Asturias. Parla il re maya

di Piero Sanavio
[da “La fiera letteraria”, numero 44, giovedì, 2 novembre 1967]

Parigi, ottobre

Apre la porta dell’ambasciata, in rue de Courcelles, una specie di fati ­dico sardo, vestito di nero, piccolo, senza cravatta, mal rasato; ma è un guatemalteco. Mi guarda e non dice. Mi presento. Poi aggiungo: « Sua eccellenza m’aspetta. Telefonai iersera ».

Si sposta, con la fotografa entro nella hall. Assomiglia alle halls di mi ­gliaia d’alberghi sudamericani, o a quelle dei palazzi dei maharajahs, as ­solutamente impersonale, con mobili nuovi di poco prezzo, le carcasse di ferro ricoperte di plastica grigia, e in fondo un tavolo, con un gigante ­sco mazzo di fiori di carta in un va ­so. Sono fiori immaginari, dai colori violenti e improbabili. Al muro, die ­tro il sofà dove sediamo, una masche ­rina maya in rame: su due tavolini opposti, due statue in granito.

Aiuto la fotografa a sballare gli ap ­parecchi dalla valigia. Un signore ve ­stito di scuro, alto, il volto un poco fané e i capelli bianchi lunghi sul col ­lo, s’avvicina. E’ il segretario, parla in francese. « Sua eccellenza si scusa, li prega d’attendere qualche minuto ». Fa un gesto, verso una porta dietro la quale sta l’ufficio dell’ambasciatore. Un telefono suona. Il segretario inse ­gue il trillo del telefono, sparisce die ­tro una porta a vetri. Dall’ufficio del ­l’ambasciatore s’ode il ronzio d’una macchina da presa.

La porta dell’ufficio si spalanca, esce un operatore, alle sue spalle si scor ­ge il riverbero dei duemila. Traver ­sa la hall e se ne va per dove è scomparso il segretario. Ricompaiono dopo un secondo, entrano insieme nell’ufficio dove ronzano le macchine da presa. Il telefono riprende a suo ­nare.

La porta dell’ufficio si riapre. Un uomo di media altezza, pesante, qua ­drato, con un ventre che forse non è un ventre ma l’esatta, naturale di ­mensione del suo corpo, passa in campolungo davanti al tavolo con i fiori, apre una porta. Parla con una bella voce pastosa, baritonale, verso qualcuno all’interno: « Lourdes… Lour ­des… meglio che metta a cucinare il pollo ».

E’ vestito di grigio. Si volta, mi alzo, m’avvicino. Mi stringe la mano e continua a camminare verso la por ­ta da dove è uscito. « Sia gentile. Può aspettare un altro po’? Da ieri, mi par di vivere in un mondo impaz ­zito ».

Passano cinque minuti. M’accendo un sigaro. La fotografa è pronta, con i suoi due apparecchi. La porta del ­l’ufficio si riapre, escono gli operato ­ri con i loro bagagli. Asturias ricom ­pare sulla porta, fa un sorriso che pare una smorfia, sotto il bel naso lungo, aquilino, la bocca carnosa, da re maya, le spalle un po’ piegate, il braccio destro che gli cade. « Se vo ­gliono entrare… ».

Anche i mobili dell’ufficio sono im ­personali. Sediamo lontani dalla scri ­vania, con i sigilli d’ambasciatore e le carte ufficiali, attorno a un tavolino, da caffè, a fianco della bandiera del Guatemala. Mi chiede per che giorna ­le vengo. « Ah », dice poi. « Conosco molto bene ». Viveva a Genova, pri ­ma di diventare ambasciatore: all’ul ­timo piano di palazzo Doria. Anche lì, quando v’abitava, la prima volta che lo incontrai, verso il 1961, le sue stanze mostravano la stessa indiffe ­renza decorativa di questo apparta ­mento. Forse più di metà della sua vita Asturias l’ha trascorsa in esilio.

Così ha contratto l’abitudine di vive ­re accampato: tranne i vestiti (anche essi indifferenti) e i libri, v’è molto poco che possieda.

Parla tenendo le mani incrociate sul ventre o battendo con le dita sul tavolino. Ha il tono di chi faccia uno sforzo per essere chiaro e non venir frainteso. Poi ci si accorge che si trat ­ta della tensione di chi è forzato a uscire dal proprio mondo e cerca di dargli una forma verbale, un’esisten ­za fuor di sé. Ogni volta che parla dei suoi libri, l’impressione netta è di sottoporlo a una violazione. Abba ­stanza spesso, questo sforzo espressi ­vo lo maschera d’una apparente indo ­lenza, quasi fisicamente cercasse le parole dentro di sé, con le dita, e il suo corpo fosse un sacco pieno di og ­getti che lui, via via, identifica al buio prima di proporli all’interlocu ­tore. Ascolta attento, la testa un po’ piegata, da confessore. Risponde e la sua bocca esplode, i tratti gli corrono in su.

« Io non voglio chiederle nulla del Nobel. Vorrei piuttosto farle del ­le domande su ciò che scrive ». In ri ­poso, il suo volto pare quello d’un cocker, gli occhi tristi, le pieghe del ­la carne cadute sull’impalcatura del cranio quasi alla rinfusa. D’improvvi ­so l’occhio gli scintilla. Ma la bocca, in tono di ciò che dice, ora pare deli ­beratamente smentire quell’impressio ­ne. Appartiene al suo humour. Rispon ­de gravemente, lugubre. « Mi chiedo ­no tutti cosa farò con quei soldi. Andrò a prendermeli, come prima co ­sa ». Poggia un gomito sul bracciolo della poltrona.

« Se non sbaglio, nel 1926, lei tra ­dusse il Popol Vuh in spagnolo. Lei crede che i ritmi, le immagini di quel testo possano avere influenzato la sua prosa o la sua percezione? ».

Dà un sospiro, guarda davanti a sé, mi guarda. Ma lo so che non mi vede. Cerca quegli oggetti. Ha un bell’accento centroamericano nel qua ­le si riconoscono i fenomeni indiani.

« Ero a Parigi. I miei m’avevano spedito a Londra, dove avevo visto la collezione d’arte maya al British. Ave ­vo appena finito gli studi di legge, in Guatemala, e non ero persona grata al governo, controllato dai militari. Un mio amico Epaminondas Quinta ­na, che come me aveva scritto artico ­li antimilitaristi, una sera fu preso a bastonate. Diventò sordo e mezzo cie ­co. Il 14 luglio 1923, a Parigi, visi ­tando la Sorbonne, lessi un affisso che annunciava dei corsi in riti e religioni maya del professor Georges Reynaud. Sapevo che da anni Reynaud stava traducendo in francese il Popol Vuh, questa bibbia maya quiché, che il pa ­dre Jimenez aveva tradotto in spagno ­lo, a modo suo, nel XVI secolo. Ave ­va paura dell’inquisizione. Per for ­tuna che riprodusse, accanto alla sua traduzione, anche il testo originale. Studiando con Reynaud, a Parigi, e insieme al messicano Gonzales de Mendoza, ritradussi in spagnolo il Popol Vuh. Finimmo non so più se nel 1925 o 1926 ».

Si sposta in avanti, appoggia il cor ­po sull’altro bracciolo. Piega il capo. Mi guarda fisso, parlando lentamente, e la sua bocca a tratti pare una ca ­verna.

« Gli indigeni, come lei sa, nelle lo ­ro storie, anche nel Popol Vuh, fanno uso dell’onomatopea, delle ripetizioni di sillabe, di concetti, che distribui ­scono a scaglioni, per dire, nei loro testi, più che secondo un ritmo pre ­stabilito. I fini sono magici, natural ­mente ».

« Come le alterazioni, nelle epopee del Nord ».

« Sicuro. Se questo m’ha influenza ­to? Da parte di madre sono maya, l’indio per me non è mai stato un fatto esotico. Diciamo che la traduzio ­ne del Popol Vuh fu una buona auto ­vaccinazione ».

« A Parigi, contemporaneamente al Popol Vuh, leggeva in quegli anni al ­tri testi indigeni: il Chilam-balam, il Rabinal-achi. E’ esatto dire che sco ­priva così la scrittura d’un popolo del quale in Guatemala aveva conosciuto il destino e al British aveva visto i fantasmi. Come un veneto di Arquà. Che studiasse Tito Livio e traduces ­se Ruzzante in un’Università canade ­se. Le sue prime poesie, Rayito de estrella, furono pubblicate a Parigi nel 1925. Le leggende indiane vi sono com ­binate alle esperienze surrealistiche e riflettono le preoccupazioni formali tipiche di quell’epoca. Per quelle poe ­sie, che piacquero molto a Paul Valéry, Asturias coniò la parola « fantomine ». Pare sia stato Valéry a convincerlo dell’utilità d’un ritorno in patria.

Lasciò Parigi nel 1928, per un giro di conferenze a Cuba e in Guatemala, ma ancora non si fermò. Ripartì per l’Europa e il Medio Oriente. Ritornò in Guatemala, a viverci, nel 1933. Il suo libro di racconti Leyendas de Gua ­temala era stato pubblicato a Madrid tre anni prima. Ma il suo primo ro ­manzo, cominciato nel 1922 e compo ­sto su un arco di dieci anni (e di cui fece diciannove stesure), El senor Presidente, non apparve che nel 1946, per ragioni di censura politica.

« … Nel Senor Presidente, che nel suo Paese fu pubblicato anni fa ma forse soprattutto in Hombres de maiz apparso ora in Italia nelle edizioni Rizzoli, c’è l’elemento narrativo india ­no. Non tanto nel senso che in quei due libri i protagonisti sono degli indios. Le narrazioni maya si sviluppa ­no su due livelli, quello del sogno e quello della realtà. Il dato onirico è da essi sempre descritto con gli stessi dettagli che la realtà fisica. V’è anche il senso del tempo, in Hombres de maiz, che è indio: una dimensione statica che coincide con lo spazio ».

La dittatura di Estrada Cabrera

La compenetrazione del reale nell’onirico e viceversa, nel Presidente è una delle sue più affascinanti qua ­lità. Si pensi all’apertura, dove il lin ­guaggio popolare e le immagini del sottomondo sociale di Guatemala ci ­ty (questa città mai nominata e tutta ­via, forse proprio per questo, tanto presente) sono catturati al limite più estremo della coscienza. Il presidente, tuttavia, è anche qualcos’altro: uno studio della mitologia del tiranno in America Latina, ispirato a ciò che Asturias ricorda della dittatura di Estrada Cabrera. « Dittatori come Ca ­brera appaiono solo in Paesi con un vivo senso mitologico. Da noi, capita nella fascia afro-indiana. In quel li ­bro cercai anche di mostrare in che condizioni nasce tale mito ».

Una specie di Trujillo guatemalte ­co, arrivato alla presidenza sull’onda della guerra ispano-americana (nel 1898: un anno prima che nascesse Asturias), Estrada Cabrera riuscì a conservare il potere grazie all’aiuto delle compagnie commerciali nord- americane alle quali aveva pratica- mente venduto il Paese. Distrutta nel sangue l’opposizione, ridusse il Gua ­temala a una terra bruciata, isolan ­dolo da ogni contatto con l’esterno: radio e stampa non esistevano più. La posta arrivava in media due volte al mese, sulle navi da carico della United Fruit che in cambio aveva ot ­tenuto una concessione sulla produ ­zione locale di banane. Quanto ai servizi aerei, non esistevano. Cabre ­ra cadde nel 1920-1921. Tanto era il terrore che aveva seminato, che nes ­suno voleva credervi. No, non poteva essere in prigione: qualcun altro vi era certamente stato messo al suo po ­sto. Il mito non poteva morire.

Asturias entrò nell’arena politica verso il 1917, l’anno in cui la capitale fu distrutta da un terremoto. Dopo la deposizione del dittatore, interessando ­si sempre di più al « problema in ­dio » (altrettanto annoso e complesso che la nostra questione meridionale) sul quale scriveva una tesi. Contribuì alla creazione dell’Università popola ­re, dove i corsi erano gratuiti e fre ­quentati da operai e indigeni. Pare ­va non vera questa libertà e costrui ­re il Paese illudendosi che il futuro fosse pieno di promesse. In effetti non lo era. La mano delle compagnie nord-americane presto si rifece senti ­re. Cominciò con l’assassinio del ca ­po di Stato maggiore del presidente. Di colpo, l’antimilitarismo divenne passibile di sanzioni legali.

« Il presidente lo cominciai come un racconto Los mendigos politicos. Poi, a Parigi, con Cesar Vellejo e Arturo Uslar Pietri, ogni volta ci ve ­devamo parlavamo di ciò che capita ­va a casa nostra, scambiando aned ­doti sulle dittature. Fu in questo mo ­do che cominciai a ricordare ciò che avevo visto. Quando mio padre aveva dovuto abbandonare la capitale e noi con lui per essersi rifiutato di fare im ­prigionare un gruppo di studenti che avevano manifestato contro Cabrera. Mio padre era avvocato. Per qualche anno vivemmo nel retroterra. E quan ­do tornammo, nella città pareva mor ­ta. La gente non parlava più, sussur ­rava. Il romanzo, prima di scriverlo, dissi. Per questo la frase ha lì il ritmo della parola. Inoltre, mentre lo scrivevo, mi raccontavo la storia ad alta voce, finché non mi pareva che suono d’ogni pagina mi soddisfa ­cesse. Anche adesso potrei recitare a memoria dei capitoli interi ».

Quando tornò in Guatemala, nel 1933, Asturias trovò il Paese sotto una nuova dittatura, quella di Jorge Abico. Durò fino al 1944. Per quel decen ­nio lo scrittore s’appartò dalla vita pubblica e tranne sporadiche collaborazioni ai giornali e alla radio non pubblicò che poesie, criptici esercizi in disprezzo e ironia: Emulo Lopolidon (1935) Sonetos (1937), Alclasan (1938), Anoche 10 de marzo de 1543 (1943). Uscì dal suo isolamento solo dopo la caduta di Abico e l’elezione del socialdemocratico Arevaio. Tra il 1945 e il 1946 rappresentò il nuovo governo in Messico, e a partire dal 1947 fu ministro consigliere a Buenos Aires, all’ambasciata del Guatemala. Nel 1948 scrisse una delle sue opere più importanti, che maturava da an ­ni, il già ricordato Hombres de maiz.

Nell’ufficio in Rue de Courcelles, le mani tra le ginocchia e il volto di tra ­verso, guardando verso il muro, Astu ­rias continua a parlare. Più che una risposta a una domanda specifica è un monologo, ormai. « Nel secondo ro ­manzo ho cercato d’usare la parola in un senso religioso. Nei libri sacri dei maya le parole sono oggetti di culto: letteralmente. Costituiscono il cibo de ­gli dei che senza tale nutrimento mo ­rirebbero. Secondo i maya quiché, in ­fatti, gli dei crearono l’uomo per ri ­ceverne le lodi. I primi uomini a es ­sere creati, prima dei preti e dei sol ­dati, furono gli artisti. Anche al gior ­no d’oggi, per l’indio, le parole sono dotate di poteri magici, misteriosi, me ­dici persino… dare il nome esatto a una cosa per lui significa possederla. Nei villaggi dell’interno tutti gli uo ­mini si chiamano Juan e tutte le don ­ne Maria. Son nomi falsi. Chi scopris ­se il nome vero possederebbe quella persona, strappandola alla sua fami ­glia. In Hombres de maiz le parole

hanno un senso più profondo della lo ­ro apparenza. Ho cercato di portare sulle pagine il mito, in tutta la sua complessità e le sue dimensioni. Il mito non è una favola ma una cosmo ­gonia: un punto di vista nascosto den ­tro una storia. Quanto ai significati possibili della narrazione… ».

Il cuore offerto al sole

L’indio è un essere fondamental ­mente sociale. La solitudine gli fa paura perché, per lui, essa non impli ­ca un’attività introspettiva ma un isolamento di fronte a se stesso e alla più terribile delle sue divinità, il sole. Egli non comprende il futuro. Vive nel presente o in un passato che, se ­condo i suoi calcoli, s’estende per più di tremila secoli. Forse v’è il ricordo d’una catastrofe naturale, avvenuta in epoca neolitica, nella sua certezza che dopo ogni vent’anni il sole può cade ­re. Per l’indio, il sole corrisponde al cuore. Durante l’invasione azteca, vi furono ecatombe di maya il cui cuore fu offerto in pasto al sole. Il maya quiché concepisce se stesso come un essere transeunte. Sogna d’una terra promessa, un paradiso perduto, ” che cristallizza nell’immagine della don ­na, amante e soprattutto madre. Hom ­bres de maiz implica tutto questo. Poi scrissi la trilogia Viento fuerte, El papa verde, Los ojos de los enterrados ». Sorride dentro di sé. « Tratta ­no dello sfruttamento del Guatemala da parte della United Fruit ». Ammu ­tolisce. Alza gli occhi al soffitto senza muovere il capo o spostare il viso.

Nel 1951, con l’elezione alla presi ­denza del generale Jacobo Arbenz, Asturias fu spedito in missione diplo ­matica a Parigi. Una delle prime mi ­sure economiche di Arbenz fu l’espro ­prio d’una parte delle terre che ap ­partenevano alla United Fruit. La compagnia nord-americana chiedeva d’essere pagata secondo la propria va ­lutazione delle terre. Il governo gua ­temalteco insisteva invece a limitare la compensazione al valore che era stato dichiarato dalla compagnia al ­l’ultima imposta sul reddito. Arbenz fu accusato di comunismo. Alla con ­ferenza dell’OAS (Organizzazione de ­gli Stati Americani) di Caracas, Fo ­ster Dulles fece votare una mozione contro il comunismo internazionale.

Il Guatemala votò contro. L’OAS de ­cise d’invadere il Guatemala. Astu ­rias fu richiamato in patria e nomi ­nato ambasciatore nel San Salvador, il Paese attraverso il quale doveva passare l’esercito dell’OAS. Fu grazie ad Asturias se le autorità sansalvadoriane negarono l’accesso al corpo di spedizione, che dirottò verso l’Honduras. L’esercito raggiunse il Guatemala con 800 uomini e si trovò di fronte 10.000 guatemaltechi in armi che lo costrinsero alla ritirata. Una confe ­renza interamericana si riunì in Bra ­sile per decretare le sanzioni econo ­miche contro il Guatemala. Non furo ­no mai applicate.

« Grazie alle mene dell’ambasciato ­re americano Purefoy, l’esercito si ri ­voltò contro Arbenz e fece un colpo di Stato ». Asturias perse la cittadinan ­za, partì in esilio per l’Argentina: otto anni, fin quando cadde Frondizi. Al ­lora venne a Genova e diresse una fondazione di studi latino-americani. Fu nominato ambasciatore a Parigi nel 1966.

I racconti di Weekend en Guatema ­la (1956) parlano degli avvenimenti del 1953. Non è uno dei suoi libri mi ­gliori. Più importante, altrettanto che Hombres de maiz, è il suo ultimo ro ­manzo pubblicato, Mulata de tal (1963). Attualmente, Asturias sta terminando un nuovo libro, El ladron que no creia en el cielo, cominciato otto anni fa e la cui stampa è prevista per il febbraio dell’anno venturo, in Argentina. Mu ­lata è un’opera picaresca, carica di si ­gnificati tratti dalla cosmologia maya. Si conclude con un’apocalittica distru ­zione del mondo da parte del « fuoco bianco ». La bomba?

« In Mulata vi son momenti in cui lo spagnolo cessa di essere spagnolo e diventa la lingua nostra, quella vera, americana. Il castigliano era già fos ­silizzato nel XIX secolo. Poi venne Dario. Agli spagnoli non piace sentir ­selo dire, ma senza Dario non vi sa ­rebbe più stata letteratura. Vi fu an ­che Marty. La nostra lingua, quella d’adesso, di noi romanzieri sudameri ­cani, di alcuni, perlomeno, come Juan Rulfo e Gabriel Garcia Marques, è parte della lingua spagnola pure se spagnola non lo è più. E’ più duttile del castigliano. Contiene parole im ­portate dall’Africa, parole derivate dall’inglese, in Mulata la lingua ha poi un’altra dimensione, « astrale », quasi. Anche Mulata è un mito: quel ­lo della luna e del sole. L’elemento picaresco, inoltre, in quel romanzo, già non è più picaresco spagnolo ».

« E’ fuori degli schemi cristiani. E’ picaresco nella misura in cui è popo ­lare e indio ».

« Appunto ».

Una pausa. Il segretario entra nel ­l’ufficio da sinistra, lo traversa, esce alle nostre spalle. La fotografa ne approfitta per ricaricare i suoi appa ­recchi. « Abbiamo buoni scrittori, ades ­so, in America Latina », continua Astu ­rias. « Oltre a Rulfo e a Garcia Marquez, vi è Otero Silva, in Venezuela, e Mario Monteforte Toledo, in Guate ­mala. Di Rulfo mi piacque molto Pedro paramo. La letteratura europea contemporanea m’interessa meno. Non vi son più grandi scrittori. Degli ita ­liani che conosco preferisco Prato ­lini. Moravia non mi piace. Troppo sesso e troppo deliberato. Fino al 1930, in America Latina, non v’erano che poeti. Ora siamo nell’epoca del roman ­zo. Con il romanzo, lo scrittore latino ­americano ha acquistato una decisa importanza politica e sociale. Può in ­fluenzare la storia, anche se ha for ­tuna ».

« Mi pare tipico del suo continente, questo; la coscienza sociale che na ­sce come coscienza letteraria. Credo che non vi sia stato un solo uomo po ­litico importante, in America Latina, che non abbia fatto i suoi esordi come saggista o poeta ».

« Giusto. Tutta la nostra letteratura nasce come letteratura di protesta ».

« Per esempio Facundo, di Sarmiento ».

« Non solo. Nel 1770, il gesuita gua ­temalteco Rafael Landivar, espulso dal Guatemala da Carlo III, pubblicò a Modena, in latino, la sua Rusticatio mexicana, dove protestava contro lo sfruttamento del continente da parte degli europei. E’ così che cominciò la nostra letteratura. Il male è che per molti anni lo scrittore latino-ame ­ricano fu un esiliato in patria. Ora sta cambiando, però. Direi, anzi, che è già cambiato ».

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