di Carlo Cassola
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 28 agosto 1970]
Come ho detto nel prece dente Foglio di diario, il ro manzo moderno si è liberato delle finalità accessorie per di ventare un puro genere arti stico. Naturalmente ho inteso indicare la sola linea di svolgimento che conti: quello svolgimento che è portato avanti dai veri scrittori, spesso anche in modo discontinuo, cioè solo nelle fasi felici della loro at tività creativa. In altre parole, l’impurità è una tentazione ri corrente per gli scrittori fal liti o esauriti: che in ogni tem po sono la moltitudine.
Prendiamo gli ultimi decen ni del secolo scorso. La ten denza dominante era il natu ralismo, cioè un’idea assoluta mente sbagliata della lettera tura. L’impurità raggiunse al lora il suo colmo: oltre che un sociologo, un ideologo, un propagandista eccetera, lo scrittore doveva addirittura es sere uno scienziato! Lo sca dimento del gusto aveva toccato il fondo: una mediocrità come Zola fu acclamato come il romanziere principe dell’e poca. Ma un clima così sfa vorevole non riuscì a far sec care la pianticella della poe sia, se gli ultimi tre decenni del secolo videro fiorire grandi scrittori come Hardy, Cechov e Verga. Il primo igno rò tranquillamente il natura lismo imperante; gli altri due pagarono ad esso un contri buto più apparente che reale.
La rottura col naturalismo avvenne nei primi anni del nostro secolo. Per conto mio la rottura decisiva fu opera del primo Joyce, di Dublinesi e del Dedalus. Altri potrà fa re il nome di Proust: la col locazione temporale comun que resta quella, il principio del secolo.
La posizione mentale dello scrittore naturalista è quella dell’osservatore. E’ il tipo che annota via via su un taccuino tutto ciò che gli sembra in dicativo del comportamento in dividuale e del costume so ciale. Questa massa di osservazioni sarà il materiale di cui si servirà per fabbricare i suoi romanzi.
In altre parole, per lo scrit tore naturalista la realtà è solo un campo di esercitazioni per le sue facoltà di psicologo, di sociologo, d’ideologo e di moralista.
Per lo scrittore che ha rotto col naturalismo la realtà, ri dotta a semplice esistenza, vie ne accettata com’è. Non è su scettibile di giudizi di valore, essendo essa stessa un valore, anzi, il valore massimo. Allo scrittore non resta che affina re lo strumento della perce zione, per darci una visione delle cose che sia la più fedele possibile, la più vera possi bile.
Volendo proprio dare un nome a questa letteratura nuova, di cui Dublinesi e Dedalus sono il più importante mani festo, la chiamerei esistenziale Ma il nome non ha importan za; ha importanza semmai de finire l’atteggiamento dello scrittore nuovo di fronte alla realtà.
Egli non la osserva, la con templa. E’ in uno stato pas sivo, ricettivo, di fronte alla realtà. Potrei dire addirittura in uno stato mistico, dato che si attende la rivelazione della verità dal linguaggio muto del le cose. Ed è una verità indecifrabile per la ragione, ma chiarissima per il sentimento.
E’ questo suo sentimento del mondo, dell’esistenza, del tempo, che egli vorrebbe in qual che modo esprimere. E’ que sto suo messaggio esistenziale che vorrebbe comunicare agli altri. I messaggi particolari non lo interessano, o lo interessano meno. I messaggi che possono essere comunicati in un’altra lingua, non lo interessano affatto. I messaggi politici, per esempio (intendendo la politica nel senso corrente del termine): vengono comunicati attraverso trattati, libri di storia, articoli, discorsi: che bisogno c’è che vengano comunicati attraverso il linguaggio della poesia? La poesia politica, del resto, non c’è e non c’è mai stata. Credere che Dante sia stato un poeta politico significa non aver capito la poesia di Dante. Un Farinata o un Bellincion Berti hanno lo stesso rilievo sentimentale che hanno, in Joyce, Parnell o O’ Connell. Il risultato letterario maggiormente ambito dallo scrittore nuovo è, come ho già accennato, la purezza della percezione. Ad esso mirò i primo Joyce, mirò il prime Hemingway, mirò la Mansfield, ha mirato Pasternak. Si potrebbero fare certo altri nomi; rimarrebbero comunque pochi. Anche aggiungendo quelli, assai più numerosi che potrebbero essere attinti tra i cultori della lirica, il filone della letteratura esistenziale resterebbe sparuto. Ma che vuoi dire? Può darsi che queste esigue prove siano il preludio ad una grande stagione poetica. Una cosa è certa, che le grandi stagioni poetiche sono state contrassegnate da una sorta di riscoperta della realtà. Ma di riscoperta sentimentale. Le cose hanno acquistato improvvisamente un senso e hanno acquistato un valore di per sé perché negli animi era nato un sentimento nuovo. Le credenze teologiche, morali, ideologiche, si dissiparono come nebbia al sole.
Un viso o un albero diventò più importante di un sistema filosofico. «When I came back from Lyonnesse – with magic in my eyes… ». Sono due versi di una poesia giovanile di Hardy. Senza il magico negli occhi, non c’è poesia. Non c’è mai stata; meno che mai ci può essere nel nostro secolo.
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Sì: il filone esistenziale è il più rappresentativo della nar rativa del Novecento. E’ quan to dire che nella migliore nar rativa del Novecento l’esigen za della rappresentazione ha preso il sopravvento sull’esigenza del racconto.
Anche da questo punto di vista, Thomas Hardy è un con temporaneo più di quanto lo siano scrittori maggiormente vicini a noi nel tempo. S’in tende che non bisogna fermar si alla superficie. Due cose danno fastidio in Hardy, la tendenza al romanzesco e la sentenziosità. La tendenza al romanzesco gli derivava dal l’essere uno scrittore di pro fessione: egli temeva di per dere il favore del pubblico se non avesse raccontato storie sensazionali. Ma il lettore intelligente non deve lasciar si fuorviare dalle apparenze. Hardy in realtà ci ha raccon tato storie di una purezza stra ordinaria. Le ha ingarbugliate solo per quel pregiudizio che ho detto. Ma è facile per noi lettori rimuovere il sensazio nale, il melodrammatico ecce tera; compiere insomma quell’opera di restauro che del resto è indispensabile per legge re qualsiasi scrittore del pas sato.
Il restauro di Hardy non è difficile. Mentre è quasi im possibile quello di Dostoievskij. Dal punto di vista da cui mi sono messo io in principio, Dostoievskij è il più ottocen tesco tra i grandi scrittori del suo secolo: quindi, il più lon tano da noi.
In Hardy racconto e rappresentazione si fondono, fanno tutt’uno. Non è che egli con cepisca una vicenda e poi le fornisca la cornice adatta. Si ha l’impressione che egli con cepisca tutto insieme, vicenda, personaggio, paesaggio, ambiente. La vicenda di Tess è illuminata dai mutevoli pae saggi in cui si svolge: la verde valle del Froom riflette la felicità dell’amore, il brullo al topiano di Flitcomb-Ash la de solazione dell’abbandono. La vicenda di Eustachia, in The Return of the Native, non avrebbe rilievo senza l’incom parabile sfondo della brughie ra di Egdon.
Come sono aggiunte facil mente rimuovibili dal lettore gl’ingarbugliamenti, le inyerosimiglianze eccetera, così sono facilmente rimuovibili le sentenze, gl’interventi, le citazioni eccetera. Le narrazio ni di Hardy sono perfetta mente autonome, stanno in piedi da sé. Anche se ogni tanto si fa sentire, la voce del narratore non distrugge l’il lusione che quello che leg giamo non sia finzione, ma realtà.
Il commento, in Hardy, è superfluo. Egli potrebbe affi darsi unicamente alle imma gini per comporre la sua rap presentazione e mandare avanti il suo racconto. Mentre ci sono scrittori in cui il com mento è essenziale. Ciò che raccontano o descrivono è po co più che un pretesto per le loro riflessioni. Sono saggisti più che narratori. Tanto per citare qualche esempio: la Re-cherche e La coscienza di Ze no sono più saggi che ro manzi.
Un romanzo-saggio (o per dir meglio, un saggio in for ma di romanzo) lo si gusta mentre lo si legge (s’intende, se l’autore è intelligente, com’è appunto il caso di Proust e di Svevo). Ma esso dà solo un piacere intellettuale: non emoziona, né commuove. E’ un libro che arricchisce la tua comprensione della vita e degli uomini; ma non accresce, non risveglia la tua emozione davanti alla vita e la tua commozione davanti agli uomini. La teoria della «impersona lità » della narrazione, così come è stata enunciata da Flaubert, Verga e Joyce, non significa certo che lo scrittore sia un trascrittore, che il suo compito debba limitarsi a registrare i dati di una realtà bell’e fatta. La realtà va in ventata. Ma questa invenzio ne deve stare in piedi. I per sonaggi, i fatti, l’ambiente, il paesaggio, devono sembrare veri. Un autentico romanzo si risolve interamente nella rap presentazione e nel racconto. Verga aveva pienamente ra gione quando diceva che l’o pera deve sembrare che si sia fatta da sé. Come aveva ragione Joyce quando scriveva nel Dedalus: «Si raggiunge la forma drammatica quando la vitalità, che è passata vor ticosa intorno a ogni personaggip, riempie ciascuno di questi personaggi con una tal forza vitale che l’uomo o la donna, secondo i casi, assu mono una vita estetica pro pria e intangibile. La perso nalità dell’artista, dapprima un grido, una cadenza o uno stato d’animo, poi una narra zione fluida ed esterna, si sot tilizza alla fine fino a spa rire, si spersonalizza, per così dire. L’immagine estetica nel la forma drammatica è la vi ta, purificata nell’immaginazione umana e da questa riproiettata fuori ». « Forma drammatica » ha naturalmen te lo stesso significato di for ma narrativa.
Impersonalità, spersonaliz zazione, non significa dunque che lo scrittore debba essere anonimo, neutro, scolorito. Al contrario, le sue narrazioni saranno tanto più vitali quan to più scaturiranno dalla sua sensibilità, dalla sua immaginazione, dai suoi sentimenti: vale a dire, da quanto c’è di più personale in lui. Ogni narratore racconta e rappresenta a modo suo. Ma proprio per ché la sua vera esigenza è quella di raccontare e di rap presentare, egli dev’essere il più diretto e il più spoglio possibile. Non deve girare in torno ai fatti, né raccontarli due volte; non deve girare in torno alle cose, né rappresen tarle due volte.
Sono trucchi volgari, buoni a produrre un effetto facile, una suggestione da due soldi. Mi dispiace che ci ricorra an che Joyce, perfino nelle sue pagine più felici. Ecco, in una delle prime pagine del Deda lus: «Rabbrividì, come a sentirsi acqua fredda e motosa sulla pelle. Era stato vile da parte di Wells farlo cadere nella fossa quadra perché lui non voleva scambiare la sua piccola tabacchiera con la ca stagna secca di Wells, vincitrice di quaranta partite. Co me era fredda e motosa quel l’acqua! Un suo compagno aveva visto una volta saltare nella schiuma un grosso to po ». Ogni scrittore racconta e rappresenta a modo suo, ma c’è un criterio di economia narrativa valido per tutti. Han no voglia a rimettere di moda il barocco. Uno scrittore ba rocco è un cattivo scrittore.
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Una risposta a “Fogli di diario #6/11”