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LETTERATURA: Francesco Biamonti tra parole e immagini. AA.VV., Philobiblon (2003)

30 Ottobre 2008

di Francesco Improta

Prima di recensire questo libro, che vuole essere un omaggio a Biamonti ad un anno o poco più di distanza dalla sua scomparsa, mi sembra doverosa una premessa: secondo le teorie più recenti dell’ermeneutica, nessun testo ha una sua verità oggettiva ed ogni interpretazione, qualunque sia la fonte – critico patentato, filologo, storico o semplice lettore – oscilla necessariamente tra com ­prensione e deformazione; non è un caso che il mio intervento su Biamonti venga presentato, in questo libro, come ipotesi di lettura, nel senso che si tratta della mia personale interpretazione del suo mondo e della sua narrativa. Un’interpretazione per giunta di carat ­tere divulgativo che nasce, però, dall’affetto, dalla stima, dalla rico ­noscenza nei suoi confronti e soprattutto dalla nostra breve ma in ­tensa frequentazione. Francesco Biamonti è, a mio avviso, il testi ­mone più lucido ed il cantore più accorato di un mondo che se ne va, che si dilegua, che scompare irrimediabilmente; un mondo con ­trassegnato, in maniera quasi emblematica, dalla presenza dell’ulivo. L’ulivo per Biamonti, infatti, non è solo un albero, ma un simbolo, meglio ancora un mito. Quest’albero, che s’illumina dall’interno, ha accompagnato la civiltà del Mediterraneo e qui, in Liguria, ha aggiogato, incielandosi, la terra al cielo. Non basta, esso produce anche dolcezza: senza ulivo non c’è che desolazione, è il simbolo di una società irripetibile. “Non è un caso – disse Francesco in un’intervista – che oggi i pochi ulivi rimasti hanno il colore viola che precede il buio della fine“. La fine, s’intende, di questo mondo, di questa civiltà. Oggi la nostra società sembra ma non è, vive nell’ovvio e nella superficialità, rispondendo soltanto alle esigenze del mercato, ne consegue che nessuno si sforza più di pensare con la propria testa. Ormai non conserviamo e non difendiamo più nulla, siamo pronti a svendere tutto: natura, bellezza, sentimenti, valori e dignità. La quantità della vita va a scapito della qualità, la fretta di avere tutto e subito ci costringe a commettere errori imperdonabili e spesso irrimediabili. I paesi sono stati abbandonati, le campagne sono invase dalle erbacce e dai licheni, le coste saccheggiate e de ­turpate da palazzi anonimi, grigi e tutti uguali, gli uomini privi di coordinate e di criteri direzionali non hanno più un progetto da realizzare ed i giovani, abbandonati non solo dalla speranza ma anche dal desiderio – la qual cosa è a dir poco terribile – “vanno compiaciuti al macero”, come si legge testualmente in “L’angelo di Avrigue“. La fine delle magnifiche sorti e progressive nelle quali Francesco, da giovane aveva creduto, come testimonia la sua militanza politica nel partito socialista, lo ha indotto a rifugiarsi nel paesaggio, quasi quest’ultimo, potesse rimanere misteriosamente stabile, e fedele a se stesso, e costituire, quindi, una sorta di com ­pensazione, di risarcimento o di consolazione. Non potendo, cioè, muoversi nel tempo, confuso, incerto e privo di prospettive, Francesco, soprattutto nei primi due romanzi, si è rintanato nello spazio, uno spazio verticale, sospeso come una zattera fra il cielo e il mare e rischiarato da una luce che ora incide le montagne, ora rotola a blocchi sulle fasce, ora s’inabissa in mare creando crepacci e voragini luminescenti ora si leva a macchie come uno stormo di colombe in volo. Ben presto, però, Biamonti si è accorto, guardandosi intorno che la natura circostante veniva sistematica ­mente saccheggiata, violentata e che lo spazio che in passato gli aveva offerto un intervallo di pace e di tranquillità è anch’esso malato come il tempo. Nel suo ultimo romanzo “Le parole la notte” il suo nichilismo si fa assoluto, Francesco, convinto che il mondo sia ridotto ad un cumulo di macerie (materiali e morali) e che il palcoscenico della vita sia popolato da personaggi senza anima, descrive, attraverso le vicende di Leonardo, il nulla che pullula intorno a noi. Per molti versi il nichilismo di Biamonti discende in linea diretta da Montale, con la sola differenza che nel poeta genovese s’intravede un’oltranza o, meglio ancora, la probabilità improbabile del “miracolo“: “Forse un mattino andando in un’ aria di vetro,/ arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo”, in Biamonti, invece, non c’è nessuna possibilità di salvezza o di ri ­scatto. “Anche il mare – al quale egli aveva affidato le residue speranze di redenzione – non riesce più a purificare i cuori“, come si legge in “Attesa sul mare“.

