Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Fabrizio Puccinelli: “Il ritorno” – Ermes Editore.  

18 Giugno 2014

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Conobbi Fabrizio Puccinelli (di cui mi occupai qui) negli anni Sessanta, quando insegnava in Garfagnana. Capitava in banca e si fermava a conversare con un mio collega, che riusciva ad attrarlo e monopolizzarlo. Io riuscivo a captare qualcosa di quei discorsi, ma non mi presentai mai. Eppure avevo letto nel 1967 su “La Fiera Letteraria” diretta da Manlio Cancogni il suo racconto “Fabulator qualis humanus”, inserito in questa raccolta di sette racconti, già pubblicati in varie riviste, tra cui “il Mondo” di Mario Pannunzio”, e mai raccolti in volume.
Essi sono ispirati dalla solitudine e soprattutto da ciò che essa genera, ossia il bisogno di riflettere sulla vita non solo propria ma del mondo, o meglio della “grande macchina”. L’ambientazione in più di un caso ricorda quella della montagna e dei paesi indimenticabili di Vincenzo Pardini, il cantore della Garfagnana, dei suoi uomini e dei suoi animali.

“Fabulator qualis humanus” è un racconto di rara bellezza (fra parentesi sono spesso riportate frasi in latino, finalizzate a puntualizzare meglio) e conserva per me la freschezza di quando lo lessi sulla Fiera nel 1967. Oltre all’inquietudine del vivere, vi è rappresentata la forza magica e liberatoria del raccontare (“un racconto, non ha un dove e un quando come lo hanno le scienze della società e le statistiche.”), impacciata però dalle leggi della “grande macchina”, la quale altro non è che la modernità con tutte le sue complicazioni. Puccinelli invoca una specie di fuga, un ritorno del nativo alle antiche abitudini. Un passo, che si trova proprio in Fabulator, ci descrive uno dei suoi modi di vivere e intendere la solitudine: “È una donna di età, assennata, laboriosa (sedula) e, oltre a fare le faccende di casa, mi si concede benevolmente perché soddisfi seco lei i miei bisogni carnali (libidines). Questa è la sera in cui solitamente ne uso ma ella se n’è andata e per timidità non vi ha fatto cenno. Anche lei è vedova da molto e io ho sistemato i suoi otto figli, ma da quando usa con me non produce più per la mia sterilità.

Autore dalle molte letture, qualche volta se ne se avverte l’influenza, come accade ne “Il bidello si dimette”, in cui la presenza di Kafka è evidente. Ma quasi sempre la scrittura si impone per una peculiare sensibilità suggerita dalla frequenza del domandarsi, dalla moltiplicazione dei perché che non hanno ricevuto né ricevono risposta.

“Marì, un bambino e le radici del raccontare”, ad esempio, mette in risalto un rapporto tra la città e la campagna destinato a non risolversi mai del tutto. La città è Lucca, descritta con amore nei ricordi di infanzia, ma sottoposta e raffrontata alla suggestione di una libertà al di fuori della sua cerchia, ansiosamente cercata e mai del tutto posseduta nell’anima.
Così che il risultato continua ad essere, nonostante la ricerca si sia fatta più tenace e volitiva, ancora una volta, il vuoto. Da qui l’improvvisa voglia di narrare, e da qui ancora una volta un nuovo fallimento: “Perché sentivo quel vuoto che era intorno a me non soltanto come il vuoto della valle, la mancanza delle persone, lo svuotarsi dei ricordi, ma come il vero nulla che io credo senta ognuno che scrive, intorno a sé e sul quale si stagliano le immagini, un nulla, che chiede di essere popolato di personaggi, situazioni, storie. Non di questa valle o di tizio o di caio, o di San Luca ma di un intero mondo che è posto nell’assurdo e nel vuoto.

Tutto scompare; perfino quella forza della città che “mi tenne sempre o maggiormente oppresso dalle regole e dai divieti, dalle restrizioni e dai compiti necessari a farmi incorporare lo spirito di un mondo ormai scomparso.
Puccinelli pare arrendersi, alla fine, ed accettare di dare alla esistenza il significato di un viaggio che non riesce a condurci alla scoperta e alla conoscenza delle “radici di noi stessi.
Negli ultimi due racconti, “La cripta” e “Capriccio”, è avvertibile la ricerca di uno stile innovativo rispetto ai primi racconti.


Letto 1430 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart