di Giacomo Devoto
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 22 giugno 1970]
La moda linguistica non ac cenna a diminuire, ma le sue conseguenze sono contraddittorie. All’esterno, pervade la filosofia, la letteratura. All’in terno, vittima dell’impazienza e della incontinenza universa li, erode le strutture, che pure teoricamente idolatra: si scri ve sempre più a vanvera. Per reazione, sorgono risentimenti e rimpianti romantici: le ru briche dei giornali accolgono le proteste dei lettori, e auto revoli giornalisti le interpre tano con interventi di buon livello, rinfocolandole. E’ mai possibile, che, gli uni come gli altri, prescindano da qualsiasi esperienza del passato, igno rino la storia, e considerino le formule come balocchi, con cui giocare al rialzo dell’astra zione, al ribasso della comu nicabilità? Agli uni come agli altri, mi provo a proporre un armistizio. Esso non deve si gnificare ozio in preparazione di nuove schermaglie, ma solo una immersione nella storia, che consenta istruttivi con fronti.
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Questa immersione ci fa sperimentare una vicenda di visa in cinque tempi. Il primo riguarda l’Italia del I secolo a. C. Il conferimento dei di ritti politici a tutti gli italiani del tempo, l’uguaglianza rag giunta con i cittadini romani ha fatto sì che il latino diven tasse lingua comune in tutta l’Italia. La acquisizione della lingua latina non fu che un caso particolare della rivendicazione generale, la parità dei diritti politici. Non si trattava di stabilire «quali » forme latine si dovevano adoperare e quali no. Si trattava di un fatto soggettivo, la volontà di parlare latino. Proprio perché non si trattava di una impo sizione dall’esterno, ma di una aspirazione dall’interno, ecco che la questione della lingua, a cavallo dei secoli I avanti e I dopo Cristo, era un pro blema «sociale ». Solo in pie na età imperiale compaiono interventi normativi o autoritari di grammatici. Così nel III secolo Probo corregge «speculum non speclum », documentando che è in corso di preparazione l’italiano «specchio ». Ma a questo punto non si tratta più di una questione sociale, dello sforzo per ascen dere a un modello più eleva to, ma di un movimento in verso, del nuovo contro il vecchio.
Il secondo tempo è rappresentato dal messaggio cristia no, che, linguisticamente, ma nifesta due diverse esigenze: l’una, isolatrice, che si iden tifica con le parole tecniche della liturgia; l’altra, associatrice, che si identifica nell’apostolato, nella aderenza al la sensibilità delle masse. Di fronte alle esigenze tecniche, l’insieme delle istituzioni lin guistiche latine ha retto ma gnificamente. Tertulliano, au tore del II secolo, ha l’impe to rivoluzionario dell’apostolo, osa innovare all’interno delle strutture lessicali del latino, ma rimane nell’alveo classico. Sul piano della dottrina, le strutture linguistiche latine sono in grado di rispondere alle esigenze del mondo nuo vo, che si annuncia. Dal pun to di vista dell’apostolato, non è così. Quando si presentano e si commentano ai fedeli i testi sacri, ecco che questi ap paiono nella loro semplicità lineare. La traduzione della Bibbia, da parte di S. Gerolamo, si oppone a tutti gli schemi classici. I padri della chiesa rimangono più o meno fedeli alla tradizione, ma solo le parole del Vangelo «parla no » effettivamente agli ascol tatori. La questione della lin gua non è più un problema sociale, ma un problema sti listico, che distingue la lingua del ragionamento dalla lingua degli affetti. Ma i grammatici non se ne sono resi conto.
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Il terzo tempo si identifica col medio evo. Con la fine dell’impero romano, il latino si scinde in tanti latini quante sono le parrocchie o le pievi. I grammatici rinunciano a correggere errori, constatano delle varietà. Solo attraverso i secoli, singoli dialetti, quello della Ile-de-France in Francia, quello di Firenze in Italia si impongono come modelli di lingua volgare, prima lettera ria, poi filosofica e scientifica. Ma in Italia non sono le mas se che aspirano a questa rico struzione, bensì cerchie ristrette di letterati. La questio ne della lingua, trattata dal Bembo e dal Castiglione, è sì puntigliosa e attenta, ma non rispecchia aspirazioni se non di una minoranza, di una oli garchia. Si trattò di un problema «letterario », alla cui radice stava, per essere ubbi dita o rifiutata, l’autorità dell’ accademia della Crusca, così diversa nelle sue manifesta zioni da quella di oggi. La fase letteraria della questione della lingua non fu toccata dalle grandi manifestazioni della Ri voluzione francese: l’abate Cesari, il marchese Puoti, con la loro dottrina del purismo, ne furono gli epigoni, ancora nei primi decenni dell’Ottocento.
