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LETTERATURA: I MAESTRI: Disegni milanesi di Gadda

30 Settembre 2008

di Alberto Arbasino
[dal “Corriere della Sera”, sabato 31 gennaio 1970]

Carlo Emilio Gadda aveva pi√Ļ di sessant’anni, scriveva da trenta, e non aveva ancora pub ¬≠blicato in volume il Pasticciac ¬≠cio, quando i ventenni degli An ¬≠ni Cinquanta scoprirono la sua posizione ¬ę centrale ¬Ľ nella no ¬≠stra letteratura contemporanea. E sull’entusiasmo per la stu ¬≠penda Adalgisa, per le mirabili Novelle dal Ducato in fiamme, lo dichiararono massimo auto ¬≠re italiano del mezzo secolo.
Gi√†. I trentenni del Trenta persistevano a considerarlo un outsider, un ¬ę eccentrico ¬Ľ: co ¬≠me se il caso Svevo non avesse insegnato nulla. Taluni raffina ¬≠ti (Contini, Devoto) assapora ¬≠vano con delizia la sua prosa furente e squisita. Tuttavia, per decenni, il grande Ingegnere milanese apparve costantemen ¬≠te confuso ¬ę alla pari ¬Ľ fra de ¬≠cine di nomi semi-dimenticati o irrilevanti, nei repertori d’ar ¬≠ticoli critici della generazione anziana che ravvisava i pi√Ļ ve ¬≠ri sviluppi della patria lettera ¬≠tura non gi√† negli ¬ę scarti ¬Ľ ge ¬≠niali rispetto a una norma co ¬≠mune, bens√¨ nella graduale con ¬≠tinuit√† dell’Arcadia collettiva.

Sogni e rabbia

Eppure, in una mesta pratica letteraria di paginette ¬ę ben scritte ¬Ľ e di giardinetti ordi ¬≠nati, di anime belle e di cande ¬≠line spente, la derisoria violen ¬≠za della sua scrittura esplode ¬≠va in schegge d’incandescente espressivit√†. Da questi spezzoni affettuosamente inventariati – vocaboli dialettali e stranieri, termini scientifici e triviali, vez ¬≠zi eruditi, parole deformate, sti ¬≠lemi personalissimi e inimita ¬≠bili – una critica pi√Ļ giovane e pi√Ļ sapiente (Citati, Gugliel ¬≠mi) risaliva attraverso l’analisi stilistica alla complessit√† degli interessi intellettuali dell’Inge ¬≠gnere: la storia e il positivismo, Einstein e Leibniz, Spinoza e Michelet, le matematiche e una filologia ¬ę selvaggia ¬Ľ e la feno ¬≠menologia dell’inconscio… Cos√¨, nel magma delirante dove i vec ¬≠chi recensori scorgevano tutt’al pi√Ļ ¬ę coacervi ¬Ľ o ¬ę congerie ¬Ľ di tipo neurotico o materico, un nuovo saggista agguerrito come Gian Carlo Roscioni in ¬≠dividua piuttosto una tecnica conoscitiva e una visione del ¬≠l’Universo.
Appunto. La complessa ric ¬≠chezza linguistica e tematica dell’opera gaddiana continua a sollecitare una pluralit√† di let ¬≠ture, a diversi livelli, secondo differenti parametri: a costo di razionalizzare attraverso proce ¬≠dimenti di schede e referti quel suo viscerale groviglio di sogni e di rabbie ¬ę compossibili ¬Ľ. Ad ¬≠dirittura, i grandi ¬ę disegni mi ¬≠lanesi ¬Ľ dall’Adalgisa alla Co ¬≠gnizione del dolore possono pre ¬≠sentarsi ai nuovi lettori d’oggi come una disperata morfologia poetica-espressionistica della de ¬≠cadenza della borghesia illumi ¬≠nistica in Lombardia.
Non per nulla, gli interes ¬≠si enciclopedici dell’Ingegnere coincidono coi manifesti trac ¬≠ciati due secoli fa dai fratelli Verri e da Cesare Beccaria, ri ¬≠soluti sempre a dileggiare la Crusca in nome di Galileo e di Newton, cio√® a sviluppare una cultura extra-letteraria cosmo ¬≠polita e un pensiero scientifico moderno a dispetto della gram ¬≠matica arcaica dei Pedanti. Questo chiarissimo programma del Caff√®, che riservava alla Letteratura un suo piccolo spa ¬≠zio accanto alla Musica e al Commercio, all’Inghilterra e al Progresso, doveva funzionare come struttura portante nelle idee della societ√† civile lombar ¬≠da fino al 1914, sottinteso al Ro ¬≠manticismo e al Manzoni, al Positivismo e alla Scapigliatu ¬≠ra, al Socialismo e al culto mol ¬≠to milanese del lavur√†.
Tuttavia, la grande tragedia dell’Ottocento italiano – la mancanza di continuit√† e di ri ¬≠cambio fra le generazioni suc ¬≠cessive – finisce per colpire con sconcertante crudezza, fra i ¬ę veleni ¬Ľ del decadentismo e i massacri della Grande Guer ¬≠ra, soprattutto questa classe pa ¬≠leo-borghese illuminata e indu ¬≠striosa, ma evidentemente me ¬≠no vitale dei ceti che le corri ¬≠spondono in Francia e in In ¬≠ghilterra, capaci invece di per ¬≠petuarsi energicamente, da un secolo all’altro, attraverso il culto della tirchieria o median ¬≠te la pratica della spregiudica ¬≠tezza. Da questa drammatica d√©confiture nasce il Gadda scrittore.
La panoplia della sua voca ¬≠zione letteraria si apre coi no ¬≠mi di Parini e Manzoni. Trovo, a proposito del primo, nei no ¬≠stri vecchi taccuini di conver ¬≠sazione: ¬ęE’ innegabilmente uno dei primi inventori di una lirica colloquiale narrativa di suprema, seppure cronologica ¬≠mente barocca, eleganza della nostra poesia… Dove √® da tener presente che ci√≤ che noi siamo soliti chiamare barocco o grot ¬≠tesco (e in questo caso, un grot ¬≠tesco elegantissimo), pu√≤ essere insito nella cultura letteraria e linguistica del tempo, nelle idee del tempo, e quindi ascrivibile ai personaggi e all’ambiente, e non al caratterizzatore poetico, a chi raffigura quell’ambien ¬≠te… ¬Ľ.
E sul Manzoni: ¬ęSe un Dio… non il padreterno morale, in ¬≠tendiamoci… ma se un Dio este ¬≠tico mi domandasse in quale personaggio dei Promessi sposi vorrei identificarmi, risponderei subito in Don Abbondio! per la sua povert√† disarmata, la sua paura fisica, la sua ragione stessa d’aver paura, per la con ¬≠fessione che fa a se stesso del ¬≠la sua reale condizione umana. E’ quello che vede pi√Ļ chiara la sua posizione, al di fuori di ogni esornazione teatrale: vera mancanza di spirito esibitivo, narcissico, gratuito… il pi√Ļ vi ¬≠cino alla mia mancanza di tea ¬≠tralit√†, di messa in scena… Ap ¬≠prezzo il lato borromeiano-romano del Cardinale: per me rappresenta con un certo fa ¬≠scino la presenza fisica della Chiesa cattolica di rito ambro ¬≠siano nel contado, con una so ¬≠lennit√† che non s’abbassa mai neanche stilisticamente… Nel colloquio con l’Innominato so ¬≠no di fronte due pari grado, due giansenisti raciniani; e il Cardinale vince con la sua al ¬≠tezza di conoscenza, vince co ¬≠me Racine e Pascal, come men ¬≠te… Ma come diretto conoscito ¬≠re della propria vicenda, della propria realt√† senza fronzoli, Don Abbondio ha ragione. E la sua ragione √® gi√† nella sua stes ¬≠sa posizione indifesa, sperdu ¬≠ta… ¬Ľ.
Per√≤ l’antecedente immediato rimane l’incantevole, tragico, ambiguo Carlo Dossi. Come Musil, i giovani Dossi e Gadda ¬ę non sapevano resistere a nes ¬≠suna teoria ¬Ľ. Si innamorava ¬≠no delle idee; e usavano l’in ¬≠telligenza per saggiare tutti gli argomenti, provare tutti i pun ¬≠ti di vista, tentare ogni emo ¬≠zione secondo ogni motivazione. Ma come Carlo Cattaneo, era ¬≠no prima lombardi, e poi ita ¬≠liani: dunque, eclettici nati per ereditare insieme la curiosit√† intellettuale degli illuministi, e l’abbandono romantico pi√Ļ de ¬≠liquescente.

Enumerazione

In Dossi, tutto spira ¬ę agia ¬≠tezza ¬Ľ. Le sue operazioni cul ¬≠turali non possono essere che squisite: vedere la realt√† per elenchi, e la cultura per genea ¬≠logie; gli usi ironici di Sterne e di Jean-Paul; il godimento filologico permanente, di fron ¬≠te alle lingue e ai dialetti; l’e ¬≠stasi didattica d’una commedia mondana travestita da dialogo di idee; la tentazione inesausta dell’aneddoto significativo… Pe ¬≠r√≤, ¬ę per ben riuscire al Dossi manca l’ingegno di mostrarne meno ¬Ľ. Lo diceva lui, di se stes ¬≠so, frenato dalla propria smi ¬≠surata sofisticazione, da una ve ¬≠na di masochismo elegante e oscuro.
Ma bastano pochi anni, e Carlo Emilio Gadda si affaccia a una ¬ę grande Milano tradi ¬≠zionale ¬Ľ travagliata da una drammatica crisi di transizione, e di crescita. Non ne vedr√† che il dolore. I discendenti degli Il ¬≠luministi e dei Romantici abi ¬≠tano ormai macabri apparta ¬≠menti o atroci villette dove ar ¬≠dono i lumini tra il tanfo e la polvere, e nessuno oserebbe spo ¬≠stare gli oggetti appartenuti al ¬≠la nonna morta. L’opera del ¬≠l’Ingegnere nascer√† dunque da ¬≠gli interdetti agonici e dai tab√Ļ tetanici delle famiglie appicci ¬≠cate e recluse che considerano ogni viaggio come una somma sventura, e giudicano sconside ¬≠rato o colpevole chi segue la propria vocazione artistica, in ¬≠vece di abbracciare una solida professione convenzionale. Si svilupper√† fra il monotono ri ¬≠catto sentimentale degli affetti domestici esasperati dalla con ¬≠vivenza, fra il lutto per i con ¬≠giunti praticato come rituale perpetuo, giacch√© il culto os ¬≠sessivo per i defunti si spinge a gremire d’immagini perfino la sala da pranzo e la cucina. Si aggirer√† intorno ai mecca ¬≠nismi di autopunizione, al ri ¬≠fiuto di ogni futuro, al ripiega ¬≠mento sconsolante sulle frasi fatte e sui gesti consacrati dal ¬≠la consuetudine. Attraverser√† la diffidenza per qualunque ¬ę estensione ¬Ľ della personalit√† o dell’attivit√†, l’istintivo orrore per tutto ci√≤ che appare ¬ę bel ¬≠lo ¬Ľ o ¬ę piacevole ¬Ľ o ¬ę comodo ¬Ľ nell’esistenza umana…
La vera grandezza consiste nell’aver risolto i suoi possibili Buddenbrook milanesi rifiutan ¬≠do ogni naturalismo, ogni Co ¬≠me le foglie, ricorrendo invece all’uso parossistico della ma ¬≠dornale figura retorica dell’E ¬≠numerazione: ¬ę… seggiole, cu ¬≠scini, tavolini, lettini: la chin ¬≠caglieria del salotto e il bazar del salone, e la pelle d’orso bianco con il muso disteso e gli unghioni rotondi (che solevano gracchiare sul lucido appena a pestarli), e i com√≤ e i canap√© e il cavallo a dondolo del Lu ¬≠ciano, e il busto in gesso del bisnonno Cavenaghi eterna ¬≠mente pericolante sul suo co ¬≠lonnino a torciglione: e bombo ¬≠niere, Lari, leonesse, orologi a pendolo, vasi di ciliegie sotto spirito, orinali pieni di casta ¬≠gne secche, il tombolo di Cant√Ļ della nonna Bertagnoni, ro ¬≠toli di tappeti e batterie di pan ¬≠tofole snidate da sotto i letti, e tutti insomma gli ingredienti e gli aggeggi della prudenza e della demenza domestica… ¬Ľ.
Cos√¨ Carlo Emilio Gadda, mi ¬≠lanese, ¬ę ribalta ¬Ľ e ¬ę scaravolta ¬Ľ un intero deposito di va ¬≠lori stratificati, o addirittura brucia un catalogo totale di em ¬≠blemi, in due radicali metafo ¬≠re (la lucidatura dei parquets in casa Cavenaghi, l’incendio di via Keplero) impressionanti come i grandiosi ¬ę elenchi ¬Ľ di Joyce, di Rabelais, di Bouvard e P√©cuchet.

 

 


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3 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 30 Settembre 2008 @ 17:11

    Gadda, anche se, in alcuni tratti, ripercorre le note tipiche della “Scapigliatura” milanese, irrompe nel mondo letterario pressoch√© inviolato, assai scaduto e fossilizzato in vecchi schemi(quello, tra gli altri, del romanticismo e del positivismo) e ne sconvolge le cosiddette “buone regole” del narrare. E veramente fu l’inventore di nuove misure e di diversi canoni. Gi√† il linguaggio usato √® rivoluzionario, mischiando espressioni popolaresche e dialettali con parole dotte, raggiungendo, attraverso una accurata, intelligente ricerca, una ritmica da “prosa d’arte”.Il suo acuto realismo rivela spirito polemico, pungente, umoristico e crea personaggi, ai quali d√† in prestito dialetti e gerghi, personaggi che mirabilmente e concretamente sfogano il loro cruccio, la loro insofferenza e la loro rabbia.
    Gadda disdegna ogni convenzione retorica, soprattutto per quanto riguarda i sentimenti. E la sua etica, estremamente aggressiva, si nasconde dietro al suo modo iperbolico, brillantemente arguto, mordace, esuberante di narrare
    Ho apprezzato moltissimo questo interessantissimo e profondo articolo
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Caiogiulio — 1 Novembre 2008 @ 21:43

    “La cognizione del dolore”: l’ho letto quando ero molto giovane e non ci ho capito nulla. L’aveva acquistato mia moglie per fare un regalo a me, su consiglio di un libraio, che evidentemente lo conosceva meglio di noi due. La prima impressione negativa √® rimasta e non l’ho mai pi√Ļ ripreso in mano.
    “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”: l’ho inteso recitare splendidamente su Radio Tre anni fa: putroppo ne ho perso qualche puntata, ma l’impressione √® stata pi√Ļ che positiva. Lo riascolterei nuovamente con molto piacere, chiss√† se, ripensandoci, non arriver√≤ a leggerlo su carta. Perch√® per me il libro √® qualcosa di magico, insostituibile. Il libro mi piace, sia per il contenuto, che per “il contenente”. S√¨, mi piace, mi piace…

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 1 Novembre 2008 @ 21:47

    Qui, Caiogiulio, puoi trovare la mia lettura de La cognizione del dolore: https://www.bartolomeodimonaco.it/?p=628

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