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LETTERATURA: Heinrich Heine: Parigi, Matilde e la politica (5a puntata)

5 Gennaio 2010

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]  

Risale al 1834 l’incontro fatale con Matilde, il cui vero nome era Crescenzia. Una fanciulla di umili origini, che fino all’età di 15 anni aveva accudito da analfabeta mucche a Vinot, un paesino del dipartimento Seina-et-Marne, prima di diventare commessa in un negozio di calzature di Parigi. Di questa giovane estremamente vitale ed eternamente bambina il poeta si innamora perdutamente, amandola di una “passionalità favolosa”. Una relazione fondata su imperscrutabili e difficilmente comprensibili affinità, resa spesso molto problematica da una morbosa gelosia di lui, che avrebbe voluto monopolizzare la “sua” creatura. In una lettera del 22 luglio 1835, indirizzata al suo editore, Julius Campe, sono contenuti i primi chiari cenni su questa relazione, destinata a diventare difficile e molto “sofferta”: “…Da quattro mesi la mia vita è movimentata in modo così tempestoso, in questi tre ultimi mesi le onde della vita mi sbattono in modo così violento sul capo, da non farmi quasi pensare a Lei, e molto meno di scriverLe. Io, pazzo, credevo che per me il tempo della passione fosse passato, che non sarei mai più potuto essere di nuovo trascinato nei vortici dell’umanità furiosa, che fossi stato elevato alla condizione degli Dei immortali per quanto riguarda pace, accortezza e moderazione – e guarda che mi succede! …”.   Doveva avere così inizio un rapporto controverso e fonte di incredibili tormenti, ma che si dimostrerà resistente a ogni intemperie e costituirà per gli ultimi anni di vita del poeta un sicuro punto di riferimento. In una lettera del 7 gennaio 1939 inviata da Parigi all’amico scrittore Heinrich Laube abbiamo già un simpatico quadretto di una convivenza diventata nel frattempo un fatto consolidato: “Carissimo Laube, Le scrivo oggi in condizioni esterne fastidiosissime: fuori tempesta e freddo da neve, nella mia stanza più fumo che fuoco, accanto a me un pappagallo che grida in continuazione e una bella donna che bisticcia con una vecchia serva   muta…”. Appare in questa descrizione per la prima volta Matilde e soprattutto il suo inseparabile pappagallo, da lei amato al punto da suscitare spesso gelosia nello stesso Heine… Dopo alterne vicende, rotture e riappacificazioni, fughe e improvvisi ritorni, il 31 agosto del 1841 il poeta decide di ufficializzare quella convivenza e si sposa, prendendo a pretesto un motivo che avrebbe potuto avere tragiche conseguenze. Aveva infatti sfidato a duello – con pistola! – un certo Salomon StrauíŸ per una questione d’onore, dovuta a una notizia pubblicata sulla stampa, ma assolutamente priva di fondamento, su un presunto litigio tra i due in pieno centro di Parigi e susseguente schiaffeggiamento. La preoccupazione di non creare, in caso di una sua possibile morte nel programmato duello, ulteriori difficoltà a Matilde, da lui definita “La più dolce seduttrice che abbia mai al mondo tormentato e reso felice il suo uomo”, fu decisiva per celebrare un matrimonio programmato in tutta fretta. Con l’amata sorella Charlotte in una lettera del 13 settembre si abbandona a una descrizione più articolata: “Il 31 agosto ho sposato Mathilde Creszentia Mirat, una bella giovane creatura con cui già per più di sei anni ho quotidianamente litigato. Ella tuttavia ha un cuore preziosissimo e purissimo, buona come un angelo e la sua condotta durante questi anni di convivenza è stata così irreprensibile, da farla decantare da tutti gli amici e conoscenti come un modello di moralità”. La semplice e illetterata commessa parigina si dimostrerà una compagna affettuosa e preziosa, e, pur procurandogli tanti problemi e non pochi grattacapi (anche finanziari), gli rimarrà fedele per tutta la vita Un rapporto dai contorni indefinibili, una presenza che diventava ogni giorno di più indispensabile e di cui il poeta ammette senza remore di non poter fare a meno. In un’altra lettera alla madre Betty del 17 ottobre 1844 si dimostrerà contagiosa la gioia con cui descrive l’incontro con la “sua” Matilde dopo una breve assenza dovuta al suo viaggio ad Amburgo per incontrare la famiglia. Dallo stato d’ebbrezza condiviso dai due amanti si intuisce quanto fosse forte