Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Giuseppe

9 Ottobre 2009

di Gian Gabriele Benedetti

“Mi farà dannare, quel ragazzaccio! Ogni giorno ne combina una delle sue”. Così di Giuseppe si lagnava spesso la mamma. Ed il babbo: “Ci ridurrà in malora. Mangia per dieci e non porta a casa che miserie. Se non mette la testa a posto e non trova lavoro, saranno guai per tutti”.
                      Giuseppe, infatti, aveva, per quel tempo, due difetti: quello di essere un giovane oltremodo esuberante e quello di non togliersi mai la fame. I vecchi genitori se ne lamentavano anche con i vicini: “Ormai ha sedici anni, ma si comporta come un monello di strada. È un bel ragazzo robusto, ha la forza di un cavallo, ma è spensierato. Poi il suo appetito è come quello di un lupo affamato uscito dalle magre dell’inverno. E non trova lavoro. Per i tempi che corrono e con il nostro misero guadagno non ce la faremo più a tirare avanti”.
                      Erano quelli momenti duri per molte famiglie, costrette a lavorare dalle stelle alle stelle per vivere una vita di stenti. Al paese, nella maggioranza dei casi, erano contadini a mezzadria ed un boccone per sfamarsi ed un bicchiere di vino per scacciare pensieri e fatiche li rimediavano sempre, se la stagione era stata propizia ed il padrone onesto. Ma non c’era un quattrino per far cantare un grillo! Così bisognava rigar dritto e far economia su tutto.
                      La numerosa famiglia di Giuseppe non viveva del lavoro dei campi: il babbo era barrocciaio ed il fratello maggiore lo aiutava in questa attività, che li impegnava sodo per un guadagno modesto. La mamma e le sorelle lavoravano in casa e, nonostante fossero in quattro donne, non trovavano pace nemmeno un minuto, perché con quegli uomini da guardare, i lavori di casa da sbrigare, le bestie da governare, non c’era da perdere tempo in chiacchiere. E quando ne avanzava un poco, correvano subito alla rocca a filare o a infilar l’ago per rammendare e per ricamare il corredo. Oppure passavano ai ferri per creare maglie e calze.
                      Giuseppe era davvero, come dicevano i suoi, un bel ragazzo. I sedici anni non glieli avrebbe dati nessuno, in quanto, robusto ed alto com’era, ne dimostrava assai di più. Aveva capelli biondissimi che gli scendevano ribelli sulla fronte, fin sugli occhi azzurri, e gli conferivano un’aria ancor più sbarazzina. Amava intensamente la vita, era ridondante di energia; combinava sovente monellerie e bravate, per le quali veniva sistematicamente rimproverato, perché lo consideravano già uomo, dimenticandosi che a sedici anni si è ancora ragazzi.
                      Di lui si raccontava che una domenica, non sapendo come passare il tempo, si unì ad una combriccola di uomini, intenti, a gara, a sollevare una pietra di oltre un quintale, per palesare la loro forza fisica. Ebbene Giuseppe ci riuscì insieme con pochi altri, suscitando la meraviglia e l’ammirazione degli astanti.
                      In un’altra circostanza aveva riempito di polvere da sparo alcune pagliuzze di grano. Mentre la vecchia zia Rachele era scesa nello scantinato a prender legna, quella birba, di nascosto, dette fuoco ai piccoli “razzi”, che cominciarono strisciare, incontrollati, sonori, luminosi e fumanti per la stanza semibuia. La buona donna, terrorizzata, si mise a gridare: “Gesù mio, le anime del Purgatorio!”. E per poco non ci lasciava le penne per lo spavento.
                      Più di una volta, dopo vari pazienti e studiati appostamenti, era riuscito quasi a “spogliare” dei suoi invitanti frutti il pero primaticcio del parroco, provocando annualmente le sue poco cristiane ire, soprattutto per il fatto di non poter arrivare a scoprire lo scaltro puntuale ladruncolo.
                      Era maestro anche nello scovare nidi di uccello, nelle sue frequenti visite nel bosco vicino al paese, sulle cui piante saliva rapido e sicuro come uno scoiattolo.
                      E quante volte aveva fatto arrabbiare la mamma, la quale pretendeva che andasse, oltre che alla Messa domenicale, anche al “Vespro”, nel pomeriggio! Al rientro in casa, gli chiedeva: “A che altare ha celebrato il prete?”. Lui tirava ad indovinare. Qualche volta gli andava bene, ma spesso non ci “inciampava”.
Allora erano scapaccioni sulla testa bionda e tirate d’orecchi. E per far questo la mamma doveva persino alzarsi in punta di piedi, perché non ci arrivava.
                      Di tanto in tanto trovava lavoro a “opre”, quando nei campi iniziava il periodo della vangatura, e Giuseppe non si tirava indietro. Allora faticava per giorni e giorni, scaricando con forza la sua rabbia sulla vanga, la cui lama lucente affondava nella dura avara terra delle sue aspre colline. Ne ricavava tanto sudore, ma guadagno poco: un desinare, una cena a base, generalmente, di minestrone con taglierini, patate e fagioli o di polenta di granturco con il formaggio, più poche lire. Se ne lamentava col babbo, ma lui gli ricordava sempre che, per comprarsi il suo primo paio di scarpe di cuoio – ed era già uomo – aveva dovuto affondare la vanga per tutto l’inverno e per l’intera primavera.
                      Anche Giuseppe non aveva mai avuto scarpe di cuoio: calzava zoccoli di legno e, per non scivolare, quando si arrampicava su per le selve o per i poggi, vi aveva piantato sotto, qua e là, dei chiodi corti a capocchia grossa. Così duravano anche più a lungo, ma nel camminare sul selciato delle strade del paese faceva un fracasso infernale e se la sera rientrava tardi a casa, sebbene camminasse con cautela, immancabilmente veniva tradito dal rumore   e “beccato” dal babbo o dalla mamma.
                      Pure se ancora giovane e con la sua spensieratezza, che talvolta lo trascinava oltre il lecito, non è detto che non pensasse al suo futuro. Certamente non intendeva fare la fine di quei pochi giovani rimasti al paese. I quali stavano, come lucertole, a prendere il sole sul muretto della “piazzuola”. A forza di star lì, in attesa di un’elemosina di lavoro momentaneo, si erano incurvati ed avevano consumato al sedere i vecchi pantaloni di fustagno che indossavano.
    Giuseppe avrebbe desiderato imparare un mestiere, magari il falegname, ma la più vicina bottega di artigiano si trovava al capoluogo, distante più di quindici chilometri dal paese, pertanto raggiungibile, per quei tempi, se non dopo diverse ore di viaggio a piedi.
                      Era ben consapevole che sul posto possibilità di emergere non si intravedevano. Unica soluzione che si prospettava era quella di tentare la fortuna nell’emigrazione, come molti dei suoi compaesani avevano già fatto. Questo risultava, purtroppo, un amaro destino per i giovani del paese. Tuttavia gli emigrati, nella maggioranza dei casi trasferitisi in Argentina, di tanto in tanto davano notizie di sé o inviavano soldi o qualche pacco alle famiglie. Nelle loro lettere, certamente celando chissà quali travagli, quante difficoltà, quante mortificazioni e quali sofferenze per la lontananza dagli affetti familiari e dal paese, parlavano di trovarsi discretamente, di lavorare e di guadagnare a sufficienza, rassicurando, perciò, le persone care che già soffrivano per la forzata separazione dal congiunto.
                      Ogni giorno che trascorreva, rendendosi conto che non mutava la situazione in cui si trovava e che prospettive nuove in loco non se ne creavano, l’idea di emigrare gli si ficcò sempre più nella mente e gli maturò fino a renderlo convinto della necessità di compiere quel passo decisivo. Con tale scelta avrebbe risolto certamente il problema del lavoro, avrebbe alleggerito la famiglia di una bocca da sfamare e, aiutato dalla buona sorte, sarebbe potuto riuscire per i suoi, con le proprie rimesse di denaro o di roba, un aiuto economico non indifferente, anche se saltuario. Era convinto, inoltre, che avrebbe reso contenti i genitori, i quali, finalmente, non avrebbero avuto più modo di tormentarsi per il figlio un po’ scapestrato e sicuramente sbandato. Abbandonare la terra matrigna, emigrare era divenuto anche per Giuseppe, l’unico modo per costruirsi un avvenire più sicuro.
                      Pian piano, ragionando tra sé e con gli altri del luogo, disposti a seguire lo stesso progetto, fu talmente avvinto da quel miraggio, che gli si prospettava nella mente ricco di fascino e di soluzioni positive, da non rendersi al momento conto che sarebbe stato duro andare alla ventura in terre lontane e a lui sconosciute e lasciare il paese, gli amici, gli affetti, il proprio mondo in cui era immerso nel modo più genuino e vitale.
                      Non fu facile, poi, convincere i vecchi genitori. Essi, nel sentire il loro Giuseppe, il Beppino, come spesso lo chiamavano, ragionare di cose serie, come mai lo avevano provato, ricavarono anche soddisfazione, tuttavia si figurarono subito le difficoltà ed i sacrifici ai quali il figlio sarebbe andato incontro. Soprattutto temevano, data la loro avanzata età e considerati i mutamenti che non di rado produce nell’animo delle persone la troppa lontananza dalla casa, di chiudere gli occhi per sempre, senza rivedere la creatura che tanto tenevano a cuore. Cercarono di dissuaderlo dal suo intento, dicendogli che, se pur non vivevano nell’abbondanza, un boccone per tutti c’era sempre stato e, con l’aiuto di Dio, non sarebbe mancato neppure d’ora in poi. Ma quando si è giovani ed un’idea ti entra nel sangue, non è facile ricredersi, perché di quest’idea non si vedono che i lati positivi. Finalmente Giuseppe sentiva maturato il momento di mutar condotta, di porre la testa a posto, di trovarsi un lavoro, un lavoro redditizio da permettergli di non dipendere esclusivamente dalla famiglia, di mettere su casa, al momento debito, e di vivere una vita più ricca di prospettive e più sicura, che certamente non aveva assicurata restando al paese.
                      Il babbo, la mamma, con una stretta al cuore, non poterono far altro che rassegnarsi e, così, non passò molto tempo che le pratiche necessarie furono approntate. Ci vollero pure il consenso scritto dei genitori e la richiesta di un emigrato più anziano, poiché Giuseppe non aveva ancora raggiunto la maggiore età.
                      Il giorno della partenza era atteso dal giovane con una certa ansia: una nuova invitante prospettiva si schiudeva dinanzi a lui. E già si figurava il ritorno al paese con i vestiti nuovi, le scarpe di cuoio, i soldi in tasca, come un vero signore, a destare l’ammirazione e quasi l’invidia di tutti.
                      Ed il momento di partire non si fece attendere.
                      Quella mattina in casa ci fu grande agitazione. Si erano alzati tutti per tempo, che fuori era ancora buio fitto. Nel caminetto scoppiettava allegramente la fiamma di un grosso ciocco, che in quel freddo fine novembre faceva sentire i suoi benefici.
                      Giuseppe per la prima volta si sentiva un po’ frastornato: aveva tanto atteso quel giorno eppure ora, al momento decisivo, gli pareva di avvertire un senso di apprensione, un certo smarrimento, che non lo rendevano sicuro e persuaso come in precedenza. Forse cominciavano a sorgere in lui dei dubbi? Era il dispiacere di lasciare il mondo ricco di affetti e di spensieratezza in cui era finora vissuto? Era il timore dell’ignoto? Ma no! Aveva deciso di partire e la sua era una presa di posizione ferma, da vero uomo; non una ragazzata!
                      La mamma, intanto, gli preparava le due valigie malandate di cartone duro. Ed in quel lavoro poneva tutta la sua affettuosa cura. Non volle l’aiuto di nessuno. La buona donna, in silenzio e con il cuore gonfio, sistemava alcune coperte, maglie e calze di lana, camicie, sciarpe, guanti…, che le sue mani preziose avevano preparato nei ritagli di tempo libero dalle faccende di casa.
                      “Ti faranno comodo” diceva. “Così non patirai freddo e non dovrai spendere dei soldi per comprare questa roba”.
                      “Ma non c’è bisogno, mamma, che porti via tanta roba. In Argentina ora viene l’estate ed a Buenos Aires, dove vado, fa più caldo che da noi”.
                      La mamma lo guardava stupita ed incredula, poi continuava il suo lavoro: non si rendeva conto che il figlio sarebbe “sceso” in un altro emisfero. Pensava tra sé: “Questi giovani sono proprio matti. Altro che estate!”.
                      In cima a tutto volle metterci anche un santino con l’immagine del Crocifisso del paese. “È benedetto. Raccomandati a Lui: è tanto miracoloso e ti aiuterà”.
                      Per chiudere le valigie fu necessaria la forza delle mani di due uomini e, siccome le serrature non funzionavano a dovere, su ciascuna valigia fu passato ed annodato dello spago resistente, affinché non avessero ad aprirsi.
                      Nel frattempo il padre, avvolto nel suo vecchio consunto giaccone, preparava il barroccio, come era solito fare tutti i giorni. Ma questo viaggio gli pesava molto ed avrebbe fatto a meno di compierlo, perché gli portava via una grande parte di sé. Si vedeva nel buio, ora andare ora apparire, ad intervalli regolari, il leggero ardere del tabacco, che nella pipa si vivificava ad ogni tirata del vecchio.
                      Per Giuseppe risultò amaro, oltre il previsto, il distacco. Nel vedere le sorelle e soprattutto la cara vecchia madre con il volto rigato di lacrime e non finire mai di abbracciarlo, provò un insolito morso di dolore al cuore ed un nodo stringergli la gola.
                      Il fratello, il quale gli aveva regalato le sue uniche scarpe di cuoio (“Tanto” lo rassicurò “io avrò modo di comprarle di nuovo. Ora servono a te”), con gli occhi lucidi gli augurò la buona sorte e gli raccomandò di dare frequenti notizie di sé.
