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LETTERATURA: “Gli onori di casa” di Alicia Giménez-Bartlett – Sellerio editore

21 Agosto 2014

di Francesco Improta

L’ultima indagine di Petra Delicado, l’ispettore della Policí­a Nacional, nata dalla penna graffiante e irriverente di Alicia Giménez-Bartlett, è, come si dice nel gergo poliziesco, un cold case (cfr. l’omonima serie televisiva, prodotta dalla CBS dal 2003 al 2010), un caso irrisolto, o meglio ancora, risolto in maniera troppo sbrigativa.

         La morte di un noto e facoltoso industriale tessile di Barcellona, Adolfo Siguán, era stata archiviata rapidamente come omicidio preterintenzionale, compiuto, durante un tentativo di furto, dal protettore della giovanissima prostituta con cui, come suo solito, l’industriale si stava intrattenendo, e che successivamente era riuscito a dileguarsi. La prostituta, Julieta Lí´pez era stata accusata di favoreggia ­mento e condannata a tre anni di reclusione, regolarmente scontati. Uscita dal carcere, però, aveva fatto perdere le sue tracce. A distanza di 5 anni, su richiesta della vedova dell’industriale, il giudice Muro riapre il caso e affida le indagini a Petra Delicado e al suo vice Fermí­n Garzon, che sembrano piuttosto riluttanti e perplessi, dal momento che non sono affiorati nuovi elementi che possano giusti ­ficare la riapertura delle indagini. È sufficiente, però, togliere un po’ di polvere agli incartamenti e ai verbali del processo perché si manifestino diverse incongruenze. Petra e Fermí­n, quindi, cominciano a indagare, macinando kilometri e seguendo più le loro intuizioni che piste sicure dal momento che il tempo cancella ogni cosa. Interrogano i familiari del morto, la vedova, Rosalia Piňeiro, e le tre figlie, Nuria, Elisa e Rosario, che Siguán aveva avuto da un precedente matrimonio, il suo am ­ministratore delegato, Rafael Sierra, e le detenute che avevano conosciuto in carcere la giovane prostituta. E proprio in seguito a una soffiata, pagata a caro prezzo, di una delle compagne di cella di Julieta, Petra riesce a sapere dove con ogni probabilità attualmente si nasconda; si reca, quindi, a Ronda in Andalusia e successivamente, scoperti alcuni traffici che erano intercorsi tra Siguán e la camorra napoletana, parte, in compagnia del suo “fido scudiero” (a me talvolta Fermí­n richiama alla mente Sancho Panza), alla volta dell’Italia dove i nostri eroi, affiancati da una coppia di ispettori italiani, continuano le loro indagini, sempre più com ­plicate e pericolose…

Si tratta, come si può arguire e dall’ambientazione a Roma di buona parte della vicenda e dal fatto che il romanzo sia stato pubblicato prima in Italia che in Spagna, di un affettuoso omaggio nei confronti del nostro paese, dove Alicia Giménez-Bartlett ha un stuolo di entusiastici lettori, tanto da contendere a un altro scrittore della scuderia Sellerio, Andrea Camilleri, il primato delle vendite. Omaggio sincero, il suo, che non prescinde, però, dai soliti stereotipi sul nostro paese e sul nostro popolo: la buona cucina, il caffè forte e denso, l’ospitalità, la musica, la moda, i monumenti, gli uomini irresistibili e non ultima la malavita organizzata, nelle sue diverse ramificazioni. Va detto, però, che proprio a Roma l’aspetto umoristico, che è sempre presente nella narrativa della Bartlett, ha la possibilità di manifestarsi più di frequente e in maniera più brillante. Prescindendo dagli equivoci linguistici, dalla meraviglia un po’ infan ­tile di Fermí­n dinanzi alle bellezze della città eterna e dalle sue mangiate panta ­grueliche nelle trattorie romane, sono convinto che nessun lettore, neanche il più distratto e meno coinvolto nella narrazione, sia rimasto serio o indif ­ferente dinanzi al viceispettore Garzon, che uscito dall’albergo con un pretesto, di buonora, si lascia fotografare nelle vesti di antico pretoriano romano davanti al Colosseo, rivendicando a Petra scandalizzata (“Fermìn, lei non è un antico romano ma un piedipiatti di Salamanca.”) la sua discendenza da antichi Romani. E sono proprio i dialoghi da commedia brillante che intercorrono tra Petra e il suo vice ­ispettore, il ruvido e tenero Watson, la cosa migliore del romanzo,talmente travol ­genti e spassosi da farci dimenticare spesso l’oggetto delle loro indagini; ed è da questi dialoghi, vere e proprie schermaglie verbali, che scaturisce la loro Weltanschauung, la lorovisione del mondo, più complessa in Petra, che aspira, non senza un pizzico di scetticismo, alla costruzione di una propria autonomia, sia in campo professionale sia nella vita privata, più semplice ed elementare in Fermí­n che non per questo risulta meno attento ai cambiamenti e alle contraddizioni della società con cui deve fare i conti e da cui si difende ricorrendo spesso all’autoironia, a quella saggezza superiore che ci consente di fare i conti innanzitutto con noi stessi.

Queste schermaglie dialettiche, ora dirette ora allusive, tra Petra e Fermí­n, basate sull’ironia e talvolta sulla reciproca gelosia, costituiscono il sale dei racconti della Bartlett e consentono al genere giallo cui essi appartengono di uscire dagli schemi e di assumere connotazioni più ampie, complesse e articolate, sfociando talvolta nel pamphlet sociale, nel conte philosophique e persino nella commedia brillante.

Petra e Fermí­n sono una coppia talmente affiatata che l’una senza l’altro non avrebbe ragione di esistere o perderebbe gran parte del suo fascino; il loro è un rapporto profondo materiato di stima e di affetto e soprattutto di reciproco rispetto. Pur avendo già avuto entrambi esperienze coniugali (Petra è al terzo matrimonio, Fermí­n al secondo) sembrano talvolta non sopportare il peso della famiglia e dei doveri che essa implica, la limitazione della libertà che essa comporta (c’è in Petra una lotta continua tra libertà e amore, si tratta di una contraddizione in termini, in quanto l’uno esclude l’altra “entrambi- hadettola Bartlettin un’intervista – hanno bisogno di uno spazio totale”); non è un caso che Marcos, il marito di Petra, le rimproveri le prolungate assenze da casa mentre Beatriz, la moglie del viceispettore, cerca in tutti i modi di dirozzarlo, di affinare i suoi modi alquanto grossolani, di allontanarlo dalle origini popolari che Garzon rivendica, invece, soprattutto nei diverbi con Petra, come un suo precipuo privilegio. Eppure entrambi sono innamorati e fedeli ai rispettivi coniugi e proprio Petra, che pure qualche occasionale scappatella se la concede, nei momenti di stanchezza fisica e mentale si rifugia tra le braccia di Marcos: “Mi strinse forte. Mai come in quel momento fui certa che la vita può essere terribile, e che possiamo darle un senso solo grazie alle cose più piccole, che offrono conforto ma non una spiegazione. Cercare ragioni elevate non fa che potenziare un incommensurabile senso di assurdità.”

L’indagine che costringe Petra a viaggiare in Italia e in Spagna mette a nudo non solo le miserie umane e morali di un ambiente tradizionale e perbenista, segnato da colpe private inconfessabili e colluso con la malavita ma anche le differenze tra mo ­dernismo e passatismo, all’omologazione urbana, infatti, delle grandi città (Bar ­cellona, Roma) fa riscontro, in alcune cittadine di provincia, come Ronda, la difesa intransigente di uno stile di vita appartenente al passato, dinanzi al quale l’ispettore della Policí­a Nacional, Petra Delicado esclama sdegnata: “… questa terra magnifica e carica di tutti gli aspetti della Spagna che più mi fanno orrore: corride, processioni, penitenti, seňoritas a cavallo, grate alle finestre, rose fra i denti, madonne piangenti col mantello d’oro”.

Nel romanzo non mancano riflessioni di varia natura sulla cultura, sulla maternità, sul ruolo della donna, sui rapporti tra vita affettiva e carriera, tra autonomia e ruoli fem ­minili tradizionali, tra immagine pubblica e vita privata, che allargano gli orizzonti dell’autrice e consentono al suo romanzo di uscire dai confini del genere giallo, già violati da quel mix di ironia e irriverenza cui abbiamo accennato in precedenza, e lo fa assurgere a romanzo nell’accezione più piena e più autentica del termine, un romanzo, cioè, senza aggettivi. Un romanzo impreziosito, inoltre, da riferimenti cinematografici (Vacanze romane di W. Wyler) e letterari (Shakespeare). Sulla vicenda, infatti, e sul rapporto tra il vecchio industriale tessile e le sue tre figlie aleggia lo spirito del Re Lear, che Petra richiama continuamente nei suoi con ­fronti/scontri con Garzon.

Gli onori di casa, come tutti i precedenti romanzi della Giménez-Bartlett, nasce dalla gente e in mezzo alla gente perché lo scrittore, come ha ripetuto a più riprese in diverse interviste, svolge una funzione testimoniale “… ha bisogno di osservare la gente dentro, non come un entomologo osserva gli insetti in laboratorio, ma scavando in profondità”.

Il suo stile, quindi, è capace di cogliere e di descrivere le sottili e contraddittorie dina ­miche psicologiche dei suoi personaggi, e risulta sempre chiaro e scorrevole, efficace e godibilissimo, sia quando nelle sue indagini smuove acquitrini melmosi e maleo ­doranti, sia quando si leva in alto per affrontare nelle sue discussioni con occasionali interlocutori problemi metafisici, religiosi o esistenziali.


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Bart