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LETTERATURA: Heinrich Heine, un grande poeta romantico dell’Ottocento tedesco (1a puntata)

3 Novembre 2009

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]  

Nella Germania soggiogata da “Casate” di nobili che imperversavano nella miriade di Stati e Staterelli sparsi per tutto il Paese, ha regnato sovrano per secoli un innaturale torpore, che neppure il “rivoluzionario” Lutero aveva saputo debellare. Anzi era stato lo stesso Monaco ribelle, succube del potere dei principi tedeschi e  non insensibile al fascino perverso delle loro corti, a dare   ai “Potenti” del tempo una patina di legalità, giustificandone per certi versi anche le malefatte. In proposito Thomas Mann, in una conferenza tenuta subito dopo la resa incondizionata dell’8 maggio 1945, non ricorre a perifrasi e mette sotto accusa Martin Lutero, colpevole secondo lui di “aver plasmato per secoli l’atteggiamento servile dei Tedeschi di fronte ai principi e a tutte le autorità statali”. Ad aggravare la situazione già molto critica del Cinquecento, ecco sopraggiungere la terribile guerra dei Trentanni (1618-1648), mirabilmente descritta nel Simplicissimus di Grimmelshausen, che ispirerà secoli dopo il dramma della “Mutter Courage” di Brecht. Questi i presupposti da cui sarebbe nata la tristemente famosa “deutsche Misere”, che colpiva tutti indistintamente e la classe “illuminata” in particolare. In un Paese letteralmente in letargo sia dal punto di vista economico che politico e inchiodata in un immobilismo avvilente da schiere molto nutrite di nobili, erano questi ultimi, con i  cognomi immancabilmente preceduti dal canonico “Von”, a spadroneggiare in modo assoluto, incutendo rispetto e timore. Proprio queste “Famiglie”, che affondavano le loro radici in un medioevo storicamente superato, ma purtuttavia ancora dominante, rappresentavano i guardiani più severi dell’autarchia tedesca. La Germania, di fatto ancora autorevole membro del “Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca”, di cui senza dubbio si compiaceva, rimaneva ancora nell’Ottocento volutamente tagliata fuori dallo spirito di rinnovamento che aveva soffiato sulla Francia minacciando di espandersi nel Paese immediatamente confinante. L’Illuminismo francese aveva finito così per catalizzare l’attenzione degli spiriti più all’avanguardia della Nazione tedesca, la cui letteratura, nonostante le mirabili figure di Herder, Fichte, Lessing e Goethe, fu costretta a trascinarsi per tutto il Settecento in un desolante panorama di avvilita rassegnazione, che trovava una autorevole fonte di sostentamento proprio nella severa religione luterana e nel Pietismo da essa derivante.  In quelle condizioni dedicarsi alla cultura e alla letteratura  rappresentava  un “lusso” da ricchi,  mentre per la quasi totalità delle persone “normali” costituiva una vera disgrazia. Essere poeta era di conseguenza sinonimo di povero diavolo, un individuo destinato a “fare la fame”, una persona che non sarebbe mai riuscita ad affermarsi nella società, costretta com’era a rimanere ai margini della stessa. E furono proprio quegli spiriti “timidamente” quanto coraggiosamente illuminati i primi a trovare un’eco confortante nel messaggio di fratellanza, libertà e uguaglianza lanciato dalla Rivoluzione Francese nel 1797. Quegli stessi spiriti che, inebriati dalla meteora napoleonica, avrebbero dovuto presto essere amaramente delusi dalle mire imperiali del grande Corso e fare subito dopo i conti con la bieca restaurazione imposta dal Congresso di Vienna (1815) e rigidamente attuata dal Metternich assieme a una miriade di regnanti rimessi sui loro vecchi troni e quindi “liberticidi” per autodifesa. Ad essere colpiti soprattutto quei giovani poeti “romantici”, poveri in canna e per di più affetti da una inguaribile sofferenza esistenziale, spesso sublimata dalle loro sensibilità particolari e quindi tradotta in versi capaci di estasiare e commuovere. Heinrich Heine può essere considerato a buon diritto tra i fautori più convinti e più autorevoli di questa giovane generazione, molti dei quali approderanno al movimento politico della “Giovane Germania”. Egli, oltre a possedere tutte quelle doti che ne avrebbero fatto un lirico purissimo, secondo, a detta della critica più autorevole, solo all’immenso Goethe, era tuttavia fortemente discriminato anche per il suo “status” di ebreo. Cresciuto in una famiglia di banchieri agiata ma non ricca, condizione che non fu estranea all’umiliante diniego subito dall’altezzosa cugina Amalia alle sue timide “avances” amorose, si portava impresso sulla carne il marchio che da sempre accompagnava i discendenti di Abramo, accusati da una Chiesa impietosa di essere “deicidi” e messi socialmente al bando anche nell’illuminata Prussia di Kant e di Federico II. Il battagliero poeta, che ancora giovane aveva condiviso con molti coetanei l’euforia, purtroppo effimera, legata alle gesta di Napoleone, si trovò ben presto nell’occhio del ciclone e, nonostante una “conversione” al protestantesimo chiaramente strumentale, fu prima pesantemente boicottato dagli ambienti accademici e poi politicamente perseguitato per tutta la vita. Neppure con la sua morte ebbero fine gli attacchi virulenti, continuati per tutto il secolo XIX e che hanno trovato il loro coronamento nella criminale caccia agli ebrei scatenata da Hitler e dal Nazismo. All’inizio degli anni Trenta lo smacco più mortificante; tutte sue opere, a suo tempo messe impietosamente al bando, furono tra le prime ad essere portate al macero e bruciate. Alla sua poesia più delicata e accattivante, la “Lorelei”, una leggenda messa in versi e dedicata alla bellissima ondina dai lunghi capelli d’oro, che, seduta su uno scoglio, ammaliava dalla riva del fiume Reno con il suo canto irresistibile i barcaioli per poi inghiottirli assieme alle loro imbarcazioni, fu riservata l’offesa più ignobile. Contro quello che rappresentava il “Lied” più amato da tutta la Germania e dai Romantici in particolare fu scatenata una campagna vergognosa, nel tentativo di disconoscere il suo vero autore e farlo passare come opera di “ignoti”. Per rimuovere questo ostracismo oltremodo ingiusto, continuato senza soluzioni di continuità fino alla seconda guerra mondiale, bisognava aspettare la metà del secolo appena trascorso. Solo all’inizio degli anni Cinquanta e precisamene subito dopo la divisione della Germania, ebbe inizio proprio nella DDR la “riscoperta” di Heine, grazie a Brecht e agli Accademici della Germania Orientale, impegnati anche per motivi politici a rivalutare soprattutto la letteratura degli scrittori di “sinistra” emarginati e costretti all’esilio dal regime nazista. A quel punto anche i connazionali della Repubblica Federale, schiacciati dal rimorso per aver volutamente ignorato un grande scrittore poliedrico, che, dopo essersi definito “cittadino del mondo” aveva espressamente voluto sulla sua tomba la semplice epigrafe “qui giace un poeta tedesco”, lo hanno finalmente riscoperto, ripubblicando tutte le sue opere e dedicandogli l’università di Düsseldorf.  

Heine Harry, nome impostogli in onore di un amico di affari del padre di Liverpool, nacque a Düsseldorf sul Reno, il 13 dicembre 1797. Egli stesso, “forzando” come spesso gli accadeva i fatti, amava definirsi “uno dei primi uomini del secolo”, asserendo di essere nato nella notte di capodanno del 1800. In una città così vicina alla frontiera, dove – come avrà modo di affermare nelle sue memorie –“dominavano non solo i Francesi, ma anche lo spirito francese” considerata già allora tra le città più ricche e “illuminate” della Germania. Düsseldorf, l’attuale capitale della Renania del Nord – Westfalia, faceva parte del Land degli antichi “Fali”, che, come egli si compiace di ricordare nella prima delle sue “Lettere da Berlino”, è stata testimone della vittoria dei barbari Germani sui civilissimi Romani – “Sento ancora quello che una vecchia pietra mi sussurra: viaggiatore, fermati, qui Arminio ha sconfitto Varo!” -. Una regione, che, dopo la vittoriosa campagna di Napoleone, rimase sotto amministrazione francese fino al 1813, prima di passare alla Prussia, diventando in questo modo il territorio più occidentale di quel “Reich” che di lì a poco avrebbe riunificato tutta la Germania facendone una Nazione potente, industriale e all’avanguardia, anche se purtroppo destinata ad assumere un ruolo tragico per l’intera Europa. Il piccolo Harry, molto delicato e affetto da una sensibilità accentuata che lo rendeva intollerante ai rumori, crebbe con la costante preoccupazione di evitare ambienti rumorosi e troppo vivaci. Da qui la sua continua ricerca di posti tranquilli, che finirà col trovare la soluzione ideale nelle isole del Mare del Nord. Le prime lezioni gli furono impartite privatamente e solo a nove anni fu iscritto a un severo Liceo di Düsseldorf retto da francescani francesi. Tra gli insegnanti alcuni gesuiti, di cui avrebbe conservato un ricordo affettuoso “in effetti, ho avuto sempre una predilezione per il cattolicesimo, che deriva dalla mia fanciullezza e mi è stata infusa dall’amabilità di sacerdoti cattolici”. Tra le figure mitiche che si dovevano imporre nelle sue fantasie giovanili, bisogna annoverare Napoleone Bonaparte, nei cui confronti prenderà tuttavia presto le distanze, esprimendosi in modo inequivocabile nei “Reisebilder”: “Ti prego caro lettore di non considerarmi uno sfegatato Bonapartista; la mia ammirazione non riguarda le azioni, ma esclusivamente il genio dell’uomo. In modo incondizionato lo ho amato fino al diciotto brumaio – giorno in cui ha tradito la libertà. E fece tutto questo non per necessità, ma per segreto amore verso l’aristocratismo…”.

Il giovane Heine aveva ereditato l’amore per la cultura dalla madre Betty Van Geldern, discendente da una famiglia di medici ebrei benestanti immigrati in Germania dall’Olanda. Questa solerte, sensibile e colta signora, che si prenderà cura dell’educazione dei quattro figli, era letteralmente atterrita dall’idea che il suo primogenito, attratto fin da bambino dalle materie letterarie, potesse diventare “poeta”: “In effetti, aveva una paura grandissima che io sarei voluto diventare poeta; la qual cosa sarebbe stata quanto di peggiore – così asseriva – mi potesse accadere”. In effetti, non si trattava di una preoccupazione infondata vista la miserevole considerazione di cui godevano allora i poeti, lucidamente descritta dallo stesso Heine nel saggio sulla “Romantische Schule”: “Un poeta tedesco era allora un individuo che portava un vestito logoro, strappato, improvvisava poesie d’occasione per battesimi e matrimoni a un tallero l’una, invece di godere della buona società, che lo emarginava, si dava al bere e di sera finiva col giacere ubriaco nei tombini, teneramente baciato dai raggi pietosi della luna. Una volta diventati vecchi di solito questi individui affondavano ancora di più nella loro miseria e si trattava di una miseria senza preoccupazione, o la cui unica preoccupazione era quella: dove trovare gran quantità di alcolici a minor prezzo?…”.

Il giovane Harry viene così invogliato dal padre, imparentato con la famiglia dei Salomon, affermati banchieri di Amburgo, a intraprendere la “professione” di famiglia e in questa ottica affronta, anche se con scarsissimo successo, un periodo di apprendistato a Francoforte – “Dio lo sa, sarei diventato volentieri banchiere, è stato per un certo tempo il mio desiderio più forte, ma non sono riuscito a concretizzarlo…” –. Dopo questa parentesi negativa a proporsi come modello sarà proprio lo zio Salomon Heine, un ricco banchiere di Amburgo, città dove si reca nel 1816. La vera biografia di Heinrich Heine ha quindi inizio nella più famosa e ricca città anseatica della Germania, a diciannove anni, un’età in cui cominciano a farsi strada le prime problematiche esistenziali. Immerso in un ambiente nuovo, a contatto con un mondo dove contavano soprattutto i successi economici, Heine comincia ad avvertire la sua “diversità”, resa ancora più dura dalla precisa sensazione di non ritrovarsi nel mondo dei “normali”, con l’aggravante di non essere compreso e soprattutto accettato. L’attrazione per la cugina Amalia, che, pur avendogli regalato una ciocca di capelli biondi, rimaneva sostanzialmente insensibile ai suoi timidi tentativi di approccio e indifferente ai suoi versi grondanti tristezza e desideri inappagati, finì con l’avere presto esiti infelici, eternati nelle poesie del ciclo “Junge Leiden” (Dolci sofferenze). Ben presto tuttavia lo stesso zio doveva arrendersi all’evidenza, e, constatate le scarse attitudini del nipote per gli affari, decideva di consentirgli di studiare, accollandosi i relativi oneri. E così a casa Heine si arriva alla conclusione che   il  primogenito poteva intraprendere gli studi. Nel settembre del 1919 Heinrich arriva alla Università di Bonn fondata da appena un anno dall’allora ministro prussiano per la cultura e l’istruzione, Alexander Freiherr von Humboldt. Quasi obbligata l’iscrizione alla facoltà di giurisprudenza, l’unica, assieme a quella di medicina, in grado di aprire una carriera professionale a un giovane ebreo. A   Bonn il giovane Harry è subito costretto a respirare un’atmosfera patriottico-reazionaria, tipica di quasi tutti gli ambienti universitari dell’epoca e innescatasi subito dopo la cocente delusione per il crollo delle speranze legate alla Rivoluzione Francese. Delusione resa ancora più amara dalla “restaurazione” imposta   dalle tradizionali potenze europee e ratificata dal Congresso di Vienna del 1815. A partire dagli anni Venti tutta l’Europa fu avvolta in un’atmosfera irrespirabile voluta dagli ex Regnanti, ritornati tutti ai loro posti e più che mai intenzionati a spegnere sul nascere ogni rigurgito libertario. Proprio l’ambiente universitario, pervaso com’era da sentimenti spiccatamente patriottici fomentati dal “Romanticismo” tedesco, era visto con sospetto dai nuovi “Potentati” soggiogati dalla ferrea politica reazionaria di Metternich. Heine, da osservatore attento della scena politica e sociale che si andava delineando, rimane molto deluso dai movimenti giovanili e continua a sognare una “sua” Germania, che avrebbe voluto finalmente in pace e soprattutto libera e unita. Impossibilitato a condividere le iniziative dei suoi coetanei, preferisce farsi da parte e non lasciarsi coinvolgere in imprese che, viste le condizioni di rigida repressione in cui nascevano, erano destinate al fallimento. Deluso e amareggiato dalle condizioni in cui versava la sua “Germania”, visibilmente turbato dalla pochezza dei suoi compatrioti, non gli rimaneva che dedicarsi con passione allo studio della storia dei secoli passati. All’università rimane affascinato dalla figura di August Wilhelm Schlegel, “padre” indiscusso del Romanticismo tedesco, di cui frequenta assiduamente le lezioni, assieme a Karl Marx,   e da cui imparerà l’arte del sonetto e le regole della metrica. Se dal punto di vista poetico e letterario i due semestri di Bonn si rivelarono molto proficui, non altrettanto si poteva dire per quanto riguardava lo studio delle materie giuridiche. A questo indubbio motivo di disagio doveva aggiungersi presto l’improvvisa malattia del padre, che, colpito da attacchi epilettici, era impossibilitato a lavorare e aveva bisogno di un’assistenza continua. La famiglia, non potendo più consentirsi di rimanere a Düsseldorf, fu costretta a trasferirsi prima ad Amburgo e poi a Oldelsloe. Il giovane Harry, cosciente dei suoi per nulla incoraggianti risultati ottenuti a Bonn, decideva di trasferirsi all’università Georg-August di Göttingen, su cui aleggiava la fama di sede di studi molto seria e impegnativa. Quando nell’autunno del 1820 Heine arriva a Göttingen trova un ambiente ancora più reazionario di quello di Bonn, contraddistinto come era da abissali differenze di classe tra gli studenti e con una nobiltà intenta a riservare ai propri rampolli il monopolio nel diritto all’istruzione. In quell’ambiente il poeta non si trova per nulla a proprio agio: “Qui ciascuno è costretto a vivere appartato. Qui si può soltanto sgobbare come un bue. Ed è stato questo il motivo che mi ha spinto a venire…”. A sconvolgere la sua grigia quotidianità di Göttingen una decisione del Senato accademico, che a inizio di febbraio 1821 gli farà pervenire il “Concilium abeundi”, in pratica un decreto di espulsione per una sfida-duello tra studenti, che per fortuna non ha avuto luogo. Con satirico distacco Heine accetta il pesante verdetto e si appresta a lasciare Göttingen. Sulla città universitaria avrà modo di scrivere nello “Harzreise”: “La città di Göttingen, famosa per i suoi wurst e l’università, appartiene al Re di Hannover… La città in sé è bella e piace soprattutto quando la si guarda volgendole le spalle…”  Dopo un concitato quanto preoccupato consiglio di famiglia a Oldesloe, con un padre sempre sofferente – Heine parla di una malattia dello spirito -, la madre vittima di continue emicranie e i fratelli (la sorella Charlotte e i due fratelli, Maximilian e Gustav) ancora troppo piccoli, viene deciso di garantire al figlio maggiore la possibilità di continuare i suoi studi a Berlino. Quella città, già allora con i suoi 200.000 abitanti la più grande della Germania, non costituiva di certo l’ambiente ideale per gli studi del giovane Harry. Troppe le distrazioni – dai teatri, alle manifestazioni culturali di ogni genere – costantemente in agguato per il poeta, cui rimaneva poco tempo per  dedicarsi ai suoi studi giuridici. Sulla scia di quanto già fatto a Bonn e a Göttingen anche qui Heine cerca subito di pubblicare su una rivista, “Der Gesellschafter”, i suoi scritti e nel dicembre 1821 riesce a far stampare alcune sue poesie con il titolo generico di “Gedichte”. Egli si serve di questa sua prima pubblicazione per attirare l’attenzione del pubblico e soprattutto delle personalità più in vista della vita culturale della città. Tuttavia nonostante la disponibilità con cui alcune riviste specializzate erano pronte a ospitare i suoi scritti, le opere di quel periodo non ebbero risonanza alcuna. A Berlino, dove avrà modo tra l’altro di seguire le lezioni di Hegel, Heine rimane un isolato, un giovane sognatore romantico in una metropoli priva di calore e di cuore, politicamente arida e soggiogata da una censura asfissiante. Mentre nelle altre capitali europee (Parigi, Londra) si profilavano le prime lotte di classe, a Berlino il Re e l’apparato militare prussiano imponevano un clima di controllo poliziesco, costringendo i sudditi a una calma irreale. Le “Lettere da Berlino” rappresentano una sofferta testimonianza della banalità di quella esistenza, resa ancora più dolorosa se confrontata con i ricordi della Westfalia e dei suoi abitanti. Ai Berlinesi e al loro viale più famoso “Unten den Linden” è dedicato un quadretto che si impone per la pacata ironia con cui Heine riesce a mettere a fuoco la Berlino di allora: “Sì, sono questi i famosi tigli, di cui ho così tanto sentito parlare. Mi vengono i brividi quando penso che in questi posti si è forse fermato Lessing e sotto questi alberi amavano passeggiare tanti grandi personaggi, che hanno vissuto a Berlino; qui era solito camminare il Grande Fritz, qui passeggiava proprio Lui! …”. In quella città, che stava acquistando le dimensioni di una metropoli alienante, non riesce proprio a integrarsi e volutamente si tiene lontano dagli ambienti elitari. Contrariamente alle tendenze del tempo si rifiuterà di aderire a credi religiosi che limitassero in qualche modo il suo incondizionato spirito libertario, finendo così col combattere e inimicarsi ebrei e antisemiti. Per lui rimaneva fondamentale la lotta per la libertà in senso lato. Per questo motivo era solito dichiararsi contro ogni tipo di sottomissione, anche quella religiosa, che tra l’altro prevedeva un Dio onnipotente e una “filosofia” della rinuncia alle gioie terrene nell’attesa di guadagnarsi un aldilà di beatitudine, a cui egli non ha mai voluto né credere, né aderire. Proprio in quella città, che considerava estranea, avrà modo di esprimere il suo forte sentimento nazionale, accompagnato da un’altrettanta consistente sensibilità sociale. Si cominciava così a delineare anche quello che sarà il futuro impegno politico di Heinrich Heine, fondamentalmente portato a guardare con partecipazione alla triste condizione dei più deboli e diseredati. A mitigare la tristezza e la desolazione morale di quel periodo caratterizzato da una soffocante monotonia ci sarà il salotto letterario di Rahel Levin, da lui considerata “la donna più ricca di spirito dell’universo”. Di questo circolo letterario, di cui facevano parte gli spiriti più prestigiosi della cultura dell’epoca, tra cui Goethe, Alexander von Humboldt, Hegel, Bettina Brentano, Ranke e Chamisso, Heine conserverà per tutta la vita un gradevole e commosso ricordo. Al grande vate e indiscusso “tiranno” della poesia tedesca, da lui definito “l’imperturbabile Giove tedesco”, Heine avrebbe inviato le sue prime poesie ancora fresche di stampa, accompagnandole con alcune righe che tradiscono una “devozione” assoluta nei confronti del “divino”, che da parte sua si compiaceva e non poco di essere riverito e incensato. Nella capitale della Prussia avrà modo di osservare le tendenze dei tempi e prenderà atto con vero dolore della discriminazione sociale cui erano sottoposti gli ebrei. Con grande intuito profetico esprimerà la sua preoccupazione, accompagnata da un’altrettanto decisa dichiarazione di intenti: “Che io sia deciso sostenitore dei diritti degli ebrei e della loro parità sociale, questo lo confesso, e in tempi duri, che sono inevitabili, la plebaglia tedesca sentirà la mia voce così forte da risuonare nelle birrerie e nei palazzi”. La sua lotta a favore degli ebrei, in cui si riconosceva, era solo una parte della sua incondizionata lotta per la libertà di tutti gli uomini. Tuttavia presto a prevalere sarà la sua vena poetica tutta indirizzata a riscoprire i valori del passato e a dare nuovi impulsi alla “Volkslied” (canzone popolare); un’inclinazione pervasa da una natura melanconica che trovava una valida difesa in un’innata ironia, spesso al limite del sarcasmo; doti queste che lo aiuteranno non poco a superare le ricorrenti crisi, accompagnate da tante notti insonni. Egli sapeva perfettamente quanto fosse difficile per un uomo di lettere farsi strada in Germania e ottenere gratifiche sociali. A farlo soffrire il mancato riconoscimento della sua vocazione poetica e soprattutto della purezza della sua lirica. Negli ambienti letterari, spesso pervasi da invidie e contraddistinti da lotte tra fazioni, le prime pubblicazioni di Heine vennero accompagnate da critiche maliziose e non   di rado condite da commenti improntati a un’ingiusta derisione. I conflitti con i circoli letterari ben presto si dovevano allargare fino a diventare conflitti con la Germania intera: “Oh Germania! Paese delle querce e dell’ottusità”. Prese di posizioni queste che si rafforzeranno nel tempo al punto da fargli affermare: “Tutto ciò che è tedesco mi è odioso”.  Fedele agli alti e bassi che caratterizzeranno la sua esistenza, sarebbe passato dal patriottismo più entusiasta all’antipatriottismo più severo, stati d’animo che potevano essere interpretati come frutto di un amore deluso per la “sua” Germania. Nel 1822 entra nella „Società per la cultura e la scienza degli Ebrei“. Una decisione “coraggiosa” visto che quello era proprio un periodo in cui cominciavano a diventare sempre più minacciosi i segnali di intolleranza razziale, anche in un Regno come quello della Prussia, che già con un editto dell’11 marzo 1812 aveva garantito agli ebrei parità di diritti civili. Le poesie composte in questo periodo sono pervase dall’incanto per la poesia popolare, quella poesia melodica “riscoperta” all’inizio del secolo da due grandi poeti romantici, Clemens Brentano e Achin von Arnim, nei cui confronti Heine esprime gratitudine e ammirazione. Ad imporsi è proprio la musicalità  di questi delicatissimi Lieder  di autori sconosciuti, contenuti nel “Des Knaben Wunderhorn” (Corno magico del fanciullo), una antologia redatta da Brentano Arnim, pubblicata nel 1805 con una prefazione di Goethe e giustamente considerata il capolavoro del Romanticismo tedesco. Intanto tra alti e bassi continuano i suoi studi di giurisprudenza che continuerà trasferendosi di nuovo al’Università di Göttingen, da dove può finalmente comunicare al cognato Moritz Embden di aver superato l’esame finale (11 maggio del 1825): “Ho trascorso l’intero inverno alle prese con la giurisprudenza e di conseguenza la settimana scorsa sono stato in grado di sostenere l’esame giuridico di dottore, superato da me ottimamente”. Il conseguimento della laurea avverrà il 20 luglio dello stesso anno. Subito dopo il dottor Heine troverà il modo di farsi battezzare a Heiligenstadt, assumendo il nome di Christian Johann Heinrich (28 luglio1825). Questa sua decisione, cui non fu estranea la speranza di essere facilitato nella carriera professionale, susciterà dure reazioni sia tra gli ebrei sia tra i cristiani e sarà presto amaramente rimpianta; – “adesso sono odiato sia dai Cristiani sia dagli Ebrei” -, avrà modo di confidare all’amico Moses Moser il 9 gennaio 1826. La tesi di laurea diventa per lui il sospirato “pezzo di carta”. Il munifico zio Salomon, finalmente fiero del nipote, gli offre come premio una vacanza a Norderney, nel Mare del Nord. Qui Heine scopre un’inclinazione che non ripudierà mai: l’amore per il mare. A questa “scoperta”, che si dimostrerà particolarmente gratificante per la sua intera vita, avrà modo di dedicare espressioni di intensità unica: “Amo il mare, come la mia anima. Spesso penso addirittura come se il mare fosse la mia stessa anima…Il mio animo si entusiasma in modo particolare quando passeggio da solo al tramonto sulla spiaggia, – dietro di me piccole dune, davanti a me il mare mosso, infinito, sopra di me il cielo come una gigantesca cupola di cristallo – allora ho l’impressione di essere una formica e tuttavia la mia anima si espande in modo smisurato…”.


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1 commento

  1. Commento by Giovanni daminato — 9 Giugno 2013 @ 19:57

    Che dire. Non conoscevo Heine, non benissimo. Ho letto tutto con molto interesse. Adesso lo conosco ancora meglio. Se posso permettermi, avrei gradito qualche altro riferimento storico e qualche brandello di sue composizioni. Grazie

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