Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Giulietta o Res-rei

9 Agosto 2009

di Valeria Caristia

L’avevano chiamata Giulietta.
Ma a lei quel nome non piaceva molto; avrebbe certamente preferito Rosa, come l’unica esponente del sesso femminile di cui si sarebbe sentita onorata di portare il nome, se proprio volevano dargliene uno.
Era il nome di una donna che sua nonna Adelina amava mettere in tutte le storie della buonanotte.
Le aveva raccontato che questa donna, il cui cognome ricordava quello di una città, chissà però quale, era stata uccisa “lottando per la libertà”- le diceva la nonna-.
Giulietta, alias Rosa, non si era mai interessata di politica.
Ma questo personaggio, vero o finto che fosse, aveva sempre colorato le sue notti, ormai sempre più tristi, dopo giornate passate a fare un lavoro che non aveva scelto, ma che fu costretta ad accettare pur di vivere.
Lei era una delle tante schiave della tratta, caricate a forza sulle navi di paesi ad alta emigrazione e destinate ai paesi ad alta consumazione.
Certo l’Argentina non poteva più essere considerato un paese del terzo mondo, ma quelle come lei avevano un buon mercato in Europa, e come gli scafisti albanesi di cui aveva sentito parlare ora che era in Italia, anche alcuni armatori argentini facevano l’occhietto al mercato nero pur di arricchirsi.
Anche Rosa, l’eroina della nonna Adelina, si sentiva straniera in uno stato straniero. Dalla Polonia emigrò in Germania, che forse a quei tempi, erano gli anni della prima o della seconda guerra mondiale- Giulietta non lo ricordava bene-, contava di più dello staterello da cui tanti ancora se ne vanno.
Ma lì non le andò poi tanto bene…
“Fu uccisa perché i controrivoluzionari non gradivano le sue gesta in seno al gruppo che aveva fondato e che si chiamava come uno schiavo del tempo dei romani: Spartaco”.
Questo Giulietta lo aveva imparato da una sua compagna, che invece di politica se ne intendeva e che lei e le altre chiamavano “Anita”, come la moglie di un altro uomo importante, Garibaldi. Ma “Anita” non era d’accordo, non amava essere chiamata così: diceva che Garibaldi non c’entrava nulla con i comunisti. A Giulietta e alle altre, invece, piaceva “Anita” e si divertivano da matte a vederla sbuffare quando la chiamavano con quel nome.
Dunque….
Anche questo Spartaco era uno in gamba. Era un gladiatore, non per scelta, costretto a questo mestiere “dal primo grande popolo imperialista” – almeno così le aveva raccontato Anita.
Con altri schiavi quell’uomo buono aveva sconfitto ben due eserciti. Ma il terzo era stato troppo e anche questa massa di poveretti fu sterminata.  

Giulietta era ancora giovane, amava ancora la vita; ma aveva deciso che doveva scappare da quella vita da schiava, costretta a lavorare per soddisfare i raccapriccianti bisogni degli uomini.
Anche se la fuga le sarebbe probabilmente costata la vita, come a Rosa e Spartaco.
Ma a cosa sarebbe valso vivere ancora in quel modo; si sentiva sempre più un animale, nel senso più abbietto che gli uomini sanno dare a questa parola.
Voleva scappare, non sapeva ancora dove.
Forse in Perù o in Bolivia nel paese della nonna, uno di quei puebliti dove ancora la gente vive della propria terra, del lavoro delle proprie mani, dove le galline becchettano sotto i tavoli della cucina, i cani cacciano ancora per guadagnarsi da mangiare,   le vacche pascolano tranquille e muoiono sulle tavole dei proprietari quando sono ormai troppo vecchie per dare latte. Dove ci si sveglia con il sole da una parte e la luna dall’altra; con oceani verdi al posto di prati e torrenti dove lavarsi tutti, bestie e uomini.
Ma doveva decidersi, si faceva sempre più tardi, giorno dopo giorno.
Giulietta era giovane, sì; aveva solo diciannove mesi, ma le restava oramai solo un mese.
Venti mesi era, infatti, il limite che il governo italiano aveva stabilito per macellare le mucche come lei, di cui si sospettava la pazzia.
Sì perché così avevano chiamato quel morbo che attaccava il midollo e poi il cervello e che si trasmetteva agli uomini che si fossero cibati della carne di quelle vacche.
Era assurdo che di pazzia fossero accusate loro, povere mucche, carne da macello e non gli uomini che le costringevano a vivere rinchiuse in celle d’ingrasso, senza lo spazio per muoversi, il tempo per bivaccare (termine che ormai gli uomini avrebbero dovuto eliminare dal loro vocabolario), alimentate con una strana poltiglia che, girava voce fra le vacche –ma non tutte ci credevano-, fosse farina di cadaveri di altri animali.
Ma stiamo scherzando?
Le vacche sono sempre state erbivore, sono gli uomini ad essere carnivori.
Giulietta aveva deciso, sarebbe scappata il mattino seguente.
Adesso voleva dormire un po’ e non pensare al peggio.
E se proprio questo peggio sarebbe dovuto arrivare, sperava almeno di finire macellata da qualche commerciante di contrabbando che l’avrebbe venduta al mercato nero. Sì perché gli umani amavano- pensava Giulietta- stabilire delle regole ferree per poi sovvertirle; e così come vietavano delle carni pazze, poi c’era sempre qualcuno che le vendeva sottobanco.
Qualcuno, così, l’avrebbe mangiata, sarebbe impazzito e la vendetta della natura sull’uomo si sarebbe compiuta, almeno un po’ e si sarebbe finalmente svelata la falsità della teoria umana secondo cui gli uomini, a differenza degli animali, sarebbero dotati d’intelligenza.
Ma adesso era meglio dormire e sognare magari di arrivare in India, dove le vacche sono sacre. E dove, quando si muore, in realtà non si muore, ma si rinasce.
In quel caso, sarebbe stata Giulietta a scegliere il proprio nome.
O forse si sarebbe chiamata semplicemente vacca, res nella lingua della nonna, anche se le suonava strano pure quel nome.
Forse non avrebbe dovuto chiamarsi affatto; in fondo è un vizio degli uomini voler a tutti i costi nominare le cose[1].  

1Dalla voce   “cosa-cosae”, come dal più dotto latino “res-rei” (cfr. sp. “res” vacca)


Letto 1630 volte.


1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 9 Agosto 2009 @ 16:18

    Storia tenera e forte, storia “umanizzata”, fin quasi ad identificarsi con la condizione vissuta da non pochi in realtà. Quasi mondo dell’uomo, quindi, per divenire denuncia e canto esistenziale, per non soccombere. La riflessione oggettiva si fa malinconica e ricca di significazioni, si fa monito e saggezza. Ne nasce l’idea di un dramma, per cui l’uomo, ravvolto ciecamente nei suoi egoismi e nella più assurda indifferenza, si avvia pressoché all’autodistruzione. Ebbene è ancora la natura, sono ancora gli animali ad “insegnare” all’ottusità umana l’obiettiva presa di coscienza. E “res” (“cosa”, “vacca”) traduce il suo mondo in un “rapporto culturale ed etico”, portatore di un’incisiva denuncia e di una sana proposta di comportamenti vitali più consoni.
    Eleganza sostanziale e stilistica risultano elementi fondamentali della creatività e del valore testuale.
    Gian Gabriele Benedetti

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart