di Alberto Arbasino
[dal “Corriere della Sera”, sabato 31 gennaio 1970]
Carlo Emilio Gadda aveva più di sessant’anni, scriveva da trenta, e non aveva ancora pub blicato in volume il Pasticciac cio, quando i ventenni degli An ni Cinquanta scoprirono la sua posizione « centrale » nella no stra letteratura contemporanea. E sull’entusiasmo per la stu penda Adalgisa, per le mirabili Novelle dal Ducato in fiamme, lo dichiararono massimo auto re italiano del mezzo secolo.
Già. I trentenni del Trenta persistevano a considerarlo un outsider, un « eccentrico »: co me se il caso Svevo non avesse insegnato nulla. Taluni raffina ti (Contini, Devoto) assapora vano con delizia la sua prosa furente e squisita. Tuttavia, per decenni, il grande Ingegnere milanese apparve costantemen te confuso « alla pari » fra de cine di nomi semi-dimenticati o irrilevanti, nei repertori d’ar ticoli critici della generazione anziana che ravvisava i più ve ri sviluppi della patria lettera tura non già negli « scarti » ge niali rispetto a una norma co mune, bensì nella graduale con tinuità dell’Arcadia collettiva.
Sogni e rabbia
Eppure, in una mesta pratica letteraria di paginette « ben scritte » e di giardinetti ordi nati, di anime belle e di cande line spente, la derisoria violen za della sua scrittura esplode va in schegge d’incandescente espressività. Da questi spezzoni affettuosamente inventariati – vocaboli dialettali e stranieri, termini scientifici e triviali, vez zi eruditi, parole deformate, sti lemi personalissimi e inimita bili – una critica più giovane e più sapiente (Citati, Gugliel mi) risaliva attraverso l’analisi stilistica alla complessità degli interessi intellettuali dell’Inge gnere: la storia e il positivismo, Einstein e Leibniz, Spinoza e Michelet, le matematiche e una filologia « selvaggia » e la feno menologia dell’inconscio… Così, nel magma delirante dove i vec chi recensori scorgevano tutt’al più « coacervi » o « congerie » di tipo neurotico o materico, un nuovo saggista agguerrito come Gian Carlo Roscioni in dividua piuttosto una tecnica conoscitiva e una visione del l’Universo.
Appunto. La complessa ric chezza linguistica e tematica dell’opera gaddiana continua a sollecitare una pluralità di let ture, a diversi livelli, secondo differenti parametri: a costo di razionalizzare attraverso proce dimenti di schede e referti quel suo viscerale groviglio di sogni e di rabbie « compossibili ». Ad dirittura, i grandi « disegni mi lanesi » dall’Adalgisa alla Co gnizione del dolore possono pre sentarsi ai nuovi lettori d’oggi come una disperata morfologia poetica-espressionistica della de cadenza della borghesia illumi nistica in Lombardia.
Non per nulla, gli interes si enciclopedici dell’Ingegnere coincidono coi manifesti trac ciati due secoli fa dai fratelli Verri e da Cesare Beccaria, ri soluti sempre a dileggiare la Crusca in nome di Galileo e di Newton, cioè a sviluppare una cultura extra-letteraria cosmo polita e un pensiero scientifico moderno a dispetto della gram matica arcaica dei Pedanti. Questo chiarissimo programma del Caffè, che riservava alla Letteratura un suo piccolo spa zio accanto alla Musica e al Commercio, all’Inghilterra e al Progresso, doveva funzionare come struttura portante nelle idee della società civile lombar da fino al 1914, sottinteso al Ro manticismo e al Manzoni, al Positivismo e alla Scapigliatu ra, al Socialismo e al culto mol to milanese del lavurà.
Tuttavia, la grande tragedia dell’Ottocento italiano – la mancanza di continuità e di ri cambio fra le generazioni suc cessive – finisce per colpire con sconcertante crudezza, fra i « veleni » del decadentismo e i massacri della Grande Guer ra, soprattutto questa classe pa leo-borghese illuminata e indu striosa, ma evidentemente me no vitale dei ceti che le corri spondono in Francia e in In ghilterra, capaci invece di per petuarsi energicamente, da un secolo all’altro, attraverso il culto della tirchieria o median te la pratica della spregiudica tezza. Da questa drammatica déconfiture nasce il Gadda scrittore.
