di Alberto Arbasino
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 2 gennaio 1969]
Ha compiuto ieri novant’anni l’ultimo dei grandi roman zieri « classici » nel nostro se colo, e forse il più venerato, da generazioni d’affettuosi let tori. Eppure, quando E. M. Forster esordì nella narrati va, nel 1905, i giudizi della cri tica inglese furono immedia tamente pacifici: ecco il pri mo fra i grandi autori moder ni! Primo a uscire dalla tra dizione « patrizia » e « gentile » di George Meredith e di Hen ry James per sperimentare co me già Conrad e come presto la Woolf. Primo, però, a ve nir fuori da solo dagli Anni Novanta squisiti e individua listici di Wilde e di Beerbohm per considerare la gente co mune e i problemi della vita di tutti i giorni, in un mondo « che non poteva andare avan ti così… » Anche primo (in se guito) a leggere Proust, e a studiare i problemi tecnici del la composizione romanzesca. Non per nulla il suo finissimo manualetto Aspetti del Roman zo, appena ripubblicato dal Saggiatore, fu dedicato quarant’anni fa proprio a Charles Mauron, il geniale « psicocri tico » francese riconosciuto so lo recentemente (e postumo) come nume fra i più riveriti dalla Nouvelle Critique.
Forster è sempre vissuto sen za avventure, e ha scritto solo cinque romanzi. L’ultimo, il bellissimo Passaggio in India, è del ’24, e appare incredibil mente profetico: letterariamen te, e politicamente. Il suo al tissimo sistema morale non crede negli eroi, nei leaders, nei milionari, nei militari, ne gli imperi, nelle religioni, nel l’autorità, nell’ascetismo puri tano, nell’intolleranza, nella presunzione intellettuale, nel l’orgoglio spirituale, nelle fron tiere tra uomo e uomo e tra razza e razza, nei sistemi edu cativi che producono « corpo ben sviluppato, cervello abba stanza sviluppato, e cuore sot tosviluppato… ». E i critici più severi hanno composto le loro pagine più commosse e più ferme, da decenni, riconoscen do il sereno stoicismo della sua etica di « scrittore politico che preferisce temi non-politici », e riesce a fondere la religiosità del liberalismo progressivo con la filosofia del paganesimo el lenistico, stando dalla parte dell’umanità e della vita con tro i pedanti, i puritani, i fa risei, i noiosi.
Con la sua maschera ben ferma di « buon zio liberale » che non lascia trapelare la mi nima tragedia, Forster ha co stantemente esercitato un pro fondo fascino e un’acuta in fluenza. Ha poi avuto la for tuna di sopravvivere con un prestigio « che aumenta a ogni libro che non scrive » agli espe rimenti e ai successi e ai tra monti d’infinite mode lettera rie â— datando sempre meno di molti scrittori assai più gio vani â— e di sopravvivere an che fisicamente, senza mai de teriorare la propria immagine, con un’alacrità intellettuale acuta, intatta… Scendeva a Ro ma, ancora pochi anni fa, ne gli alberghi clericali intorno al Pantheon, base per attenti gi ri in macchina fra Tivoli e Palestrina; e continuava a in contrare gli amici al Reform Club londinese (lo stesso da cui partì Phileas Fogg per il giro del mondo in ottanta gior ni), fra i legni scuri e i tap peti verdi e le lampade schermate e i tanti giornali e i signori centenari della sala di lettura, chiacchierando su un divano di cuoio a bassa voce, con un cameriere reduce (al meno) dalla Campagna di Cri mea che viene a portare del gin-and-tonic, tintinnante, ogni tanto…
… Perché non ha più scritto romanzi? Rispondeva: «La riu scita dei romanzi dipende dal la capacità di dipingere effica cemente gli aspetti di una real tà che si conosce bene. Cam biata questa, riesce difficile tener dietro ai mutamenti di una società che diventa mol to diversa: però si mantiene sempre vivo l’interesse per le persone… L’attitudine, fonda mentalmente comica, cioè di vera commedia, del romanzo del XIX secolo, si basava in gran parte sulle risorse della vita di famiglia, della conver sazione, delle chiacchiere di salotto… Ma oggi non esiste più il salotto: e dov’è la con versazione? della commedia, mancano proprio le basi… e per quanto m’interessi molto osservare cosa avviene sulla scena contemporanea, e legga ogni giorno i quotidiani, mi sento profondamente attacca to al passato sociale… I ro manzi van bene quando i tem pi sono stabili; ci sono delle basi… Insomma, esiste una so cietà… Una volta fuori della pace vittoriana, trovo che ad dirittura va ancora meglio la poesia… ».
Dove telegrafargli gli augu ri? A Cambridge, al King’s College, dove ha un apparta mentino pieno di bei mobili edoardiani, di libri, ritratti, porcellane blu, davanti a uno dei più bei paesaggi del mon do: un prato immenso, assur damente verde, da secoli, gran di alberi e architetture rococò da ogni lato, e il fiume là in fondo che scorre silenzioso coi cigni… Ma non bisognerà scal fire il suo senso pungente dell’understatement: quando per l’ottantesimo compleanno gli ho mandato « duemila hurrà » parafrasando un suo celebre titolo â— Due hurrà per la de mocrazia â— è arrivato come risposta un bigliettino che di ceva: « non sono sicuro di me ritarne poi tanti… ».