la componente erotica e sorge il fondato dubbio che quel rapporto era in qualche modo condizionato dalla superiorità intellettuale di Heine e dall’assoluta “ubbidienza” di Matilde, ancora tremendamente infantile: “… Sono arrivato ieri sera in ottima forma dalla mia cara moglie a Parigi. L’ho trovata fresca e in salute e si è comportata con un’ubbidienza esemplare, esattamente come le avevo prescritto. Ambedue ancora come narcotizzati dalla gioia dell’essersi rivisti! Ci guardiamo con grandi occhi, ridiamo, ci abbracciamo, parliamo di Voi, ridiamo di nuovo e il pappagallo grida nel frattempo come impazzito. Come sono felice di riavere i miei due uccelli! …”.  Pur convivendo ormai da parecchi anni ed essendo regolarmente sposati da tre, sorprende l’euforia, la gioia con cui Heine partecipa alla madre la felicità di quel rivedersi, la voglia di abbandonarsi l’uno nelle braccia dell’altra. Sembra che i due costituiscano una simbiosi così perfetta da non sopportare neppure la lontananza di periodi relativamente brevi. Tuttavia proprio grazie a questa sua incondizionata dedizione la “robusta” Matilde, di cui Heine era il primo a riconoscere i limiti “intellettuali” – ha una testa debole, ma un cuore eccellente” , riuscirà a rendergli più sopportabili gli ultimi dolorosissimi anni. Lo scrittore, pur impegnato in una relazione affettuosamente intensa, ma di certo non tranquilla e spesso fonte di incomprensioni, non delude le attese letterarie su di lui riposte. Anche se continuava a essere fisicamente condizionato da uno stato di salute in cui cominciavano a diventare sempre più preoccupanti i segnali di un’incipiente paralisi, la sua continua a essere un’attività quasi febbrile, impegnato com’era nel rivedere le cose già scritte, nell’elaborarne di nuove e nel curare personalmente le pubblicazioni via via affidate all’amico editore von Campe. A Parigi, perennemente alla ricerca di fonti certe di guadagno, intensifica anche la sua attività di giornalista, continuando a scrivere articoli raccolti poi nel volume “Lutezia” e rivedendo tutta la sua produzione letteraria, compreso il poemetto satirico in versi “Atta Troll”, ambientato nei Pirenei e considerato una continuazione dei “Reisebilder”. Come egli stesso ammette nell’introduzione del dicembre 1846, il poemetto era stato scritto nel tardo autunno del 1841 per difendersi dagli attacchi che continuavano a provenirgli dalla Germania. A ferirlo soprattutto l’accusa di mancanza di carattere che gli veniva fatta dagli ammiratori di Börne, un poeta ebreo socialmente impegnato, anch’egli vittima della censura tedesca, costretto all’esilio e morto a Parigi alcuni anni prima. Il bonario e per certi versi ridicolo Atta Troll, un orso “domestico” che, affrancatosi dalla sua sorte di animale da baraccone, scappa sui Pirenei e da lì inizia la sua peregrinazione, rimane la parodia di un tedesco, nel caso specifico di un orso “tedesco”, sentimentale, idealista, romantico, ma soprattutto inguaribilmente “goffo”. Particolarmente riuscita ci sembra la scena in cui Atta Troll, impegnato a farsi strada di notte attraverso un impervio bosco assieme al figlioletto, Junker Einohr,   erudisce il suo pargolo sulla storia degli Dei pagani (i Druidi) che pretendevano sacrifici umani, estendendo la sua critica “sociale” ad uno dei peccati capitali della società tedesca di allora, il diritto di proprietà, che purtroppo, tramandato in eredità, è rigogliosamente attecchito fino a diventare uno dei caposaldi della moderna società. Secondo l’epilogo Atta Troll avrebbe voluto essere “l’ultimo libero canto boschereccio del romanticismo”, ma finisce con l’essere un’opera ricca di allusioni politiche che gli procurerà ulteriori guai. La sua natura polemica e la sua predilezione per gli scontri dialettici finirono col diventare fonte di accese discussioni e di forti contrasti tra gli stessi esuli della sinistra tedesca. Da questa situazione uscirà solo nel 1843, anno in cui solidarizza con alcuni esponenti tedeschi dell’estrema sinistra e collabora con la rivista da loro edita, “Vorwärts” (Avanti). È questo il periodo in cui incontra Lassalle e Marx, instaurando con quest’ultimo un sodalizio affettivo e politico, a cui non sarà estraneo lo stesso Engels. Con Karl Marx doveva subito nascere un filone di reciproca simpatia che porterà, nonostante la notevole differenza di età tra i due, ad un rapporto improntato a stima ed affetto. Lo stesso Marx, conseguita nel 1841 la laurea in filosofia a Jena, aveva fatto parte del gruppo degli Hegeliani di sinistra, trovando subito dopo lavoro come redattore nel “Rheinischer Merkur” di Colonia, da dove nel 1843   si   era trasferito a Parigi. Proprio qui conoscerà Heine e da quel momento doveva aver inizio una assidua quanto fertile collaborazione. I due amici, che, pur potendo contare su studi e frequentazioni comuni, si davano – secondo il costume del tempo – rigorosamente del Lei,   non erano solo impegnati ad elaborare e ad approfondire temi di natura politica, ma spesso si lasciavano andare ad   accesse e appassionate discussioni proprio sui temi affrontati dalle poesie di Heine, alcune delle quali verranno regolarmente pubblicate sul   “Vorwärts”. La lettera del 21 settembre 1844 scritta ad Amburgo ed indirizzata a Karl Marx si dimostra in proposito una fonte preziosa di informazioni e notizie: “Carissimo Marx! Sono di nuovo alle prese con la   mia fatale malattia agli occhi e solo a fatica riesco a scriverLe queste righe. Nel frattempo quello di importante che ho da dirLe, glielo dirò a voce all’inizio del prossimo mese, dato che mi appresto a partire, atterrito da una soffiata dall’alto – non ho voglia di farmi ricercare, le mie gambe non hanno talento alcuno a portare catene di ferro, come le ha portate Weitling. Egli mi ha mostrato i segni. Si pensa che io abbia una partecipazione nel “Vorwärts”   più consistente di quella di cui mi posso onorare e, ad essere sinceri, il foglio certifica la più grande maestria nel sobillare ed essere disposto al compromesso…Il mio libro è stampato ma sarà pubblicato   tra 10-14 giorni, in modo che non ci siano subito clamori. Le locandine della parte politica, in sostanza la mia grande poesia, gliela invio oggi stesso con tre intenzioni. E precisamente la prima perché Ella si diverta leggendola, la   seconda in modo che Lei possa prendere subito provvedimenti per promuovere il libro sulla stampa tedesca   e la terza     affinché, se lo crede opportuno, possa fare stampare il meglio di questa nuova poesia nel ‘Vorwärts’… Della grande poesia Campe fa adesso ancora una edizione straordinaria, in cui la censura ha depennato passi considerevoli; sulla vicenda   ho scritto una prefazione, che è molto franca; con essa ho gettato in modo deciso il guanto di sfida ai Nazionali. Gliela faccio avere non appena sarà stampata… Stia bene caro amico e perdoni la mia scrittura contorta. Non posso rileggere ciò che ho scritto – ma noi abbiamo di sicuro bisogno di pochi segni per capirci! Dal profondo del cuore H. Heine”. Una lettera che, pur dicendo parecchio, sottintende molto, segno inequivocabile che tra i due c’era già un’intesa che non aveva bisogno di tante parole. L’incontro con Marx avrebbe avuto notevoli ripercussioni sugli scritti di entrambi, visto che, almeno a livello di intuizione, Heine aveva anticipato la stessa dottrina marxista. Proprio in questo periodo tra l’altro intensifica anche la sua attività di giornalista, continuando a scrivere articoli raccolti poi nel volume “Lutezia” e rivedendo tutta la sua produzione letteraria, compreso il poemetto satirico in versi “Atta Troll”. Come lui stesso aveva ammeso nell’introduzione del dicembre 1846, il poemetto era stato scritto per difendersi dagli attacchi che continuavano a provenirgli dalla Germania: “…Si è trattato di una serie di attacchi molto nutrita ed io non avrei mai creduto che la Germania producesse tante mele marce, quanto me ne sono arrivate allora in testa! La nostra Patria è un Paese benedetto; qui non crescono, in effetti, limoni e arance color oro, anche l’alloro attecchisce solo a fatica sul terreno tedesco, ma mele marce prosperano da noi in quantità considerevole e tutti i poeti tedeschi hanno saputo dedicarvi un canto…”. Già allora sorprende la lucidità di Heine, che pur non essendo impegnato politicamente come Marx, avrà delle intuizioni di notevole portata sociale: “La vita non è né fine, né mezzo; la vita è un diritto. La vita vuole imporre questo diritto nei confronti della morte paralizzante, nei confronti del passato e questo volerlo imporre è la rivoluzione. L’indifferenza elegiaca degli storici e dei poeti non deve paralizzare la nostra energia in questa iniziativa; e le fantasticherie degli entusiasti futuristi non deve impedirci di perseguire a mettere in gioco gli interessi del presente e il diritto degli uomini ancora da conquistare, che è il diritto alla vita. – Le pain est le droit du peuple, diceva Saint-Just e questa è la rivendicazione più grande di tutta la Rivoluzione”. La frequentazione e soprattutto l’amicizia con Karl Marx non fece tuttavia di Heine un “marxista”; insopportabile per lui il ricordo delle violenze cui si erano abbandonati i “proletari” parigini nell’estate del 1832 e impensabile un suo coinvolgimento in lotte che avrebbero dovuto trasferire la sovranità politica al popolo, da lui considerato assolutamente immaturo per assumersi un ruolo del genere. Su quanto poco stimasse quel popolo, la cui “missione” era invece enfatizzata dalla sinistra rivoluzionaria, abbiamo un’ammissione che non lascia spazio ad alcun dubbio: “io mi laverei la mano, se il popolo sovrano mi avesse onorato di stringerla”.   A dire il vero, nelle “Confessioni” redatte anni dopo, è lo stesso Heine a spiegare meglio questa sua “ripulsa” nei confronti del popolo parigino, un’accozzaglia di gente povera, affamata, cattiva e soprattutto sporca. Tuttavia nello stesso scritto c’è un tentativo di giustificare o meglio di capire quella cattiveria che non era gratuita, ma derivava da privazioni e fame ataviche, motivi questi che, accumulati per decenni, erano in grado di far esplodere la rabbia per anni repressa e spingere ai crimini più efferati: “Il popolo, di cui così tanto si lodano le virtù, non è per nulla buono; esso è qualche volta così cattivo come alcuni altri Potentati. Ma la sua cattiveria deriva dalla fame; noi dobbiamo fare in modo che il popolo sovrano abbia sempre da mangiare…”. Addentrandosi in questa analisi sulle masse proletarie avrà modo di mettere a fuoco anche il pericolo cui quelle moltitudini erano esposte, essendo facilmente strumentalizzabili: “Il popolo concede amore e fiducia solo a coloro che parlano o ululano il suo gergo, odiando di contro ogni persona per bene che usa con lui il linguaggio della ragione, per illuminarlo ed elevarlo. Così è a Parigi, così è stato a Gerusalemme. Lascia al popolo la scelta tra il più giusto tra i giusti e il più malfamato ladro, state certi che egli griderà: ‘Noi vogliamo Barabba, Viva Barabba!’ – Il motivo di questa ingiustizia sta nell’ignoranza: noi dobbiamo cercare di rimuovere questo flagello nazionale attraverso scuole pubbliche per il popolo, in cui gli si venga offerta gratuitamente l’istruzione assieme ai necessari panini imbottiti e agli altri generi alimentari”. Un’intuizione di scottante attualità, in grado di dare contenuti concreti a qualsiasi programma politico, anche a quelli che vengono elaborati oggi e offerti alla riflessione dei nostri tempi. A onor del vero Heine, cui veniva regolarmente rimproverata la frequentazion esclusiva di ambienti aristocratici ed elitari, non ebbe mai modo di scendere in campo impegnandosi concretamente per lotte sociali, come aveva auspicato e fatto capire. Tuttavia, pur concedendogli le attenuanti generiche per le numerose contraddizioni che hanno caratterizzato tutta la sua vita, bisogna ammettere che non scrisse mai nulla per esaltare i ricchi, mentre fu capace di elaborare poesie rivoluzionarie di grande originalità ed efficacia, avente come obiettivo quello di perorare la causa dei poveri e degli emarginati. Da sempre convinto della carica esplosiva insita nell’abissale divario che separava i sazi dagli affamati, intuì che proprio in questo drammatico problema irrisolto si potesse configurare la vera rivoluzione sociale in grado di sovvertire l’ordine costituito. I “ratti emigranti” è la poesia, contenuta nella “Zeitgedichte”, che egli dedicherà a quel movimento nuovo di cui aveva letteralmente timore; quei “ratti” affamati   rappresentavano a suo parere un pericolo reale, dato che, non avendo nulla da perdere, erano potenzialmente capaci di tutto. Precorrendo i tempi,   riuscì con il suo modo ironico e amaro ad offrirci uno spaccato sociale che si sarebbe dovuto dimostrare di sorprendente attualità anche in un’epoca come quella odierna caratterizzata da miliardi di affamati, da cui non si può pretendere né moderazione, né rispetto di   regole “inventate”, di norma   da coloro che la pancia ce l’hanno da sempre piena:  

I ratti emigranti  

Ci sono due specie di ratti:
Gli affamati e i sazi.
I sazi rimangono contenti a casa,
Gli affamati però emigrano.

…..

Hanno questi tipi
Ghigni assolutamente paurosi;
Hanno le teste rasate uguali,
In modo radicale, calvi come ratti.

La masnada radicale
Non sa nulla di un Dio
Non fa battezzare i figli,
Le donne sono un bene comune.

…

La schiera di ratti sensuali
Vuole solo rimpinzarsi e tracannare,
Non pensa, tracannando e rimpinzandosi,
Che la nostra anima è immortale.

Una razza così selvaggia,
Non teme né Inferno, né gatti;
Non ha beni, non ha soldi
E desidera dividere il mondo in modo nuovo.

 â€¦

Oggi non vi servono gli intrecci di parole
Dell’oratoria trapassata.
Non si catturano topi con sillogismi,
Questi saltano sui sofismi più fini.
 

In uno stomaco affamato trovano accesso
Solo logica di zuppa con motivazioni   di polpette,
Solo argomenti di arrosto di manzo,
Con contorno di citazioni di wurst di Göttingen.
 

Uno stoccafisso muto, saltato al burro,
Piace alle masnade radicali
Molto meglio di un Mirabeau
E di tutti gli oratori a partire da Cicerone.

 â€¦.

Alcune strofe sembrano riecheggiare i proclami comunisti poi riepilogati da Bertolt Brecht quando nella “Opera da tre soldi” afferma che “prima viene lo stomaco e poi la morale”. Nella parte finale si coglie   un diffuso scetticismo sulla funzione della parola, che da quelle orde ignoranti non viene né ascoltata né capita. Per concludere si può a buon diritto affermare che, pur avendogli consentito l’incontro con Marx   di conoscere dal vivo le tesi alla base del   “Manifesto” e la rivoluzionaria dottrina del comunismo, tutto ciò non ebbe effetto alcuno sulle sue scelte politiche. Pur rimanendo affascinato da quella dottrina secondo la quale, perseguendo l’abbattimento dei   privilegi e delle disuguaglianze sociali, sarebbe stato possibile creare un mondo di eguali e   garantire a ciascuno il necessario per soddisfare i propri bisogni,   continuava a provare una fortissima avversione per le forme di lotta proclamate per la conquista del potere. Nei confronti del comunismo, le cui idee venivano proprio in quel periodo propagandate, ebbe forti remore; egli non ha mai creduto che fosse proprio quella la filosofia capace di creare il “Paradiso sulla terra”. Pertanto si può a buon diritto affermare che l’incontro con Marx, pur avendogli consentito di conoscere dal vivo le tesi alla base del “Manifesto” su cui è stata costruita la rivoluzionaria dottrina del comunismo, non ebbe effetto alcuno sulle sue scelte politiche. Troppo vivi ancora in lui i ricordi degli eccessi dei cosiddetti “rivoluzionari” proletari; dal suo inconscio non riuscirà mai a rimuovere quelle scene di incredibile violenza cui si era abbandonata una plebe affamata e criminale prima ad Amburgo e poi a Parigi e di cui era stato impotente testimone. Heine, al contrario,  fin da giovane aveva mostrato interesse per una forma di fratellanza che avrebbe dovuto unire tutti gli uomini; una specie di amore universale ed incondizionato rivolto soprattutto alla gente che soffriva. Questa sua forma di fratellanza è già documentata in una lettera del 2 febbraio 1823 scritta a Berlino e indirizzata a Moritz Embden, fidanzato e poi sposo dell’amata sorella Charlotte. In questo scritto si ritrovano inequivocabili i segni di una scelta di campo fraterna ed umanitaria e le preoccupazioni per il minaccioso antisemitismo che si stava facendo strada in Germania. Egli, nel prendere atto che il suo futuro cognato non era un rivoluzionario, si compiace con lui per la sua scelta pacifica e quindi contraria a ogni forma di sovvertimento sociale violento, ma coglie al contempo l’occasione per esprimere la sua opinione: “…Per quanto mi riguarda hanno il sopravvento altre condizioni e inoltre mi sento un pochino stranamente condizionato quando leggo sul giornale che nelle strade di Londra alcuni individui sono morti per il freddo e nelle strade di Napoli alcuni per la fame”. Nella stessa lettera, oltre ad esserci elementi in grado di chiarire la sua vocazione “rivoluzionaria”, acquistano dimensioni concrete i timori per la sorte degli Ebrei: “Nonostante sia per l’Inghilterra un radicale e per l’Italia un carbonaro, non appartengo tuttavia ai demagoghi della Germania; per il solo motivo molto casuale e trascurabile che in caso di vittoria di questi ultimi verrebbero tagliate alcune migliaia di teste di ebrei e proprio le migliori…”.

Deutschland, ein Wintermärchen(Germania, una fiaba invernale 1844) è l’opera che può essere direttamente collegata a questo periodo di nuovo impegno politico. È un poemetto in versi con cui Heine lancia i suoi strali contro l’Impero austro-tedesco, ormai anacronistico, e in particolare contro la Prussia, paladina di una feroce restaurazione e ultima potenza in linea cronologica di una serie di sovrani assoluti che avevano tolto libertà e speranza all’intero popolo tedesco. Il suo poema doveva così diventare la denuncia di un sofferto dramma, il dramma di un intero popolo, da secoli umiliato e violentato nei suoi valori più sacri e adesso simbolicamente seppellito da un manto di neve con cui la Prussia, potenza egemone tra i 36 piccoli Stati in cui si articolava la Germania di allora, continuava spietatamente a soffocare gli aneliti di libertà dei suoi figli migliori. Nello stesso anno in cui veniva composto il poemetto, ad Amburgo moriva il ricchissimo zio Salomon, con cui c’erano state parecchie incomprensioni e qualche screzio, ma che di fatto non aveva mai cessato di sostenere finanziariamente quello “scomodo” nipote. All’apertura del testamento si doveva purtroppo scoprire che l’augusto zio Salomon, scrupoloso nel redigere la lista di parenti, amici e servitori da lui beneficiati, non aveva menzionato tra i suoi eredi il nipote Heinrich. Il poeta, nell’apprendere di essere stato praticamente diseredato, ci resta così male da rischiare addirittura l’infarto. Da quel momento, convinto com’era di possedere nello scrivere la sua arma migliore, prepara una dura controffensiva e la porta avanti con estrema decisione. Egli, oltre ad impugnare il testamento in tribunale, cerca di sensibilizzare a quella per lui vitale questione tutti gli amici e i conoscenti in grado di intervenire sugli eredi testamentari per trovare una soluzione dignitosa. Da parte sua, sempre convinto dell’arma micidiale di cui madre natura l’aveva dotato e che ormai tutti gli riconoscevano, minaccia di dar vita ad uno vero e proprio scandalo, pubblicando scritti e documenti molto compromettenti. Karl, il primogenito dello zio Salomon, e i parenti più direttamente coinvolti finirono con l’essere molto preoccupati dalle minacce di quel parente “terribile” e soprattutto dalle possibili conseguenze di una campagna mediatica dagli effetti disastrosi soprattutto per il loro casato, tra i più prestigiosi della città. Riuniti in consiglio gli eredi decidono, dopo febbrili ed estenuanti trattative, di confermargli il vitalizio a patto che avesse distrutto tutte le notizie autobiografiche non gradite alla famiglia e si impegnasse a non scriverne male in futuro. Heine saluta con soddisfazione la conclusione della vertenza e soprattutto il vitalizio, di cui aveva estrema necessità e che prevedeva anche, in caso di un suo prematuro decesso, una “pensione” di reversibilità per la moglie, definita per l’occasione “gatta”, “viziata” e “inesperta”, ma pur sempre teneramente amata. Nel frattempo una paralisi progressiva lo aveva inchiodato a letto. Engels lo va a trovare e nota con profonda commozione: “Heine sta morendo”. È questo il periodo in cui il poeta, mai pienamente convinto delle concezioni hegeliane e in particolare di quelle sull’ateismo, si rifiuta di far pubblicare e quindi di rendere disponibili per i lettori francesi la dialettica hegeliana, alla traduzione della quale aveva dedicato ben due anni.  Adesso, giunto ormai alla fne della sua vicenda terrena, poteva addirittura credere (o sperare?) che lassù, in cielo, ci fosse “Qualcuno”; un interlocutore che, capendo le umane debolezze, fosse ancora disposto a essere misericordioso con le sue creature – “Sì, sono felice di essermi liberato della mia presunta gloria e nessun filosofo mi convincerà mai di nuovo che sono un Dio! Sono solo un povero diavolo, che tra l’altro non sta più bene ed è addirittura molto malato. In queste condizioni è una vera manna per me, che in cielo ci sia qualcuno, a cui io possa elencare continuamente la litania delle mie sofferenze, in particolare dopo mezzanotte, quando Matilde si reca a letto, di cui spesso ha veramente tanto bisogno. Vivaddio! In tali ore sono finalmente solo e posso pregare e piagnucolare quanto voglio, e senza vergognarmi, e posso svuotare il mio cuore davanti all’Onnipotente e a lui qualche volta confidare ciò che non osiamo dire neppure alla nostra donna…”. Il suo era un ritorno alle origini, quasi una “conversione” anche se molto personale, arricchita da un vero e proprio compiacimento per essere riuscito a riscoprire il vero significato della tentazione avuta da Eva attraverso il serpente: “… Se mangerete dall’albero della conoscenza diventerete come Dio! Eva capì dell’intero discorso solo una cosa, che il frutto era proibito, e dato che era proibito, lo addentò, la buona signora. Ma appena ebbe mangiato un po’ di quella appetitosa mela, perse l’innocenza, la sua immediatezza naif, la madre primaria di tanti futuri Re e Regine trovò di essere troppo nuda per una persona del suo ceto  e pretese un vestito…”.  

Questa sua rivisitazione della Bibbia la raccomanda ai suoi amici, e in particolare al suo “diletto” Karl   Marx, che considera, tra le persone a lui più vicine, “il più ostinato”.


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2 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Heinrich Heine: Parigi … — 5 Gennaio 2010 @ 16:24

    […] Guarda Originale:   Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Heinrich Heine: Parigi … […]

  2. Commento by daniela toschi — 6 Gennaio 2010 @ 19:19

    Caro Nino, il tuo modo di presentare gli autori tedeschi, intrecciando gli elementi biografici e le loro opere con gli avvenimenti storici e il clima culturale in cui vissero -e  che conosci a fondo-  è   alquanto coinvolgente  e rischia di provocare   “insane” passioni nei confronti degli stessi! Avevo cercato di stare alla larga, perciò,  dalle tue esposizioni su Heine, ma non ho potuto fare a meno leggerle. Si rivela così anche lui, tramite le tue parole, un personaggio di straordinario interesse, attuale e  ricco di umane contraddizioni, al di là del mito che accompagna la sua figura. Grazie davvero!

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