La panoplia della sua voca zione letteraria si apre coi no mi di Parini e Manzoni. Trovo, a proposito del primo, nei no stri vecchi taccuini di conver sazione: «E’ innegabilmente uno dei primi inventori di una lirica colloquiale narrativa di suprema, seppure cronologica mente barocca, eleganza della nostra poesia… Dove è da tener presente che ciò che noi siamo soliti chiamare barocco o grot tesco (e in questo caso, un grot tesco elegantissimo), può essere insito nella cultura letteraria e linguistica del tempo, nelle idee del tempo, e quindi ascrivibile ai personaggi e all’ambiente, e non al caratterizzatore poetico, a chi raffigura quell’ambien te… ».
E sul Manzoni: «Se un Dio… non il padreterno morale, in tendiamoci… ma se un Dio este tico mi domandasse in quale personaggio dei Promessi sposi vorrei identificarmi, risponderei subito in Don Abbondio! per la sua povertà disarmata, la sua paura fisica, la sua ragione stessa d’aver paura, per la con fessione che fa a se stesso del la sua reale condizione umana. E’ quello che vede più chiara la sua posizione, al di fuori di ogni esornazione teatrale: vera mancanza di spirito esibitivo, narcissico, gratuito… il più vi cino alla mia mancanza di tea tralità, di messa in scena… Ap prezzo il lato borromeiano-romano del Cardinale: per me rappresenta con un certo fa scino la presenza fisica della Chiesa cattolica di rito ambro siano nel contado, con una so lennità che non s’abbassa mai neanche stilisticamente… Nel colloquio con l’Innominato so no di fronte due pari grado, due giansenisti raciniani; e il Cardinale vince con la sua al tezza di conoscenza, vince co me Racine e Pascal, come men te… Ma come diretto conoscito re della propria vicenda, della propria realtà senza fronzoli, Don Abbondio ha ragione. E la sua ragione è già nella sua stes sa posizione indifesa, sperdu ta… ».
Però l’antecedente immediato rimane l’incantevole, tragico, ambiguo Carlo Dossi. Come Musil, i giovani Dossi e Gadda « non sapevano resistere a nes suna teoria ». Si innamorava no delle idee; e usavano l’in telligenza per saggiare tutti gli argomenti, provare tutti i pun ti di vista, tentare ogni emo zione secondo ogni motivazione. Ma come Carlo Cattaneo, era no prima lombardi, e poi ita liani: dunque, eclettici nati per ereditare insieme la curiosità intellettuale degli illuministi, e l’abbandono romantico più de liquescente.
Enumerazione
In Dossi, tutto spira « agia tezza ». Le sue operazioni cul turali non possono essere che squisite: vedere la realtà per elenchi, e la cultura per genea logie; gli usi ironici di Sterne e di Jean-Paul; il godimento filologico permanente, di fron te alle lingue e ai dialetti; l’e stasi didattica d’una commedia mondana travestita da dialogo di idee; la tentazione inesausta dell’aneddoto significativo… Pe rò, « per ben riuscire al Dossi manca l’ingegno di mostrarne meno ». Lo diceva lui, di se stes so, frenato dalla propria smi surata sofisticazione, da una ve na di masochismo elegante e oscuro.
