfini, la più solidale comunità di esseri viventi.

Il secondo racconto, Il cielo in una stalla, era già stato pubblicato da Erri nel 2008 per i tipi di Infinito, con l’intento di promuovere e appoggiare l’associazione Antigone. Siamo nel 1943, all’indomani dell’armistizio del ­l’otto settembre e il padre di Erri, il sottotenente degli alpini Aldo De Luca, si nasconde, insieme a un gruppo di sbandati, spogliatisi delle loro divise militari, in una stalla nell’entroterra di Sorrento, per sfuggire ai rastrellamenti dei tedeschi, divenuti ormai truppa di occupazione. Una stalla, il cui tetto pieno di squarci e di fessure lascia intravedere, di notte, il cielo che “si accovaccia fino a terra”. Da qui il titolo del racconto coniato sulla falsariga di una famosa canzone degli anni sessanta di Gino Paoli. Nella stalla vengono raggiunti da un sesto fuggiasco, di famiglia ebraica, sfuggito alla deportazione, e con il quale lega solo il padre di Erri. Le ore scorrono lente, nel terrore di essere scoperti e giustiziati, e ogni mattina il vecchio ebreo, che ha confessato di non saper più pregare, lascia aperto il suo libro di preghiere perché esse salgano da sole fino in cielo. Finalmente riescono a imbarcarsi su una scialuppa a remi che li conduce nottetempo a Capri dove sono già sbarcati gli alleati, e dove loro finalmente riescono a scrollarsi “la guerra di dosso”. Ancora una volta per Erri, e non solo per lui, il mare rappre ­senta una via di fuga e di salvezza.

Il terzo racconto, Una cosa molto stupida, ha come protagonista Don Saverio, un uomo di 81 anni, segnato dal peso dell’età e dalla miseria. Vive con il figlio, la nuora e il nipote in un locale umido e freddo a livello della strada, quello che a Napoli si chiama comunemente “vascio”. Si sente addosso la puzza della vecchiaia e della morte imminente e quando si accorge che quella puzza ha invaso l’esiguo spazio degli altri che non hanno più nei suoi confronti alcuna forma di rispetto, se si esclude un vuoto e insignificante “voi”, decide di andare a morire in solitudine come gli elefanti. Con il suo piccolo ma prezioso tesoro, una mandorla, accolta sulla lingua come un’ostia, si reca sulla riva del mare.

“Il sole in faccia gli tiene le palpebre calate, il mare nelle orecchie gliele tiene riempite. […] Il frutto si è dissolto contro la calotta del palato, lui ne inghiotte il resto. La stanchezza è perfetta, adesso è sazia e può. Respira un paio di litri di aria calda, la trattiene, poi apre la bocca e da lì sguscia via con una capriola di scugnizzo che si tuffa in mare, la vita che aspet ­tava un’ora di felicità per togliere il disturbo.”

La Storia di Irene è in gran parte storia di Erri, che ha raccolto nel suo continuo vagabondare di uomo, utilizzando, come più volte ha ribadito, soprattutto le orecchie, dove appunto rimanevano impigliate, storie da raccontare a Irene e al suo pubblico di affezionati lettori, innamorati sempre più della sua originalissima cifra stilistica, di quel linguaggio, denso e sapienziale, ricco di metafore ardite e di virtuosismi lessicali. Penso in particolare a:

«Ho attraversato notti senza appoggio, insonnie di ferro e di fuoco e qualche mano santa che mi ha tirato a bordo del giorno seguente ».

Il regno degli animali è una repubblica. È sprovvisto di corona, il più inefficiente copricapo, incapace di proteggere dal sole e dalla pioggia.

Solo quella di spine, intorno alla fronte dell’uomo, riscatta l’oggetto e il soggetto.”


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart