di Alfredo Todisco
[dal “Corriere della Sera”, 20 aprile 1969]
La pubblicazione di ottantacinque lettere inedite di Benedetto Croce a Giovanni Gentile (Lettere di Benedetto Croce a Giovanni Gentile, 27 giugno 1896 – 23 dicembre 1899, ed. San soni, pp. 100, s.p. » è un avvenimento di rilievo. Anticipando un po’ sulla data del 1972, fino a quando il car teggio privato del filosofo napoletano (secondo le di sposizioni del suo testamen to) non dovrebbe vedere la luce, la fondazione Giovanni Gentile ha preso l’inizia tiva di stampare un primo pacchetto delle mille e più lettere di Croce a Gentile conservate nei propri ar chivi.
Le ottantacinque lettere, fra cui compaiono soltan to due di Gentile a Croce, si stendono lungo l’arco dal 1896 al 1899, che se gna il primo intrecciarsi dei pensieri e della fecon da amicizia finita con la più drammatica delle rot ture fra i due studiosi che dominarono il panora ma culturale italiano del la prima metà del ‘900.
La lettura di questi primi saggi epistolari che, fra andata e ritorno, devono comprendere un patrimo nio di oltre duemila missive, ne rivela l’eccezionale importanza: sia per la ricostruzione puntuale del formarsi del sistema dei due filosofi e del loro rap porto umano; sia perché rappresentano una mani festazione â— quale oggi sa rebbe quasi impossibile aspettarsi â— di elevatissi mo costume intellettuale e civile.
All’epoca in cui i due studiosi cominciano ad al lacciare la loro corrispon denza, entrambi sono dei «giovani ». Gentile, poco più che ventenne, frequen ta l’università di Pisa; Cro ce, maggiore di quasi dieci anni, gode già di un certo nome come letterato e saggista. Sono due uomi ni parecchio diversi per formazione e carattere. Il siciliano, in cui la vocazio ne filosofica è già netta mente delineata, dimostra uno spiccato acume nel ma neggiare concetti e astra zioni; il napoletano, ben compenetrato negli studi storici, appare come un in gegno aperto a interessi culturali diversi.
Ciò che colpisce nel te nore di questo scambio è, prima di tutto, l’atmosfera di nobiltà in cui si svol ge. L’amicizia, e anche l’af fetto, nascono dalla stima intellettuale dell’uno per l’altro, dal comune impe gno di ricerca, dal pre sentimento di andare ri trovando nell’altro un si mile bisogno di riconside rare criticamente la cultu ra dei momento, fortemen te influenzata dal positivi smo e dallo scientismo. Fio rendo sulle idee, questa amicizia assume accenti umanissimi: e ci svela un Benedetto Croce che la sua immagine ufficiale non lascia troppo sospettare.
Non ci sfugge, per esem pio, la sua preoccupazione assidua, anche se non sban dierata, per le difficoltà pratiche del suo più gio vane interlocutore a cui, attraverso il prestigio e le amicizie, procura la prima cattedra al liceo di Cam pobasso. Ma ciò che poi si nota in modo particolare è il riconoscimento genero so che Croce, così spesso, rivolge al merito del suo compagno di ricerca, la prontezza ad accoglierne le obiezioni quando diano nel segno, a dirsi « toccato »; come possono fare solo i rari spiriti per i quali il raggiungimento della verità prevale su qualsiasi consi derazione personale.
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Le ottantacinque lettere di Croce, più le due di Gentile si svolgono intorno a due argomenti principa li: il materialismo storico e la considerazione este tica. Sullo scorcio del se colo scorso, il dibattito sul marxismo era in pri mo piano, e ciò anche per lo stimolo di Antonio La briola, autore di uno stu dio sulla concezione mate rialistica della storia che si distingueva dalle inter pretazioni positivistiche e meccanicistiche a cui in dulgevano molti socialisti dei tempo. In quegli anni, Croce sentì fortemente il fascino e l’influsso del pro fessore di Cassino: anche se quella che al principio poté apparire come una identità di vedute si risol se a poco a poco in una divergenza alquanto cla morosa: e ciò anche per ef fetto della presa di co scienza, sempre più chiara, del proprio modo di pen sare che Croce andò rag giungendo anche grazie al suo scambio con Gentile.
A distanza di quasi tre quarti di secolo, oggi pos siamo riconoscere con ani mo tranquillo che l’inter vento di Croce e Gentile nel dibattito intorno al mate rialismo costituisce un con tributo sul quale nessuno studioso serio del marxismo può fare a meno di rivolge re lo sguardo. Comune a en trambi era il rifiuto della supposta validità del mate rialismo storico in quanto « filosofia della storia »: fi losofia, cioè, capace di cono scere obiettivamente « le leggi della storia » (come se ce ne fossero, come se la storia fosse la fisica di New ton!) e di prefigurarne esat tamente il cammino. Cioè il trionfo immancabile del so cialismo. Nel 1897 Croce scrive a Gentile: « Quasi quasi accetterei la sua fra se che il socialismo mo derno è una utopia più fon data delle precedenti. Con la aggiunta che qualunque previsione dell’avvenire, qua lunque programma di con dotta politica, non può non essere più o meno un’uto pia. “La politica non è una scienza esatta, come i si gnori professori pensano”, dice il principe Bismarck ».