                      Uscì di casa, cercando di troncare al più presto i dolorosi addii. Un senso di commozione, una sensazione di tristezza e di infelicità mai provati offuscavano sempre più e quasi soffocavano gli entusiasmi che lo avevano spinto a partire. Quanti affetti, quante abitudini, quanti ricordi lasciava tra i muri di quella casa! E senza rendersene conto, si trovò, insieme con altri compagni di avventura (o di sventura?), sul barroccio paterno, che scendeva lentamente dal paese in quella fredda ma serena mattinata del tardo autunno.
                      L’alba incominciava a dispensare le sue prime fioche incerte luci. Si distinguevano in lontananza i contorni delle cime dei monti, la macchia scura delle colline sottostanti, la lunga striscia bianca della strada, che ora appariva ora scompariva lungo i fianchi del pendio… Ecco la massa confusa del bosco sovrastante il paese, dove Giuseppe amava trascorrere gran parte delle sue giornate di bel tempo a caccia di nidi, a far legna, a raccogliere castagne o a correre per diletto. Qua e là apparivano le case coloniche, dai comignoli delle quali si levava, segno di vita e di calore, del fumo biancastro che si perdeva nell’aria, sospinto e sparpagliato ogni tanto dalla brezza mattutina. E sulla cima del colle ed intorno ad essa, il paese, l’amato, avaro paese con tutte le sue case ancora spente ai piedi del campanile grigio, che, simile a pastore, sembrava vigilare sul gregge assonnato.
                      Nessuno parlava, ciascuno meditava tristemente. Il barroccio seguitava ad avanzare con il continuo monotono stridore delle ruote che frantumavano la ghiaia della strada sterrata. Il passo del cavallo era ritmico, sempre uguale. Questi rumori aumentavano la confusione che regnava nella mente di Giuseppe. Si rendeva ben conto dove andava, cosa e chi lasciava, a quali cambiamenti di vita avrebbe incontrato?
                      Alcuni rintocchi radi dal campanile del paese si dispersero intorno, rimbalzando di valle in valle: era l’Ave Maria, che tante volte Giuseppe aveva sentito annunziare di primo mattino, quando ancora godeva del tepore del suo letto. Ed ora era lì che se ne andava, chissà per quanto tempo, forse per sempre… Un brivido percorse il suo corpo.
                      Si avvicinavano inesorabilmente alla curva grande, oltrepassata la quale, il paese sarebbe scomparso completamente dai suoi occhi. Allora con lo sguardo abbracciò quanto più poté dei luoghi cari, per imprimerseli meglio nella mente e nel cuore. Così li avrebbe portati con sé a lungo nel ricordo.
                      Dietro la curva il paese scomparve. Giuseppe sentì stringersi ancor più il cuore e serrare più forte la gola.
                      Il barroccio seguitò per ore, lentamente il suo viaggio.
                      Alla stazione attesero per poco il treno, che, sbuffando e stridendo, si arrestò in un nugolo di vapore. I compagni di viaggio salirono, caricando i pochi miseri bagagli, mentre Giuseppe rimase a salutare il vecchio genitore.
                      “Allora, papà, siamo giunti al momento di separarci…”.
                      Padre e figlio si gettarono l’uno nelle braccia dell’altro ed il giovane sentì le robuste callose mani del vecchio, che cercarono tremanti di stringerlo il più possibile a sé, come a non volerlo lasciare.
                      “Addio, Beppino! Fai il bravo ragazzo e che Dio ti aiuti!… Ricordati di noi…!”
                      “Arrivederci, papà. Cercate…”. La voce gli si spezzò in gola e non fu più in grado di continuare. Si divincolò dall’abbraccio, nel quale sarebbe rimasto per sempre e, di corsa, col cuore che gli scoppiava, salì sul treno.
                      Si udì il lungo fischio di partenza, che gli parve come un segnale quasi lugubre. Sbuffi di vapore, sferragliare, cigolii ed il muoversi lento inesorabile della vaporiera. Giuseppe guardò per l’ultima volta attraverso il finestrino il padre: lo vide immobile, un po’ curvo, invecchiato fissare quel treno che si portava via l’amato figlio. Lacrime silenziose gli luccicavano nel cavo degli occhi. Un triste presentimento lo vinse: avrebbe mai più riveduto il babbo, la mamma, le altre persone care, gli amici, il paese? Allora fu colto da uno sconforto indicibile, senza fine e dal petto gli mosse un pianto sconsolato e pieno di disperazione, che mai aveva rammentato di aver avuto. Le lacrime gli impedirono di vedere ancora. Quando si asciugò gli occhi, il treno correva sbuffando e fischiando attraverso l’aperta campagna. E per Giuseppe, che mai aveva oltrepassato il capoluogo, era iniziato il viaggio verso l’ignoto.

