di Carlo Cassola
[dal “Corriere della Sera”, sabato 12 settembre 1970]
Il precedente Foglio di dia rio mi ha procurato alcune lettere con richieste di chiari menti. Un lettore mi ha chie sto perché rimproverassi a Joyce il ricorso a un trucco volgare: quello di raccontare due volte lo stesso fatto in modo da produrre una facile suggestione. Dalla citazione non risultava.
In effetti le citazioni erano due: la seconda era stata omessa per una svista, e il discorso risultava incomprensibile. Mi vedo costretto a ri farlo. Al principio del Dedalus, Joyce scrive: « Rabbri vidì, come a sentirsi acqua fredda e motosa sulla pelle.
Era stato vile da parte di Wells farlo cadere nella fossa quadra perché non voleva scambiare la sua piccola tabacchiera con la castagna secca di Wells, vincitrice di qua ranta partite. Come era fredda e motosa quell’acqua! Un suo compagno aveva visto una volta saltare nella schiuma un grosso topo ». E, poche pagine dopo: «Era Wells che l’aveva fatto cadere nella fossa quadra il giorno prima perché lui non voleva scambiare la sua piccola tabacchiera con la castagna secca di Welles, vincitrice di quaranta partite. Era stata una viltà: tutti i compagni lo ave vano detto. Com’era fredda e motosa quell’acqua! E un compagno aveva visto una volta saltare ‘ciac!’ nella schiuma un grosso topo ».
Un altro lettore ha trovato oscuro il discorso principale: quello sulla graduale depura zione del romanzo. Qui non posso invocare a mia scusan te nessuna svista del proto. Il fatto è che è un discorso dif ficile. Mi proverò a farlo in un altro modo.
Rileggevo in questi giorni l’epilogo di Delitto e castigo. Raskolnikov è un intellettua le, che ha compiuto il più orribile dei delitti: il delitto ideo logico. Ha assassinato la vec chia usuraia per dimostrare a stesso di essere come Na poleone. Anche dopo la con fessione e la condanna, non vuol riconoscere il proprio er rore. Se la prende solo con se stesso per non aver saputo reggere il peso della propria azione criminosa. «Ecco qual era il solo delitto che si attribuiva: il fatto di non aver saputo reggere e di essersi costituito ».
Alla fine però Raskolnikov crolla; alla fine, «alla dialettica era subentrata la vita ». E la chiusa del ro manzo ha il valore di un pro gramma letterario: «Ma qui comincia ormai una nuova storia, la storia della rinascita di un uomo, la storia della sua graduale trasformazione, del suo passaggio graduale da un mondo a un altro mondo, del suo incontro con una nuova realtà, prima completamente sconosciuta. Questo potrebbe essere il tema di un nuovo racconto; ma per ora il nostro racconto è finito ». Questo nuovo racconto Dostoievskij non l’ha scritto: i suoi eroi preferiti sono stati ancora degli intellettuali (Stavroghin, Kirillov, Ivan Karamazov) o dei mistici (il principe Myskin, Alioscia Karamazov). Egli però non è più riuscito, come in Delitto e castigo, a rendere patetico un intellettuale e un criminale. E si spiega: Dostoievskij era un cerebrale, e insieme un passionale. L’ideologia che spinge Raskolnikov al delitto, egli riesce a farla sentire co me una passione. Mentre non c’è passione nelle ideologie e nei crimini degli altri suoi personaggi.
Anche se non mancano in Dostoievskij i passionali puri, come Rogogin e Mitia Karamazov, è evidente che egli si trovava più a suo agio coi personaggi problematici. Lo stimolava la dialettica, non la vita. A raccontare la vita, a rappresentare la vita, si è dedicata la migliore letteratura narrativa successiva a Do stoievskij: si sono dedicati ap punto Hardy, Cechov, Verga, Tozzi, il primo Joyce, il primo Lawrence, l’ultimo Pasternak. È un compito tutt’altro che esaurito. A volte mi viene fat to di pensare che siano stati mossi appena i primi passi in questa direzione; che il ro manzo debba ancora depurar si del romanzesco, di tutto ciò che di deteriore si è portato dietro e continua a portarsi dietro.
In altre parole, la migliore letteratura narrativa dell’ulti mo secolo si è sforzata di rappresentare la vita nel modo più genuino possibile, facendocene sentire la perpetua freschezza, la perpetua novità. La cattiva letteratura ha invece continuato a problematizzarla. S’intende che gli epigoni di Dostoievskij, che so, Gide o Kafka, non legano nemmeno le scarpe al maestro. Così come il Lafcadio de Les caves du Vatican di Gide o, peggio ancora, il Meursault de L’étranger di Camus non legano nemmeno le scarpe al loro modello, a Raskolnikov.
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Di solito il discorso sul decorso del romanzo viene condotto in un altro modo. Si pendono in esame le due strutture fondamentali della narrazione, il personaggio e la vicenda, e si dice che il romanziere del Novecento, da Joyce e Proust giù giù fino a Beckett e a Robbe-Grillet, le ha dissolte.
Il romanziere del Novecen to sarebbe stato costretto a far così perché gli sarebbe venu ta meno la fede nella realtà. E nella comunicazione. Da cui la dissoluzione dello stesso linguaggio, eccetera.
E’ un discorso sbagliato. L’uomo d’oggi continua a pre star fede alle cose e alle pa role né più né meno dell’uomo di ieri. Comunque sia, il ro manzo non può fare a meno del personaggio e della vicen da. Neppure l’antiromanzo ne può fare a meno. Bisogna per forza raccontare qualcosa di qualcuno. Se uno scrittore non racconta qualcosa di qualcu no, non è un romanziere. Non si sa più che cosa sia; io credo che non sia niente.
Se la dissoluzione novecentesca del personaggio è una sciocchezza, è una sciocchezza anche l’idea che il romanzo dell’Ottocento abbia sfornato personaggi pienamente for mati, personaggi «a tutto tondo ». Secondo certa gente, i personaggi del romanzo dell’Ottocento formerebbero una galleria di statue. Come nei vialetti del Pincio, il let tore via via s’imbatterebbe nel busto di Rastignac, poi in quello di Homais, in quello del principe Andrea, in quel lo dì Raskolnikov e così via.
La verità è che i personag gi di Tolstoj non hanno lo stesso rilievo di quelli di Dostoievskij o di quelli di Cechov: semplicemente per il fatto che si tratta di scrittori diversi. E, s’intende, anche all’interno del mondo di uno scrittore ci sono personaggi che hanno più consistenza, altri che ne hanno meno, al tri ancora che non ne hanno affatto, che sono dei puri flatus vocis. L’ho già accennato, Raskolnikov ha ben altro ri salto di Stavroghin o di Ivan Karamazov. Anche Tolstoj ha messo in scena degl’intellet tuali: ma non avrebbe senso confrontarli con quelli di Dostoievskij.
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Gli ultimi due Fogli di dia rio mi hanno procurato anche una pubblica chiamata in causa da parte di Pietro Ci tati su « II Giorno » del 2 set tembre. Citati è d’accordo con me su alcune questioni di fon do, cominciando dalla fiducia nell’avvenire del romanzo; e questo mi fa un grande pia cere. Non è d’accordo nel ri tenere che il romanzo depurato sia il filone più rappresentativo della narrativa dell’ultimo secolo. Al contrario, per Citati il filone principale del romanzo non ha rinun ciato a nessuna delle sue impurità. Non ha rinunciato, per esempio, alla suspense romanzesca o al melodrammatico o all’illusione mimetica.
Ora, dico io: è possibile che un romanziere del Novecento si compiaccia della suspense romanzesca? quando già un Tolstoj non ci credeva più. E’ possibile che prenda sul serio il melodramma?
E’ possibile che intenda ancora far concorrenza allo stato civile?
Evidentemente, non è possibile. Se uno scrittore finge di prendere sul serio queste convenzioni, vuol dire che gioca: cioè, bara. Questo mi pare il punto che mi divide dagli amici anche più intelligenti, come Citati: la loro predilezione per il pastiche, per il divertissement: cioè per il tipo di letteratura che io considero più abbominevole.
Ma questo richiederebbe un altro e più ampio discorso; quello che abbiamo voluto fare oggi è finito.
Commenti
4 risposte a “Fogli di diario #7/11”
Bart, a volte ho l’impressione che i discorsi sui romanzi (validi o meno) siano più romanzeschi dei romanzi stessi. Credo che uno scrittore riesca a scrivere soltanto quello che è portato a scrivere, al di là di ogni teoria sullo scrivere. E si lasci influenzare, inconsciamente o meno, solo da uno stile di scrittura affine al suo gusto dello scrivere.
Credo (punto di vista tutto mio, ovviamente, e quindi molto molto opinabile) che uno scrittore debba incamminarsi su di un percorso che preveda alcune doti pregiudiziali: la capacità di leggere gli altri autori; la capacità di osservare in sé e attorno a sé; una speciale sensibilità: se possiede anche qualche altra dote, non è affatto male: per esempio la capacità di rendere il proprio pensiero con strumenti grammaticali e sintattici semplici.
Cassola (sepolto a Montecarlo di Lucca, a pochissimi chilometri da casa mia), possedeva tutto questo. L’autore de La ragazza di Bube, inoltre, aveva il dono non solo di osservare intorno a sé, ma di ragionare sui fenomeni specialmente letterari, così come uno scienzato va interrogandosi sulle formule da comporre per dare un senso alle sue osservazioni e scoperte.
Cassola, scrittore tra i miei preferiti, poteva benissimo starsene zitto e limitarsi a scrivere i suoi romanzi. Ma la sua qualità di scrittore non avrebbe potuto dispiegarsi in tutta la sua profondità se egli non avesse sentito il bisogno di ragionare sugli eventi che attraversavano il mondo delle lettere, a lui caro.
Trovo le sue analisi sempre stimolanti, a prescindere se le condivida in toto o in parte. Ciò che ammiro in lui è la forza di non tirarsi indietro e di dire sempre la sua. Il bisogno innato, ossia, di contribuire a capire il mondo che gli era caro: quello della letteratura.
Daccordo su tutto, Bart, ma ciò non toglie che a volte ho l’impressione…