di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera, lunedì 25 gennaio 1969]
Nelle varie proposte di nuo vo cristianesimo si nota una curiosa coincidenza, manca o, per lo meno, appare estrema mente ridotta la parte che ri guarda la preghiera.
AI fatto è facile opporre una spiegazione di carattere storico. Per troppo tempo si è fatto, a proposito della pre ghiera, solo teoria e tutti gli sforzi si pagano. Ma il silen zio o l’oblio possono davvero contribuire a un serio miglio ramento? E ancora, non c’è il pericolo che, per evitare lo sco glio della ripetizione meccani ca, della preghiera comanda ta o di antiche incrostazioni che nel tempo hanno finito per ridurre al minimo lo spa zio della partecipazione, si passi a un’operazione assolu ta per cui la preghiera viene trasferita dal dominio privato a delle manifestazioni diverse ma per forza di cose soltanto esteriori e mondane?
La stessa riforma della mes sa non sembra aver dato – allo stato attuale delle cose – dei miglioramenti sostanziali. A cominciare dal sacerdote, il più delle volte, il modo della lettura riflette sempre una di sposizione quanto mai distac cata, fredda. Il cambiamento della lingua in ultima analisi non ha costituito quel rinno vamento che tutti si augura vano, nel senso della parteci pazione e della comunione. Sopratutto non è stata rag giunta quella saldatura fra sa cerdote e famiglia dei creden ti che si voleva. La preghiera è rimasta così ‘ guidata ‘. Ora proprio su questo difetto co stituzionale sarebbe opportu no fare un piccolo esame di coscienza. E per cominciare, se le cose sostanzialmente so no rimaste le stesse, ciò si gnifica che è l’accezione del nostro cattolicesimo a essere minata o inefficace alla base. Il difetto capitale è dello spi rito e lo resterà, nonostante tutte le innovazioni formali. Valga il caso degli ornamenti. Basta toglierli e restituire gli edifici sacri a delle ragioni di nudità e di semplicità? Esiste il pericolo – del resto abbon dantemente comprovato – di fare di questo criterio del nu do e del puro un altro modo tutto esterno e vano di spirito religioso. Così come esiste un altro pericolo; vale a dire quel lo di sospendere un certo rapporto di continuità che pu re aveva il suo valore e di provocare immediatamente un certo disorientamento fra la parte più presente dei fedeli. Ma questi restano dei parti colari e se si fosse sicuri del risultato che si persegue var rebbe la pena di correre i ri schi relativi. Purtroppo il fon do della questione non sta qui: poco conta abolire certi orna menti, cambiare lingua e mu sica, tornare a un rapporto apparentemente più rappre sentato della fede, ciò che dovrebbe seriamente preoccupare tocca soltanto la parte del la comunione, dare un senso – prima di tutto – alla pre ghiera.
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E’ chiaro che la preghiera comune non .può prescindere da una preghiera personale, interiore, per cui la partecipa zione guidata dovrebbe essere piuttosto un rafforzamento, un atto di verifica e di convin zione. Se manca tale base di ispirazione necessaria, la cor rezione si riduce a ben poco e presto rivince lo spirito di inerzia e di monotonia. La ri serva non riguarda soltanto i credenti, prima di tutto è af fare che spetta al sacerdote: è da lui che il popolo di Dio aspetta un segno di intesa su periore. Quando sentiamo di re certe messe, quando restia mo colpiti dall’imprecisione o dalla fretta della lettura, in somma quando ci ritroviamo calati nell’antica atmosfera del ‘ rito ‘, di una manifestazione fatta per obbligo, il nostro stu pore resta quello di sempre. Come sia possibile fare della preghiera un atto di ammini strazione, un atto di sconto. Ci si mette in pari con le abi tudini, con la parte morta del cristianesimo e nulla più.
Torniamo per un momento alla vacanza di sollecitazioni che sembra propria delle nuove forme di cristianesimo. A giustificazione del silenzio po tremmo portare proprio que sta impossibilità di corregge re in maniera concreta il regno della ripetizione ma, subito dopo, si scopre che la motivazione è diversa e, cioè, che secondo i nuovi dottori la preghiera dovrebbe essere – almeno esteriormente – sostituita da una volontà di carità pubblica o, meglio, dal bisogno di correggere la posizione stessa del cristiano nel mondo. Inutile aggiungere che in tal senso non si scopre nul la, la carità essendo il primo risultato della preghiera. Solo che oggi si tende ad occupare il posto della preghiera perso nale e diretta con il rito delle manifestazioni pubbliche, con tutte le libertà consentite o dalle mode o dalle particolari contingenze del momento. In altre parole, pregare con gli altri dovrebbe prima di tutto significare agire con gli altri, passare all’azione, accettare a dirittura la violenza. Il mondo così finirebbe per vincere definitivamente la partita con lo stesso Dio o almeno finirebbe per rimandare a un ipotetico domani la carta dei diritti stessi di Dio. Quando si met te – e giustamente – in luce il segno umano sul volto di Cristo, troppe volte ci dimen tichiamo di riconoscere il segno più chiuso e difficile del divino.
Il cristianesimo è per quan to dura il regno del visibile un atto di vita ma lo è an che della speranza e dell’ab bandono. La preghiera riflet te questo doppio regime: pri ma è fiducia in Dio, dopo diventa sollecitazione per il rispetto della legge.
Immaginiamo per un mo mento l’evoluzione di un cri stianesimo dimezzato, esclusi vamente centrato sull’umano e avremo chiaro il rapporto finale. Senza notare che la preghiera porta in sé un atto di umiltà, una richiesta a Dio per tutto ciò che esula dai no stri poteri e rientra nella zona assai più vasta e importante del mistero. Sentiamo le ob biezioni dei nuovi profeti: il regime della preghiera così co m’era stato codificato da una grande tradizione secolare e che indubbiamente ha avuto dai giansenisti un’accentuazio ne privatissima non ha certo servito a correggere il mondo, anzi ha allargato il solco fra la meditazione e l’azione. Oggi di tutto questo motivo inte riore ci diciamo insofferenti e siamo disposti a farne a meno ma è bene, sopratutto è con forme alle radici divine e uma ne del cattolicesimo?
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Queste e altre osservazioni ci veniva fatto di avanzare mentre leggevamo la bella an tologia di Valerio Volpini, La Preghiera nella poesia italiana, pubblicata di recente dall’edi tore Sciascia. E” un libro stu pendo che va da Lanfranco Cigala ai nuovissimi poeti che non hanno paura di dire che pregano o di essere pubblica mente cristiani agli occhi del mondo. Ebbene chi segua il filo di tanti secoli e misuri gli aneliti, gli abbandoni e gli smarrimenti, le paure e le spe ranze della nostra poesia si trova gravemente imbarazzato nel passare all’archivio e nel regno delle carte morte un patrimonio così alto e tanto generoso. E – prima di tutto – il lettore si domanda: que sto genere di preghiera (che qui è sostenuto dalla seconda vocazione dei poeti) è davve ro lettera morta, è irrepetibi le? La risposta sta altrove e sembra opportuno cercarla nell’altra parte del libro e che il Volpini potrebbe darci un giorno, vale a dire nell’anto logia dei poeti che pregano senza dirlo, che soffrono di non poter pregare ma che, nel momento stesso della loro più alta partecipazione uma na, presuppongono Dio e in direttamente lo invocano. In somma, la preghiera dei credenti è nutrita e in qualche modo continuata dai poeti che aspettano la grazia della preghiera. Che non è poi un pri vilegio dei poeti ma, bensì di tutti gli uomini: valga il caso di Renan, di chi ha sentito nella carne l’assenza di un’antica ragione rinnegata soltanto nell’ambito del rito e dell’abitudine.
Chi prega di per sé sta fra gli altri, non esclude il mondo ma anzi del mondo fa il suo primo modo di confronto con Dio. Chi prega non porta soltanto ai piedi di Dio le sue pene e le sue maggiori ambizioni, porta la voce di tutti. Ma sia ben chiaro un fatto, la partenza è sempre personale, interiore, mentre l’arrivo sarà comune, sarà di tutti, sarà di un popolo che nell’attesa e nella possibile presenza di Dio ha comincia to a intravvedere il proprio riscatto. In altre parole, il cri stianesimo non può non essere ascensionale, né – tanto meno – può fare a meno del mi stero e del futuro chiuso nel la speranza.
Commenti
2 risposte a “Chi prega #2/6”
Per quanto riguarda la preghiera, mi sovvengono alcuni pensieri espressi da grandi personaggi.
George Bernanos: “Il desiderio di pregare è da solo una preghiera”.
Jan Paul: “Ogni preghiera purifica: è una predica fatta a se stessi”.
Lessing: “Un solo pensiero riconoscente innalzato al cielo è la più perfetta delle preghiere”.
Io credo molto nella necessità e nella grande efficacia della preghiera. È un mettersi, direttamente ed in modo stretto, in contatto con Dio. Ma è soprattutto, come diceva San Vito “un amuleto contro la tristezza e lo scoraggiamento dell’anima”.
Non dimentico le parole del Vangelo: “Bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi sarà dato”. Gesù stesso ha pregato, ed anche intensamente.
Personalmente sono più propenso alla preghiera intima ed a quella recitata in famiglia, anche se ritengo valida quella comunitaria. Da limitare, tuttavia, preghiere con formule fisse e privilegiare il “colloquio” schietto con Dio. Tuttavia vorrei sottolineare la grandezza della preghiera insegnataci da Gesù stesso: Il Padre nostro. Preghiera che non si può recitare, senza compenetrarne il grande significato.
Oggi, a mio avviso, c’è bisogno più che mai di preghiera. Ma la preghiera non può prescindere dalla carità.
Come al solito, interessantissimi, ricchi di risvolti profondi e di considerazioni sagge e coinvolgenti questi interventi del Prof. Carlo Bo
Gian Gabriele Benedetti
Carlo Bo, morto nel 2001, che fu Rettore dell’università di Urbino, è stato un grande intellettuale cattolico, maestro di molti.
Se ne sente la mancanza. Pubblicherò altri scritti suoi.