                                                                                                 
Da “Paese”, Ed. Lalli


Letto 1777 volte.


4 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 9 Ottobre 2009 @ 16:36

    Un distacco che si dispiega, con il suo seguito di angosce e nostalgie, per il lungo tragitto di un giovane in fuga da se stesso. E’ un viaggio che sentiamo nostro, via via coscienti che quel procedere per i campi, oltre le case e i campanili, costituisce il passaggio in ombra dall’età giovanile a quella adulta. Sentimmo il peso dell’abbandono e le incertezze di una meta ma nulla ci trattenne dall’approdo alla vita. Fu un sentiero di lacrime e consapevolezza, qualcosa che avvinse anche Ulisse e i suoi compagni, quando alla prua si mostrò casa ma si virò alle onde dell’oceano mare.

    Carlo Capone

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 9 Ottobre 2009 @ 17:17

    Grazie, Carlo, per questo tuo bel pensiero.
    Pensa che il racconto riporta in parte quanto è successo a mio padre. Tempi duri davvero, quelli! E quanta sofferenza per realizzarsi un poco!
    Ti abbraccio
    Gian Gabriele

  3. Commento by claudio grosset — 13 Ottobre 2009 @ 14:46

    L’autore ci conduce, assai spesso direi, sulle ali del ricordo, alcune generazioni orsono, di…come eravamo! Qui si respira l’aria di un tempo quando il sopravvivere era ‘di stenti’, il nutrimento e poche altre cose – un paio di scarpe di cuoio – erano quanto di più ambito si potesse sperare a frutto di tanto lavoro e sacrifici. Col senno di poi, “i nostri tempi sono migliori di allora…!” pare sentirne l’eco affermare lungo tutto il racconto.
    Il ricordo ha sempre una funzione positiva illuminante, anche nel caso in cui si percepisca un velato rimpianto per valori quali una semplicità e naturalezza di sentimenti, una solidarietà spontanea e diffusa, il realizzare se stessi ma con tonalità misurate. Sensazioni da me percepite ad es. nel racconto “il barrocciaio” ma a ben vedere presenti in questo racconto, nel momento della decisione dell’abbandono della famiglia da parte di Giuseppe, risvegliando l’amore grande di questa verso uno dei suoi figli.
    E poi Giuseppe, come tanti un adolescente che diventa uomo e che vuole realizzarsi migliorando la proprie condizioni di vita. Solo che in quei tempi c’èra una soluzione drastica sofferta e sofferente come l’emigrazione. Emigrare è un po morire e rinascere ma da adulti, chiudere una vita e costruirne una nuova, rimpiangere la prima i luoghi le persone care cercando di metter radici in una nuova realtà, come svasare una pianta con l’incertezza che sarà altrettanto viva da un’altra parte! Perché ritornare da Emigrante nei propri luoghi d’origine, può rivelarsi cosa naturale ma a volte anche problematica od addirittura difficile.

  4. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 13 Ottobre 2009 @ 17:17

    Fa sempre piacere incontrare lettori sensibili, attenti e capaci di penetrare così a fondo nella dinamica di un racconto, come Claudio. Il suo commento, ampio e ben articolato come al solito, ha un valore letterario ed umano. Testimonianza di una persona non solo competente, ma anche di grande e profonda ricchezza di sentimenti.
    Grazie di cuore, Claudio
    Gian Gabriele

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart