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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Evasione

7 Agosto 2008

di Gian Gabriele Benedetti

[Oltre a numerosi libri di poesia, ha pubblicato la raccolta di racconti “Paese”, Lalli Editore, 1986]

Stefano spalanc√≤ la finestra che dava sul cortile di casa. Una boccata d’aria pi√Ļ viva e benefica invase la stanza soffocata nel caldo e fece frusciare leggermente le lunghe tende di seta.
 La notte non aveva ancora dissigillato le sue cerniere. Qualche lampione distribuiva contenuti aloni di luce tra le intricate vie e la voce del silenzio spiava ogni angolo ammorbidito da scialbi riflessi lunari.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Sarebbe stata di sicuro, anche questa, una giornata torrida: gi√† lo si sentiva dall’umidit√† pressoch√© immobile che si appiccicava alla pelle e alle cose intorno. Ma per fortuna Stefano se ne sarebbe andato dal fondo della valle, dove stancamente si stendeva il paese, fin su al “Prato a Monte”, a milleseicento metri di altitudine. L√¨ avrebbe sistemato la piccola tenda da campo per trascorrere in solitudine ed in pace, ritemprandosi, le sue brevi vacanze.
                    Tutto era ormai preparato: lo zaino con i viveri, le coperte, gli indumenti di ricambio, la tenda stessa ben impacchettata, il fedele bastone da montagna, il siero antivipera e qualche amato libro per una distensiva lettura.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Oltre a questo non aveva voluto altro con s√©, neppure la sua radiolina a transistori, per estraniarsi completamente dallo sciabordio inquieto e pressante di un mondo che non dava tregua e frastornava ed avviliva a causa della spietata verit√† della condizione di una vita sempre pi√Ļ intricata, difficile, convulsa e spesso priva di umanit√†.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Dall’orologio della torre rimbalzarono e si dispersero nel buio cinque sonori rintocchi, quando, fuori dell’abitato, Stefano posava i primi passi sulla mulattiera sconnessa, che saliva ripida, avventurandosi nel bosco di castagni.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Il rumore degli scarponi chiodati e del bastone ed il respiro un po’ affannoso scivolavano, intrusi, nella quiete fatta di ombre dense e di scaglie d’oro opaco furtivamente filtrate tra le dita intrecciate delle chiome frondose.
                    Camminò, camminò a lungo con passo uguale, cadenzato, alla montanara, chino, col peso sulle spalle, finché non sentì il bisogno di fare una sosta.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Tolse di dosso lo zaino e si mise a sedere su un grosso sasso levigato. In quel punto il bosco allargava le sue maglie tentacolari e permetteva di vedere una fetta della valle, alle prime slavate luci dell’alba.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Le cime dei monti, ancora scure, si disegnavano nette nel cielo, che si faceva di perla. Qualche rara stella, timido bottone di mimosa, tardava a spegnere il suo lume fioco e lontano, e la luna, impallidita e pronta alla disfatta, sfogliava gli ultimi petali d’avorio, aggrappata al dileguarsi inesorabile delle tenebre. Un leggero venticello, svegliatosi per tempo dal suo nascondiglio notturno, discorreva discreto tra i rami ed i cespugli e portava fresche carezze al viso accaldato di Stefano. Fragranze diverse ed appaganti, in trame sottili, imbevute di terra, si intrecciavano e si impigliavano nel respiro puro, profondo.
                    Intanto campani di un gregge invisibile presero a tintinnare monotoni, accompagnati dal latrare imperioso e quasi continuo di cani attenti e diligenti.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Qualche gallo, da casolari sparsi, soffocati nel bosco, si affannava a segnalare l’allargarsi del giorno.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Il mattino porgeva, ora, le sue vesti pi√Ļ chiare e gi√† s’intravedeva il fondo della valle, dove una nebbiolina sottile impediva al paese di mostrare appieno i suoi tetti ammassati.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Stefano raccolse, con tutto se stesso, immagini, suoni e profumi come fiori da un campo e li adagi√≤ nel suo animo soddisfatto, disteso, rinfrancato. La respirazione fattasi pi√Ļ agevole e le forze ripristinate lo invitarono a riprendere il viaggio.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Pochi passi pi√Ļ in su ed i tormentati e rugosi castagni lasciarono il posto ad agili e snelli faggi, che, in un fitto ordito, a stento facevano penetrare la prima chiaria.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† La macchia, in quel punto, seminava un nutrito chiacchierare d’uccelli a segnalare il risveglio avvenuto.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† La salita s’inerpicava sempre pi√Ļ impervia e costringeva a moderare il ritmo. Ma l’aria pi√Ļ rarefatta e pi√Ļ frizzante dell’altitudine leniva la fatica e Stefano si trov√≤ in breve ai margini di un prato, che, come ormai sapeva da tempo, si spalancava quasi all’improvviso al termine del faggeto.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† La distesa riposante di giada, in pendenza non eccessiva, fremeva d’erbe e di fiori delicati all’ansia di un’aria smaniosa. Al margine superiore si affacciava la rustica casetta di Giovanni e di Maria, dalle finestre e dall’uscio in miniatura, con il tetto di piastre grigio- ¬† ¬† ¬† scure e qualche albero intorno, con bacche rosso-sangue tra le brune chiome, ad abbracciarla.
                    Lì vicino, la stalla per le pecore e le mucche, ed il fienile capace.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† L’aprirsi del giorno non aveva sorpreso il vecchio Giovanni, che gi√† con la sua frullana, cappello marrone in testa e pipa in bocca, recideva sicuro ed abile le erbe odorose. Anche Maria, nei sui abiti bigi e con il fazzoletto in capo, chiamava a raccolta le galline impazienti con abbondanti manciate di grano e di granturco.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Qui il tempo pareva essersi fermato per decine d’anni, lasciando intatto un mondo che solo portava con s√© una remota memoria.
                    Stefano si diresse verso la casetta, muovendosi ancora lungo la mulattiera ora delimitata da una staccionata che mostrava i segni delle stagioni e delle intemperie.
                    Il cane Drago fu il primo a ravvisarlo e gli corse incontro fremendo in tutto il corpo ed abbaiando di gioia.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† “Oh√©, guarda il Signorino che arriva dal paese!” fu il grido festoso di Giovanni, quando, avvertito dal chiasso del cane, si accorse del suo avvicinarsi. “Anche quest’anno sui nostri monti…” soggiunse l’uomo, venendogli incontro attraverso la sofficit√† del prato. Si salutarono calorosamente. Il vecchio, in atto ossequioso, teneva il consunto cappello con la sinistra, appoggiandolo al petto.
                    Entrarono in casa, seguiti dallo slalom di Drago tra le gambe, e Maria accolse Stefano con mille cerimonie.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Seduti di fronte al caminetto acceso, che lass√Ļ faceva anche comodo per via dell’aria assai pungente della mattina, si misero a conversare. Un gatto bianco e nero, ben pasciuto e dal pelo lucido e folto, sonnecchiava vicino ad un capitone e non si mosse per niente, pur aprendo sornione, per un momento, un occhio assonnato.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† La fiamma del ciocco di faggio si levava, agitata, in pi√Ļ lingue luminose a vivaci colori e si dileguava in una fuga di scintille su per la nera cappa.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† La stanza, che serviva da cucina, dal soffitto basso con scuri travi in legno, era completamente impregnata di fumo. Anche gli sparuti vecchi mobili (un tavolo, qualche sedia impagliata ed una vetrina minuscola con pochi “stagionati” utensili all’interno) palesavano evidenti segni di un non sempre perfetto tiraggio del caminetto.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Stefano accett√≤ volentieri l’offerta di una tazza tiepida di latte, appena munto, che aveva un sapore inconfondibile di genuinit√†, che nulla aveva da spartire con quello acquistato abitualmente al paese.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† E mentre lo sorseggiava con piacere, guardava i due vecchi, rimasti l√¨ in quell’oasi solitaria, lontani dal turbinio scomposto ed irrefrenabile della vita moderna.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Non avevano voluto abbandonare i loro posti ed i loro animali, nonostante i figli, come rondini migratrici senza ritorni, se ne fossero andati da molto. Vivevano a contatto con una terra dura, aspra, affatto prodiga, che aveva segnato profondamente i loro volti, le loro mani e soprattutto il loro animo. Ma da quella terra avevano preso il coraggio, la forza, la costanza, la rassegnazione. Ed anche se conoscevano ben poco di ci√≤ che accadeva nel mondo e del cosiddetto progresso incalzante, conducevano una vita s√¨ costellata di fatiche e di sacrifici, ma tutto sommato serena, senza scosse, senza nevrosi ed ansie tipiche dei nostri giorni, legati saldamente da una lunga convivenza che aveva cementato sempre pi√Ļ la loro unione. Per tutto questo Stefano arrivava quasi ad invidiarli e provava per essi stima, riconoscenza e, doveva ammetterlo, una buona dose di affetto, come a dei nonni. Ben sapeva che quella esistenza schietta, priva di sussulti a cambiarne il corso, pur primitiva e densa di triboli, poteva saziare l’intimo e rendere felici pi√Ļ che un’esistenza quale egli, similmente alla maggior parte delle persone, era abituato a condurre in una civilt√† che spesso lasciava l’amaro in bocca.