Ma bastano pochi anni, e Carlo Emilio Gadda si affaccia a una « grande Milano tradi zionale » travagliata da una drammatica crisi di transizione, e di crescita. Non ne vedrà che il dolore. I discendenti degli Il luministi e dei Romantici abi tano ormai macabri apparta menti o atroci villette dove ar dono i lumini tra il tanfo e la polvere, e nessuno oserebbe spo stare gli oggetti appartenuti al la nonna morta. L’opera del l’Ingegnere nascerà dunque da gli interdetti agonici e dai tabù tetanici delle famiglie appicci cate e recluse che considerano ogni viaggio come una somma sventura, e giudicano sconside rato o colpevole chi segue la propria vocazione artistica, in vece di abbracciare una solida professione convenzionale. Si svilupperà fra il monotono ri catto sentimentale degli affetti domestici esasperati dalla con vivenza, fra il lutto per i con giunti praticato come rituale perpetuo, giacché il culto os sessivo per i defunti si spinge a gremire d’immagini perfino la sala da pranzo e la cucina. Si aggirerà intorno ai mecca nismi di autopunizione, al ri fiuto di ogni futuro, al ripiega mento sconsolante sulle frasi fatte e sui gesti consacrati dal la consuetudine. Attraverserà la diffidenza per qualunque « estensione » della personalità o dell’attività, l’istintivo orrore per tutto ciò che appare « bel lo » o « piacevole » o « comodo » nell’esistenza umana…
La vera grandezza consiste nell’aver risolto i suoi possibili Buddenbrook milanesi rifiutan do ogni naturalismo, ogni Co me le foglie, ricorrendo invece all’uso parossistico della ma dornale figura retorica dell’E numerazione: «… seggiole, cu scini, tavolini, lettini: la chin caglieria del salotto e il bazar del salone, e la pelle d’orso bianco con il muso disteso e gli unghioni rotondi (che solevano gracchiare sul lucido appena a pestarli), e i comò e i canapé e il cavallo a dondolo del Lu ciano, e il busto in gesso del bisnonno Cavenaghi eterna mente pericolante sul suo co lonnino a torciglione: e bombo niere, Lari, leonesse, orologi a pendolo, vasi di ciliegie sotto spirito, orinali pieni di casta gne secche, il tombolo di Cantù della nonna Bertagnoni, ro toli di tappeti e batterie di pan tofole snidate da sotto i letti, e tutti insomma gli ingredienti e gli aggeggi della prudenza e della demenza domestica… ».
Così Carlo Emilio Gadda, mi lanese, « ribalta » e « scaravolta » un intero deposito di va lori stratificati, o addirittura brucia un catalogo totale di em blemi, in due radicali metafo re (la lucidatura dei parquets in casa Cavenaghi, l’incendio di via Keplero) impressionanti come i grandiosi « elenchi » di Joyce, di Rabelais, di Bouvard e Pécuchet.
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3 risposte a “Disegni milanesi di Gadda”
Gadda, anche se, in alcuni tratti, ripercorre le note tipiche della “Scapigliatura” milanese, irrompe nel mondo letterario pressoché inviolato, assai scaduto e fossilizzato in vecchi schemi(quello, tra gli altri, del romanticismo e del positivismo) e ne sconvolge le cosiddette “buone regole” del narrare. E veramente fu l’inventore di nuove misure e di diversi canoni. Già il linguaggio usato è rivoluzionario, mischiando espressioni popolaresche e dialettali con parole dotte, raggiungendo, attraverso una accurata, intelligente ricerca, una ritmica da “prosa d’arte”.Il suo acuto realismo rivela spirito polemico, pungente, umoristico e crea personaggi, ai quali dà in prestito dialetti e gerghi, personaggi che mirabilmente e concretamente sfogano il loro cruccio, la loro insofferenza e la loro rabbia.
Gadda disdegna ogni convenzione retorica, soprattutto per quanto riguarda i sentimenti. E la sua etica, estremamente aggressiva, si nasconde dietro al suo modo iperbolico, brillantemente arguto, mordace, esuberante di narrare
Ho apprezzato moltissimo questo interessantissimo e profondo articolo
Gian Gabriele Benedetti
“La cognizione del dolore”: l’ho letto quando ero molto giovane e non ci ho capito nulla. L’aveva acquistato mia moglie per fare un regalo a me, su consiglio di un libraio, che evidentemente lo conosceva meglio di noi due. La prima impressione negativa è rimasta e non l’ho mai più ripreso in mano.
“Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”: l’ho inteso recitare splendidamente su Radio Tre anni fa: putroppo ne ho perso qualche puntata, ma l’impressione è stata più che positiva. Lo riascolterei nuovamente con molto piacere, chissà se, ripensandoci, non arriverò a leggerlo su carta. Perchè per me il libro è qualcosa di magico, insostituibile. Il libro mi piace, sia per il contenuto, che per “il contenente”. Sì, mi piace, mi piace…
Qui, Caiogiulio, puoi trovare la mia lettura de La cognizione del dolore: https://www.bartolomeodimonaco.it/?p=628