Concordi nella negazione del materialismo come filo sofia, Croce e Gentile va riavano sensibilmente nel giudizio complessivo su di esso. Gentile, accusandolo di mitologia, era tratto dal suo rigore consequenziario a respingerlo totalmente co me « uno dei più sciagura ti deviamenti del pensiero hegeliano ». (Ma vi sono degli eminenti attualisti, i quali vanno ritrovando nel l’opera di Gentile una pros simità sostanziale con Marx, al di là dei suoi anatemi espliciti). L’atteggiamen to di Croce era diverso. An che per lui la « filosofia di Marx » era una superfeta zione, un cattivo condimen to della ricerca materiale che lo studioso di Treviri aveva effettivamente svol to; ma Croce sosteneva che il « materialismo storico » rappresentava tuttavia un buon canone per indagare nei processi storici, e, in somma, voleva estrarre dal l’involucro metafisico di Marx il suo nocciolo « sal vabile ».
In dissenso su questo punto col Gentile, il 6 mag gio gli scriveva queste righe degne di nota: « Io non voglio negare che nel Marx, il mater. storico, fosse in un certo periodo una filoso fia. Ma dico che nella for ma in cui è enunciato nel Capitale, nella pref. al Zur Kritik, nelle applicazioni storiche, ecc., non si può interpretarlo se non come un canone empirico. Ossia a me pare che nella sua produzione più matura il Marx abbia negato o almeno accantonato i suoi presupposti filosofici ». Ora chi abbia un’idea del beneficio che il richiamo all’analisi concreta delle condizioni sociali proposto da Marx ha arrecato agli studi storici, non può non ammirare lo equilibrio con cui il giova ne Croce, separando la teo logia che Marx aveva ere ditato da Hegel dal suo metodo di lavoro materia le, considerasse come un peccato di astrazione il re legarlo completamente « in soffitta ».
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A settant’anni di distan za, la riflessione di Croce sul materialismo storico si rivela in tutta la sua attua lità. Non solo per gli op positori di Marx, ma an che, e vorrei dire special mente, per i suoi sostenito ri più intelligenti e moder ni. Fra i quali, in Italia e all’estero, e in contrappo sizione alla dottrina ufficia le professata dai partiti co munisti, non c’è nessuno che non rifiuti sia il mate rialismo dialettico (in quan to filosofia della natura) sia la « filosofia della storia » costruita, come un castello in aria di disegni profetici, al di sopra del materialismo storico in quanto strumen to di indagine per compren dere i fenomeni della real tà sociale.
Nel suo famoso libro sul materialismo, che risale proprio a quegli anni, Cro ce scriveva: «Ma l’interpre tazione materialistica… non è perciò meno nuova… A chi si faccia a studiare la storia dopo essere passato attraverso le lezioni della critica socialistica, accade come al miope che si sia fornito di un buon paio di occhiali: vede ben altrimen ti, e tante ombre incerte gli svelano i loro contorni pre cisi ».
L’altro argomento intorno al quale il carteggio annoda i fili più nevralgici è quello della teoria estetica: a cui Benedetto Croce proprio in quegli anni stava strenua mente ponendo mano. Chi non ha dimenticato l’impat to che l’estetica di Croce ha avuto nella storia del pen siero e nella cultura italia na in particolare, scorren do queste lettere non può non percepire senza emozio ne il lento germinare, for marsi e crescere dei suoi ra mi e delle sue foglie. Anche qui emerge l’importanza dello stimolo che le osser vazioni e le critiche di Gen tile esercitarono sulla for mazione della teoria crocia na sul problema dell’arte. A questo proposito merita un cenno particolare la lettera a Croce in cui Gentile (ri chiamandosi a Kant) chia risce, con la sua abituale in cisione, l’unità inseparabile tra forma e contenuto: non potendosi dare un contenuto preesistente alla forma, né una forma preesistente al contenuto. Nella lettera in data 15 giugno 1899, Be nedetto Croce, stimolato su questo e altri punti del pro blema dalle obiezioni di Gentile, gli scrive fra l’al tro: « Ho fatto una palino dia in tutta regola e ho det to che debbo a voi (il « lei » si è tramutato in « voi » do po una lunga e intensa fre quentazione ! ) l’avermi invi tato a rimeditare sulla que stione ».
Ora che la pubblicazione di Sansoni, magari forzan do un po’ la mano, ha co minciato a farci penetrare nei segreti e nel fascino di una corrispondenza prezio sa per la cultura italiana ed europea, speriamo che pre sto le duemila e più lettere di Croce e Gentile possano vedere la luce nello stesso volume.