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Si ferm√≤ a lungo ad assaporare quella semplicit√† e quella naturalezza che sprigionavano i due montanari e quell’incanto che aleggiava nel posto. E quando se ne and√≤, per proseguire il cammino, prov√≤ in cuor suo una maggiore levit√†, giacch√© sentiva la mente pi√Ļ sgombra e l’animo racchiudere una tenerezza raramente avvertita. Portava con s√© il sorriso mite e bonario della donna e la forte, generosa stretta di mano dell’uomo.
                    Lo accompagnò per un tratto il cane con il muso e gli occhi umidi, zampettandogli a fianco, poi parve salutarlo con alcuni latrati, che si moltiplicarono nello spazio solo per poco, senza lasciar traccia.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Adesso Stefano camminava allo scoperto. Anche il faggeto, sebbene resistente ed ardito, non aveva osato spingersi pi√Ļ in su, dove il vento la faceva da padrone. La mulattiera si era trasformata in un viottolo sassoso.
                    Il sole aveva conquistato una bella porzione di cielo e cominciava a farsi sentire, nonostante la continua danza di una brezza divertita che scompigliava i capelli e raspava tra le esili erbe.
                    Ormai la meta si faceva vicina: restavano poche centinaia di metri dello stretto sentiero, che serpeva a fatica fin verso la cima del monte.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† E fu lass√Ļ, su quel minuscolo pianoro che si stendeva dietro il punto pi√Ļ alto a dominare la profonda valle, che ruzzolava, precipitando, ed a guardare quasi con superbia le altre alture di fronte.
                    In quel luogo, tra bianchi sassi, zampillava una polla dal colore del cielo. Stefano bevve profondamente, provando una sensazione di grande benessere. Poi volse lo sguardo ad afferrare il panorama che come un sogno gli blandiva gli occhi.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† La terra pareva aprire lentamente le viscere al fecondo calore del sole, che avanzava deciso, e vaporava sempre pi√Ļ umori e profumi diversi, invitanti, inebrianti, capaci di rinnovare ricordi talvolta accantonati. Lontana, la luminosit√† dorata di un’aria tremula lasciava apparire la nitidezza cinerina delle creste dei monti, che avevano assunto un’insolita dolcezza immobile, morbida, pur nel tormentato distendersi a semicerchio. Al di sotto, frantumati in vaste chiazze di verde a differenti tonalit√†, scendevano tutt’intorno prima il prato di velluto, poi il faggeto serrato, poi il bosco secolare di castagni, infine, in lieve foschia, le vigne regolari ed il fondo della valle con le case in miniatura.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Lunghi, goduti silenzi, di tanto in tanto, s’imbevevano del tenue, rapido, imprevisto frusciare d’ali e di un sottile, timido zirlare. Poi l’eco della quiete, col suo incedere misterioso, guardingo, ovattato, stendeva di nuovo pi√Ļ a fondo le sue mute braccia. Stefano saporava questa pace profonda, quasi irreale e centellinava la soave lentezza del tempo, che sembrava aver trattenuto l’incessante e smanioso andirivieni del suo insensibile pendolo, e si smarriva in quell’inenarrabile respirare le cose che suscitava nell’anima rapita una musica sublime, uno stupore acceso, un amore quasi carnale. Si compenetrava nel canto casto della natura, che si propagava in raggi d’infinito, attraverso il soffio palpitante del suo splendore.
¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Era come se riscoprisse le origini pi√Ļ pure, le radici pi√Ļ vere dell’umanit√†. Ed allora lo avvolgeva la forza pi√Ļ sincera, pi√Ļ decisa, pi√Ļ autentica, sovente perduta nel quotidiano andare, per riconciliarsi con la vita e con l’uomo, per sanare il suo universo interiore frequentemente in pena, per fermarsi a gustare appieno i grandi valori dell’essere, per sorridere un poco, nonostante tutto, per resistere in piedi fino al momento magico, eccelso, solenne del volo felice verso le vette di un cielo incantato.
                    Guardò in alto, specchiandosi nel limpido azzurro che lo sovrastava, e si sentì, come mai gli era capitato, vicino a Dio.


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ÔĽŅ

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Bart