La quarta fase maturò nell’Ottocento in seguito allo sviluppo del concetto di nazionalità, del quale la lingua era l’emblema. Questa associazio ne non si sarebbe allontanata dall’ambito sentimentale, se l’unità d’Italia non avesse po sto il problema linguistico sul lo stesso piano dei problemi della unificazione giuridica amministrativa economica e militare; e se un uomo come Alessandro Manzoni non ne avesse tratto le conseguenze, con ferrea coerenza. Il modello doveva essere secondo lui geograficamente e storicamente unitario: il fiorentino, quale veniva adoprato dai contemporanei. Se la tesi del Manzoni fallì, non fu per le obiezioni largamente motivate degli avversari, e principalmente di Graziadio Ascoli. Fallì perché la questione della lingua fu vista secondo l’occhio dei quadri politici, e cioè di una minoranza, alla quale non cor rispondeva un consenso o una aspirazione popolare. L’immobilismo della società umbertina fece sì che il dibattito si si svolse nell’interesse e per conto di minoranze, rimase un problema politico, cui le masse erano estranee.
Solo nel quinto tempo la questione della lingua torna ad essere una questione socia le. La grande guerra, l’orga nizzazione sindacale, i mezzi audiovisivi, hanno proposto al singolo il problema del suo inserimento in una comunità unitaria, in cui la uscita dai dialetti, in quanto ghetti, equivaleva a liberazione, a riconoscimento di uguaglianza. Ma tra la socialità della questione antica e quella della attuale, passa una differenza. La anti ca aveva una meta topografi ca, e insieme ideale, Roma; la attuale ha una meta collettiva ma non unitaria, fluida, evasiva. Il punto di riferimento era allora positivo, riconosci bile; oggi è indiretto, pragma tico, in fondo negativo: si de sidera di non essere bollati di provincialismo.
In queste condizioni, non si può che formulare, a livello dei modelli, quello del fioren tinismo temperato, che ha una sua coerenza interna, ma ac cetta di essere attenuato sen za scandalo da inflessioni pro nunce e forme regionali. Occorre poi, dall’altra parte, invocare una opera di educazione, che prescinda dal normativismo della scuola, dei pro grammi e delle circolari ministeriali, e riconduca il problema, per insegnanti e per sco lari, al livello di un problema di civismo. Oso deludere il lettore, non partecipando né all’indifferentismo né all’invettiva; affidando banalmente il problema a un ente come la Dante Alighieri che, nel campo dei sentimenti nazionali, ha esaurito il suo com pito, perché interessi i giova ni; e al Centro didattico pri mogenito, quello di Firenze, perché stimoli gli insegnanti: almeno quelli concordi nell’affermare che «la questione del la lingua è oggi un problema sociale ».
Commenti
3 risposte a “Cinque tempi”
Analisi limpida ed esaustiva sulla storia e sull’evoluzione della nostra lingua. Analisi che non mi può trovare che d’accordo completamente. Tuttavia io continuo a sostenere che la nostra lingua spesso, nel nostro tempo, viene mal usata, sia per quanto riguarda l’utilizzo dei vocaboli sia per quanto concerne la sua struttura logico-sintattica. Dicevo, in un precedente commento, della quasi totale scomparsa dell’uso del congiuntivo e della pronuncia errata di certe parole. Aggiungo ora l’uso non di rado sbagliato del pronome relativo e della consecutio temporum. La colpa? Di molti: la scuola, che, forse, vuol dar troppo ai nostri ragazzi, senza approfondire adeguatamente l’essenziale (vedi la grammatica); la televisione, dove, tra l’altro, si parla spessissimo con l’inflessione romanesca (sabbato, subbito, ecc.); i giornali, che usano una prosa involuta, a volte scorretta, con una terminologia non sempre adeguata; i nostri grandi scrittori, che pensano più ai critici che ai loro lettori e forniscono sovente opere pressoché inaccessibili alla massa. E si potrebbe continuare. Il dibattito è aperto
Gian Gabriele Benedetti