In un’intervista, rilasciata nell’immediata vigilia del nuovo millen ­nio, ad una precisa domanda sul futuro del mondo egli ha testual ­mente risposto: “Il secolo muore nel disonore e nella vergogna ed il futuro non sarà certo migliore. È tutto un mondo, infatti, edificato sulle rovine e sui delitti“. E alla luce degli avvenimenti più recenti sembra essere stato facile profeta. In questo mondo che va alla deriva, che frana ogni giorno di più, egli ha cercato di salvare la propria dignità di uomo e di artista, attraverso l’assunzione delle proprie responsabilità, l’esercizio di una pietà laica e solidale e so ­prattutto la ricerca, ossessiva, maniacale, di una purezza primigenia nella scrittura. Egli concepiva il mestiere di scrittore come dedi ­zione assoluta ed ha perseguito sempre, con accanimento in ­transigente, addirittura feroce, la purezza e la grazia dello stile, quella grazia che aveva perforato le mani di Silvio D’Arzo in “Casa d’altri” – come egli stesso aveva detto – e che per lui rappresentava l’unica garanzia di sopravvivenza. “Scrivere – ha detto Biamonti in un’intervista – è un’appendice del vivere e la scrittura mangia la vita“, ma egli era anche convinto che solo la trasparenza smagliante e adamantina della parola ci consente di portare chiarezza tra le cose e i sentimenti della nostra esistenza. La ricerca di questa grazia non gli ha dato tregua, spingendolo a cogliere le cose prima ancora che si manifestassero alla soglia della coscienza, in una luminosa attesa della loro epifania che lo induceva a dar voce al silenzio stesso, un silenzio lambito, accarezzato da luci basse e radenti, che diventa la cifra della frantumazione del mondo e della ineluttabile solitudine dell’uomo. E tutto ciò senza mai rinunciare alla lucidità e all’acu ­tezza dello sguardo che fa di lui uno scrittore decisamente cine ­matografico. Non a caso nel mio intervento ho accostato Biamonti a Bresson: entrambi, infatti, non raccontano ma analizzano la realtà, i rapporti tra i personaggi, tra gli oggetti, tra i personaggi e le cose; entrambi cercano, inoltre, di liberarsi del superfluo per puntare all’essenziale; entrambi, infine, s’interessano prevalentemente della zona di mezzo tra un fatto accaduto e le sue rifrazioni, per coglierne le pause, i precari equilibri, gli spazi segreti. Ne consegue che nelle loro opere s’infittiscono i tempi morti, e le azioni si prolungano nei gesti, nella fisicità degli uomini e delle cose anche perché Biamonti e Bresson, sia attraverso le immagini sia attraverso le parole, mirano a catturare e ad imprigionare la vita nelle cose assolute, allo stato puro.
Una volta Biamonti, pur così reticente a parlare di sé, si lasciò sfuggire che aveva iniziato a scrivere per un senso di colpa, per la consapevolezza di aver sprecato, fino ad allora, tutta o quasi la sua vita, c’è anche chi sostiene, invece, che egli abbia intrapreso quest’attività per mettere ordine nella sua irrequieta sintassi esistenziale o per mettere a morte il senso comune, essendo, e per formazione e per convinzione, un anarchico ed un libertario o più semplicemente per dare voce alle cose che voce non hanno; qualunque sia stata, però, la sua ragione più profonda, è fuor di dub ­bio che non possono essere né l’amore né la gioia che spingono a scrivere ma un disagio profondo, un senso reale o presunto d’ina ­deguatezza, e la volontà al contempo di cucire lo strappo, di curare la ferita, di colmare lo iato che si è aperto tra noi e il mondo, o quanto meno di trarne conforto e consolazione, anche se la con ­solazione, poi, nel caso di Biamonti, finisce con lo scontrarsi necessariamente con la sua non comune lucidità e con il suo radicale pes ­simismo. Ed è proprio questa non comune lucidità che gli ha impe ­dito ogni sorta di compensazione o di risarcimento, e non gli ha consentito di distogliere gli occhi dalla realtà di dolore e di soffe ­renza in cui viviamo e di cui ha materiato le pagine dei suoi straor ­dinari romanzi.


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