di Luciano Satta
[da “La Nazione”, 30 settembre 1968]
Giudicare in lingua il proprio direttore, criticarlo o elogiarlo, è compito in ogni modo difficile e ingrato; e non tanto per il ri schio del licenziamento da una parte, quanto per quello del so spetto di adulazione dall’altra. Ciò nonostante anche di Enrico Mattei, come abbiamo fatto e faremo per gli altri, cercheremo di dire, oltre che tutto il bene, anche tutto il male possibile, ga rantiti con opportune trattative preliminari, e comunque sia ag giungendo al dir male di lui, con sicuro effetto di salvaguar dia personale, il dir male degli altri.
Sbarazziamoci subito delle po che note negative. Ce n’è una molto piccola, anche ortografica mente: la virgola. Mattei usa virgolare fra sostantivo e pro nome relativo pur quando la pro posizione relativa ha la funzione di limitare e di restringere. Ci spieghiamo terra terra. Quando si dice « I ministri che hanno sbagliato devono dare le dimis sioni », si esprime un concetto diverso dal seguente: « I mini stri, che hanno sbagliato, devono dare le dimissioni ». Nel primo caso sembra che lo scrivente suggerisca le dimissioni di « alcuni » ministri, nel secondo quelle di tutto un governo. « L’uomo che è intelligente » è diverso da « L’uomo, che è intelligente »; e ne sanno qualche cosa i giovi netti alle prese con il latino, i quali devono scegliere, in casi come questi, tra congiuntivo e indicativo.
Mattei trascura questa distin zione. Alcuni esempi: «L’uomo, che dovrebbe avere l’iniziativa nell’elaborazione della politica nazionale… »; « II governo, che sta per nascere… »; « … la verità dei fatti, che sono oggetto dei nostri rilievi… »; e così via.
Non è una virgolatura sbaglia ta, ma una virgolatura all’antica che oggi la buona prosa ha la sciato da parte. Ed è una sciocchezza, ma può portare a errori di concetto, a un travisamento del pensiero di chi scrive. Può accadere persino, per l’inezia di una virgola, che Mattei opposi tore del governo ne sembri un lodatore se, in luogo di « II go verno che sa il fatto suo » (cioè « Un governo che sappia il fatto suo », scrive « II governo, che sa il fatto suo » (cioè « Questo governo sa il fatto suo »). Bisogna però aggiungere che il di fetto, se difetto è, è proprio di altri bravissimi commentatori politici.
Si può inoltre mettere in rilievo di Enrico Mattei, frutto inevitabile della sua veemenza di argomentatore e della sua indignatio politica, il vezzo de gli interrogativi retorici. Si contano quattordici proposizioni in terrogative in un suo articolo di fondo dell’anno scorso (e c’è anche la frase interrogativa den tro la frase interrogativa, a sca tola cinese). E in un altro arti colo ce ne sono otto consecutivi. Ma anche qui Mattei non è solo: con spiegabile rammarico di partigiani stavamo per attribuire proprio al nostro direttore il poco lusinghiero primato delle interrogazioni consecutive, quan do abbiamo visto che lo ha su perato di due lunghezze Mario Missiroli. Meno male.
Però i difetti finiscono qui, e si riconoscerà che sono poca cosa. C’è stato un collega che ha fatto giustizia sommaria del giornalismo italiano con frasi di condanna generiche e frettolose. Egli ha dedicato fra l’altro pa role di sfumata ironia al modo spesso stereotipato con il quale i nostri « fondisti » cominciano i loro articoli, alla formula inva riabile di certi loro « attacchi ». Questo modo è anche di Enrico Mattei:
« Diciamolo con tutta fran chezza ».
« E’ incredibile ma è vero ».
« Diciamo la franca verità ».
« Dobbiamo obiettivamente am metterlo ».
« Non c’è dubbio ».
Pastorale
Ma in verità non riusciamo a trovare niente di male, special mente dal punto di vista lingui stico, in questi piccoli prologhi che hanno il pregio dell’imme diatezza, inquadrano una vicen da, anticipano un commento, stabiliscono una diretta comunicazione con il lettore.
Lasciata in ogni modo da par te anche questa futile cosa, ve diamo Mattei sotto l’aspetto del le accuse più gravi e più frequenti che si fanno al giornali smo: lingua burocratica, « ger galismi », e insomma identità con i contorcimenti lessicali e sintattici del parlare e dello scrivere dei politici. Le prove della sensibilità linguistica di Mattei sono assai numerose: di irreversibile dice che è bruttis simo, arriva a scrivere rilanciare fra virgolette, un aggettivo co me statuale lo fa ridere; anzi chi lo legga con attenzione ve drà come egli eviti con cura tutta la florida schiera degli agget tivi che sostituiscono un genitivo; cosicché si può scorgere, ol treché l’ironia politica, anche un po’ di ironia contro la moda lin guistica, quando a bella posta scrive pastorale anziché del mi nistro Pastore.
Le sue stesse parole predilette attingono al linguaggio di tutti i giorni, e da quello politico so no presi in prestito solo i ter mini più pittoreschi per la forza del traslato, e quindi più acces sibili, come rimorchiare, scolla mento. Presa a caso una sua corrispondenza politica vi abbia mo letto soltanto due parole ve ramente burocratiche, prioritario e transitorio, e sono per di più citazioni indirette del pensiero di uomini di governo; mentre vi abbondano espressioni del par lare comune e familiare: a tutto vapore, come quattro e quattro fanno otto, a passo di lumaca, e via di seguito. Il ripudio del bu rocratismo, della parola a corso forzoso, dell’espressione ridotta a slogan è in lui più facile an che automaticamente, perché Mattei è un oppositore, e la sua è per istintivo disdegno anche opposizione di linguaggio. L’uf ficialità non lo attrae.
Così egli è uno dei meno re torici rappresentanti del giorna lismo, e introduce nello stile dell’articolo di fondo e della corrispondenza politica modi anticonformistici, una fraseologia più viva e più spontanea, un lessico meno aulico e meno logoro, qua si un riflesso di un superiore distacco e di un avveduto scetticismo nei confronti di certe pic colezze della vita politica, e una reazione ai suoi sotterfugi, che sono anche sotterfugi di lingua.
Le cose che si son dette per Enrico Mattei valgono anche, in gran parte, per Giovanni Spado lini. Anche lui indulge all’« at tacco » immediato, con qualco sa di perentorio e di aggressivo in più:
« Diciamo la verità fino in fondo ».
« Scelba. Non Scelba ».
« Ha ragione l’Unità ».
« Possiamo capire tutto ».
« Non illudiamoci ».
E anche lui indulge agli inter rogativi. Non arriva magari a sciorinarne otto di fila, ma solo quattro. Però è un po’ curioso che questi quattro (in un arti colo del marzo scorso) siano introdotti dalla premessa che « il problema è uno solo ». Molte volte è interrogativa la conclu sione dell’articolo: « Ma verrà mai quel giorno? ». « Ci sarà qualcuno che lo capirà, prima che sia troppo tardi? ».
La differenza tra Mattei e Spadolini è presto detta: giorna lista puro il primo, giornalista e uomo di cattedra il secondo. Spadolini porta così nei suoi scritti giornalistici qualcosa del l’aura dotta della sua disciplina di storico, con una leggera pun ta di retorica.
Le negazioni
II linguaiolo impenitente e conservatore può sì trovare qual che minuscolo neo nel suo elo quio, qualche pleonasmo: este nuanti, defatiganti; qualche ca cofonia: da parte dei partiti. Queste cosette noi le rileviamo perché abbiamo promesso di non essere né parziali né teneri. E per imparzialità annoteremo un’altra piccola pecca. Dicemmo altra volta, racimolando alcune osservazioni sul linguaggio degli uomini politici, che essi abusano dell’espressione negativa, per eufemismo o per generale vezzo retorico; per cui invece di dire « Con grande commozione » si preferisce dire « Non è senza grande commozione » (anche il Capo dello Stato cominciò così un discorso). Notammo che l’a buso del non può giocare brutti scherzi, essendo facile lasciarne scivolare nella frase uno di più che rovescia il concetto quale era nelle intenzioni del parlante o dello scrivente. E portammo a esempio una frase di un « saluto a Saragat » dell’Osservatore romano, dove il significato era che alla Santa Sede non impor tava nulla che il Presidente andasse a trovare il Papa; e una frase di Longo che risultava be nevola per gli americani. Così ci pare sia accaduto anche a Spadolini, quando ha scritto: « Praticamente non passa giorno senza che ” l’Unità ” non esalti le ali estreme della sinistra de mocristiana e cattolica per la linea di aperta e insolente rot tura assunta nei riguardi dello Scudo crociato ».
Due caratteristiche
Due sembrano essere le caratteristiche più evidenti di Spadolini: una di sintassi, una di orto grafia. La prima è il frequente ricorso alla parola olofrastica (quella cioè che da sé sola com pendia un’intera frase) e alla proposizione ellittica in genere. Un mucchietto di esempi: « Ma gari! » (a conclusione di un articolo) ; « E infine. E infine »; « D’accordo: »; « Sì. »; « No. »; « Vietnam. »; il già citato « Scelba. Non Scelba. »; « II linguaggio del buon senso e della ra gione »; « Tutto chiaro. »; « E poi. »; « Per nostra fortuna. »; « Ma Fanfani? »; « Nuova mag gioranza? »; « Statu quo. »; « A proposito di enti locali. ». « La riforma regionale, sì. ». « La di sciplina urbanistica, sì? ».
La conclusione di un articolo con frasi ellittiche in serie gli è poi particolarissima. Sentite.
« E su tutti gli altri piani, re gioni comprese. Se non si vor rà riaprire la via dell’avventura; e questa volta senza speranza di uscirne ».
« Un ruolo di mediazione, un ruolo di moderazione e di equi librio. Contro le riaffioranti ten denze ad un centro-sinistra avan zato: foriero soltanto dell’avven tura elettorale. E magari non solo elettorale ».
« Contro tutte le intolleranze, contro tutte le faziosità, contro tutte le discriminazioni. A meno di non voler restituire l’iniziati va politica ai comunisti. Col ri sultato di liquidare in una sola volta, contemporaneamente, Scelba e Nenni. E il resto ».
L’altra particolarità di Spado lini, quella ortografica, consiste nelle virgolette. Non se ne tro vano mai tante altrove come nei suoi articoli. Scusate l’inevitabi le bisticcio, Spadolini mette le virgolette alla stessa parola virgo lettato (in un articolo che ha venticinque coppie di virgolette). L’uso di questo segno è definito da qualcuno un semanticidio, e certo qualche volta Spadolini ec cede. Però facciamo qualche esempio di parole e di espressioni usate da lui, e che sono fra vir golette: scelte di civiltà, patito, doppio binario, delimitato, milazzismo, diarchia, verifica, einaudiano, trattative globali, avanzato, rimpastato, unitario, de cantazione, frontismo, sganciamento, terza forza, banco di prova, concorrenziale.
Qui c’è il ripudio sistematico e consapevole di ogni bruttura della lingua burocratica, di ogni locuzione che ha visto appassire ben presto il suo vigore di tra slato per diventare logora formuletta. Spadolini è forse l’unico giornalista che, se deve usare la parola strumentale, della quale tutti abusano sconciamente, la confina tra virgolette. E’ una ve recondia lessicale che dovrebbe essere di esempio a tutti gli in colti orecchianti del patrio idio ma; è un decoro linguistico che onora Giovanni Spadolini e il giornalismo. Altro che semanti cidio.
Commenti
4 risposte a “Appunti sulla lingua dei giornali: Virgole e virgolette”
Questo piacevole articolo ha sì il pregio di mettere in evidenza, in maniera arguta ed anche ironica, i difetti di chi scrive sui giornali, ma soprattutto ci fa capire quanto sia difficile l’uso della nostra lingua. Essa presenta “tranelli” (anch’io ho usato il virgolettato!) nei quali possiamo cadere in ogni momento. Succede spessissimo anche a me, che pur ci sto attento! Ma nel giornalismo, oltre allo scrivere con errori, sia di sintassi che di morfologia talvolta frequenti, notiamo che si procede frequentemente per slogan, ci si muove attraverso l’uso burocratico della parola, si adoperano termini stranieri, dimenticandoci che vi sono altrettante parole italiane con lo stesso significato e non considerando la difficoltà di molti lettori a ben comprendere.
E poi che dire della retorica spalmata ad ogni passo?
Gian Gabriele Benedetti
Luciano Satta ha scritto per anni su La Nazione articoli dedicati alla nostra lingua. E’ autore di “Come si dice – Uso e abuso della lingua italiana”, Sansoni,1968, e di “Scrivendo e parlando”, Sansoni, 1988.
Ciao.
Bart