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LETTERATURA: Franco Limardi: “I cinquanta nomi del bianco”, Marsilio

30 Maggio 2009

di Seia Montanelli  

Nessuna redenzione, né speranza: tutti i personaggi dell’ultimo romanzo di Franco Limardi, “I cinquanta nomi del bianco” (Marsilio), a dispetto del titolo poetico, hanno un’anima nera che li porterà alla dannazione. Loschi interessi, passioni violente, racket, malavita organizzata, c’è tutto in questa storia intricata gestita con grande perizia dal suo autore.
“I cinquanta nomi del bianco” è un noir anomalo che mescola vari sottogeneri, è stato definito un hard-boiled all’italiana, che ne pensa?  

E’ una definizione lusinghiera, anche perché non ritengo l’hardboiled solo un modo di scrivere storie di genere, ma piuttosto uno stile letterario vero e proprio basato su una forte e definita visione del mondo.
Quanto alla atipicità del romanzo, credo dipenda dalla mia voglia di divertirmi a mescolare situazioni, immagini e personaggi, ad una certa esigenza di libertà creativa; in altre parole, il primo a divertirsi con le mie storie devo essere io.”  

Il titolo fa riferimento al fatto che nella lingua degli eschimesi esistano cinquanta diversi modi per definire le sfumature della neve: dalla storia appare poi che ci siano tutte queste sfumature anche nel male. E’ davvero così?  

Il linguaggio è descrizione della realtà; con diversi gradi di minuziosità, le parole ci servono o dovrebbero servirci, a descrivere esattamente la realtà che ci circonda, ma talvolta le parole non riescono in questo compito, anche quando sono così numerose e organizzate da enumerare tutte le possibili sfumature di un singolo colore. Ecco, da una parte mi interessava parlare di questa capacità/incapacità del linguaggio, dall’altra accostare a qualcosa che nella nostra cultura è sinonimo di purezza, una realtà che ha molto poco di integro e puro.”  

Il romanzo è scritto in uno stile ibrido, che mescola scene scritte in tempi verbali diversi – qui al presente, là al passato remoto  – nonché forme linguistiche opposte (alcuni momenti di intenso lirismo, alternati alla crudezza dei prestiti dialettali che si ritrovano nei dialoghi), mentre per contrasto, le atmosfere del libro hanno una certa qual fissità, sono quasi monocordi. Questa contrapposizione è una precisa scelta stilistica?  

I diversi registri nascono dall’esigenza di dare voce a personaggi tra loro molto diversi per estrazione sociale, culturale, per esperienze di vita; personalmente non mi piace “sentir parlare” nei romanzi con un linguaggio di tipo letterario, lontano dalla realtà della comunicazione verbale, né mi piace però, la macchietta, lo stereotipo, per cui tutti quelli che appartengono a quel gruppo sociale debbano parlare nello stesso modo. Sono convinto poi che anche delle situazioni, dei luoghi, “parlino” che dicano qualcosa e forse, i momenti di lirismo che hai notato, sono il registro che appartiene a questi personaggi particolari. Infine, certe notazioni ripetute, riconducono costantemente, volutamente, al freddo meteorologico e non, vissuto dai personaggi.”  

Il romanzo racconta un complesso intreccio tra prostituzione, droga, ecomafia e politica, è ancora il romanzo di genere a consentire di raccontare più efficacemente i mali della società?  

Nel corso degli anni si è voluta attribuire al cosiddetto “noir” una responsabilità e un potere che il genere non possiede, così che adesso non esisterebbero altri modi di scrivere, altre narrazioni in grado di descrivere la realtà. Io penso che la realtà sia estremamente complessa e che ridurla ad un solo aspetto sia una semplificazione dannosa, anche per chi vuole usare la letteratura come denuncia o come strumento sociale. Dico che la realtà o pezzi di essa, possono essere raccontati attraverso la letteratura mainstream, attraverso i noir, attraverso qualsiasi tipo di narrazione, purché essa sia onesta e trasparente.”  

(dal “Corriere Nazionale”)


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