di Leone Piccioni
[da “La fiera letteraria”, numero 45, giovedì, 7 novembre 1968]
Quando, alla fine del ’45, lasciai Firen ze per trasferirmi con i miei a Roma, mi sentivo come sperduto nel passag gio da una città che ormai conoscevo in tutti i suoi angoli, ed amavo quasi fisicamente, ad uno spazio che mi era del tutto ignoto. Lasciavo i miei amici di tanti anni, il mio maestro De Robertis e la sua cerchia, gli studi all’Università, e non sapevo che cosa m’a spettasse. Fu proprio De Robertis a darmi due lettere di presentazione da recapitare a Roma, una per Ungaretti, ed una per G. B. Angioletti: mi racco mandava a loro, sia per una possibi lità di frequentazione amichevole, sia per l’eventualità di qualche lavoretto letterario, durando gli studi, come un figliolo.
Ungaretti ed Angioletti, infatti, fu rono per me le due luci subito accese in quel deserto che mi parve, per un poco, la grande città, e non riuscirei mai a dire, fino in fondo, quanto ed anche solo per il lato umano dei rap porti, debba a loro.
Portai la lettera ad Angioletti, un pomeriggio nella sua casa di via Cola di Rienzo, ed incontrai questo gran si gnore, alto, elegante, bellissimo, sorri dente e tenero, facendomi subito av vertire, sotto quella sua tenerezza, co me una vibrazione costante che sape va controllare, ma che poteva anche esplodere in improvvise collere gene rose, in cupi isolamenti di inquietudi ne e di tormento. Ebbi subito l’invito a considerare mia la sua casa: a vede re le due sue deliziose figliole, Gianni na e Paola (a loro modo estrose, belle, piene di intelligenza e di talento), di poco più giovani di me, facendo un po’ gruppo con loro.
Alle serate in casa Angioletti non mancavo quasi mai: le più frequentate erano quelle del sabato sera, se ben ricordo. S’incontravano tutti celebri e giovani letterati, nomi che mi mette vano in soggezione e ragazzi esordien ti o â— come me â— ancora prima d’e sordire. Qualche sera arrivava Gargiulo (non lo dimentico) e c’era notevole soggezione attorno a lui; perfino i più scatenati, Brancati, Mucci o Ciarletta diminuivano il tono della voce, o delle risate, delle discussioni accese.
Grandi capacità di organizzatore
Con Brancati appariva una giovane attrice assai bella che recitava in quei giorni al teatrino dell’Università, An na Proclemer, che doveva essere pre sto sua moglie; c’era Ungaretti e c’era Cecchi, ci sarebbero poi stati sempre Gadda, Sinisgalli, Caproni, Moravia, tanta, tanta gente da incontrare, da sentir discutere, in quegli anni di così grande fermento, ideologico, politico, appena riconquistata la libertà, con tante speranze, per ciascuno, davanti. Eran serate in tutta semplicità, fiaschi di vino sul tavolo della stanza da pranzo, tante gentilezze, tante premu re. Con Paola, Giannina, ed Ennio de Concini, facemmo una specie di quar tetto di ragazzi, da vedersi quasi tutti i giorni, da dimenticare il mio « giro » fiorentino. Ad Angioletti mi legavo ogni giorno di più.
Anche Angioletti era a Roma da po co tempo, e per oltre dieci anni aveva vissuto praticamente all’estero: dal ’32 al ’35 all’istituto di cultura italiana a Praga, dal ’35 al ’37 a Digione e Besaní§on, insegnando; dal ’37 al ’40 a Parigi a dirigere i corsi di letteratura italiana; gli anni caldi della guerra li aveva passati a Lugano (a Lugano, Giannina aveva stampato il suo primo e singolare libro di versi). A Roma, subito al lavoro per rilanciare la Fiera letteraria, quello stesso giornale di cui come Italia letteraria, e con tante be nemerenze, s’era occupato negli anni tra il ’28 ed il ’34. E la Fiera letteraria riprese, riproponendo al pubblico i maestri ed i giovani, in un periodo ini ziale di grande interesse.
Un primo aspetto (e certamente, non il più rilevante della personalità di Angioletti) eccolo subito toccato: le sue grandi capacità di organizzazione culturale; ed insieme la sua natura di sponibile solo per mettere quelle sue doti al servizio delle cose in cui crede va, (pur cercando di allargare sempre al massimo l’area di un dibattito cul turale), e degli scrittori che amava, per i quali non provò mai invidia alcu na, facendosi in quattro, anzi, per lo ro, anche quando, magari, valevano assai meno di lui stesso, che non rac colse poi neppur tutto quello che me ritava nel panorama letterario nostra no di quegli anni.
Vinse subito il Premio « Bagutta »
E alla Fiera, anche noi, ragazzi, anch’io, con la possibilità, anzi la sol lecitazione, a collaborare. Ma la sorte voleva che le occasioni di lavoro in co mune con Angioletti, per me andasse ro aumentando. Ero. dopo sei mesi di soggiorno romano, entrato alla Rai. come praticante: restai alla redazione politica del Giornale Radio fino alla campagna elettorale del ’48; chiesi poi al mio direttore Piccone Stella di esse re trasferito alla redazione culturale, e contemporaneamente a capo di quella sezione dalla radio veniva chiamato proprio Angioletti. Quasi contempora neamente da Firenze arrivavano Carlo Emilio Gadda, che Angioletti era riu scito a far chiamare, anche per aiutar lo in un momento non facile della sua vita pratica, e Giulio Cattaneo, uno dei due amici fiorentini da me « separati » e di cui iniziava una rapida operazio ne di « ritorno ». Proprio fra il ’48 e il ’53, posso dire d’aver passato gli anni più quieti e divertiti, e pieni della mia sola, e dunque, breve giovinezza: lavo rando giorno per giorno con Angiolet ti, Gadda, Cattaneo, con le battute di Gadda e attorno a lui, le idee, le trova te d’ogni giorno â— vedendo Ungaretti â— in un periodo di piena vita senti mentale.
Avevo una « Vespa », e mi sentivo un signore: quante volte Angioletti, finito il lavoro, saliva sul cuscinetto posteriore, con quelle gambe lunghe, e tornava a casa con me! In quegli anni la rivista radiofonica Approdo che Seroni aveva iniziato a Firenze subito dopo la liberazione, acquistava di pre stigio e di importanza: Angioletti ne divenne direttore, ed io, con Seroni, redattore, dando vita, via via, all’edi zione stampata, e poi a quella televisi va (che il povero G. B. non fece a tem po a vedere). Ed Angioletti, intanto, ad organizzare viaggi letterari, con bellissime trasmissioni e volumi assai ricchi (in collaborazione con Bigongiari) sull’Egitto o sulla Grecia; e poi sul l’Europa letteraria â— mentre Piovene elaborava il suo viaggio radiofonico in Italia â— la Morante recensiva i film, Moravia parlava alla radio in una ru brica fissa â— nasceva il Terzo Pro gramma.
Angioletti era nato a Milano nel 1896: letterariamente (aveva esordito a diciott’anni come direttore di un gior nale interventista â— aveva collaborato al « Trifalco » nel 1920) esplose con il suo primo libro nel ’27, Il giorno del giudizio, vedendosi assegnato subito il primo premio Bagutta della storia. In quel suo primo libro Angioletti si pre sentava con quelle che furono e rima sero sue stigmate particolari: in pos sesso di una prosa sorvegliata, e strug gente, tendente ad effetti poetici e mu sicali, senza però mai languire, o ripe tersi, anzi con continue impennate in ventive. ed una estrosità nuova che sempre lo salvava da qualsiasi manie rismo â— proiettandosi in dimensioni surreali, e fantastiche, pur restando nell’ambito stilistico di quella che si poteva chiamare « prosa d’arte » e che era la strada, in fondo, della espressio ne poetica, per chi, ricco di umori e d’ispirazione interna, non si sentiva di credere nel « plot » della narrativa, e non riusciva a proporre in versi la sua storia.
Nell’arco che va dal Giudizio a Do nata, del 1940, alla Memoria del 1949 (forse il suo capolavoro, e si ebbe il Premio « Strega » nello stesso anno), sta l’Angioletti scrittore che ha un po sto suo, inconfondibile, risonante, tale da non uscirti di mente, e da riconfor tarti ogni volta che lo riapri. Nella Memoria, ad esempio, ci sono parti di revisione dell’infanzia, la vecchia Mi lano di quegli anni, le pagine sulla malattia, e come, da incerte nebbie del ricordo, via via si profilino e si stagli no figure nette ed episodi certi â— che non puoi far diversamente dal definire esemplari. Per non dire della raccolta dei suoi racconti brevi, Narciso, che Contini curò nel ’49 e che presenta an zi composizioni fra le più belle in que sto genere ad Angioletti congeniale.
Capiva bene gli italiani
All’Angioletti poeta che rimane vivo ed intatto nell’ambito delle sue più ri sonanti ricerche (in Giobbe uomo so lo, 1955, la troppo mutata dimensione non lo porta ad essere altrettanto effi cace nel suo disegno: un rischio di let teratura ora lo impaccia); all’Angioletti organizzatore di cultura â— c’è poi da aggiungere, da quella raccolta Ri tratto del mio paese del 1929, all’Anatra alla normanna del 1957 (che uscì a mia cura), al postumo Gli italiani so no onesti felicemente pubblicata ora da Palazzi, ed accolto con gioia da tan te persone che non dimenticano, aven do a disposizione un’occasione giusta per riproporre all’attenzione di tutti, il nome di G. B. â— in un Paese come il nostro, in un clima editoriale come quello che ci circonda (non ci stanche remmo di dirlo) così facile ed ingiusto nel dimenticare se non ha a disposi zione motivi di facile successo com merciale â— c’è poi da aggiungere, l’Angioletti viaggiatore, giornalista, di vulgatore e polemista, dotato di bellis sime doti. Chiarezza esemplare, stile, ed anche fermezza, e decisione, e prontezza, e coraggio vero, in una one stà candida ma armata da antico ca valiere, mai primo ad attaccare gli al tri, ma acuto e penetrante nella difesa del suo lavoro e di quello degli altri in cui credeva.
Conosceva bene l’Europa e benissi mo il suo Paese, centrava perfetta mente i difetti degli italiani, ma anche le cose « oneste », e che contano dalle nostre parti, e che nel mondo intero anche sotto l’aspetto letterario e ar tistico â— meriterebbero maggior posto di quello che hanno in sorte: Angio letti fu instancabile nel proporre que sto tema, nel darne i limiti esatti, nel difendere ed esaltare, come nel distruggere tutto quello che c’era da non tacere, ma anzi da indicare, all’occorrenza, con « indignazione ». (Era capace, s’è detto, era proprio capace di quella « indignatio » manzoniana, for se indirettamente sentita anche dal lombardo che era, abituato a pensare liberamente, ma sempre con onestà e disponibilità d’amore). E Gli italiani sono onesti è opera ricca, e tale da ri consegnarci un ritratto vero di G. B.: bellissima, a questo fine, anche la pre fazione di Carlo Bo.
Instancabile, fervido e tempestivo, nella piena maturità ma già malato, come segretario del Sindacato scritto ri, pensò alla possibilità di dar vita ad una comunità di scrittori europei, sen za che barriere politiche dovessero più dividerli. Fu così immaginata, e nacque quella Comunità europea degli Scrittori di cui Angioletti fu presiden te, e che nel momento della « guerra fredda » tra Ovest ed Est svolse UT1
ruolo determinante, nel senso del « di sgelo », con gli incontri di Napoli, di Firenze, di Leningrado; quella Comu nità che tuttora potrebbe agire, presie duta da Ungaretti e con Vigorelli se gretario, e che, per esempio, doveva riunirsi in Svizzera nella prima setti mana di settembre.
Certo le vicende cecoslovacche han no dimostrato che le idee e la volontà degli scrittori ben poco contano di fronte alla violenza dei carri armati: ed anche la riunione è stata giusta mente sospesa, per non perder tempo ad incontrare chi parli di libertà solo a parole ed usi poi in pratica sempre e solo la forza per superare ed annulla re il dibattito delle idee. Ma è certo che molti inarrestabili semi sono stati diffusi, sono stati scambiati â— arrive rei a dire â— anche grazie a questa Co munità che Angioletti immaginò in tempi molto diversi. E son semi che frutteranno, prima o poi, malgrado i mezzi cingolati.
« L’uomo più onesto che ho conosciuto »
In vacanza incontravo Angioletti al Forte con il suo Pea, con De Robertis, ad occuparci, insieme, anche di qual che premietto letterario; poi s’inna morò piuttosto di Napoli, del suo gol fo, e si costruì una casetta alle falde del Vesuvio, a due passi da casa Leo pardi (quella casa che vide nascere Gi nestra e Tramonto della luna e che ca de a pezzi, abbandonata). Ma poté go dersela poco, quella casetta: s’avvici nava per lui la morte, che lo colse nel ’61, in una clinica napoletana. Ci giun se a Roma la notizia del suo aggravar si: era estate piena, con Ungaretti par timmo in macchina subito: arrivammo alla clinica ed il nostro amico stava morendo, aveva perso conoscenza, ci lasciava. Nel viaggio di ritorno non scambiammo parola: ci tornava lui in mente. Certo Ungaretti lo avrà ricor dato ragazzo e poi, via via, in tanti luoghi, in tante età diverse, e quando, puntualmente, era invitato da G.B. a far conferenze all’estero dovunque egli fosse in missione â— e quando ave va ascoltato i suoi gridi, le sue furie ai tempi dell’Italia letteraria. Io restavo in muto colloquio con quel gran signo re, quel poeta vero che m’accolse co me un figliolo â— ripensavo alle sue profonde, cupe malinconie, quando s’o stinava in un silenzio che pareva co me murato, non finir mai; ma non di menticavo il suo sorriso, l’improvviso scoppio di una sua giovanile allegria, la capacità di ridere franco a racconti, a battute; la gioia che lo illuminava per i successi degli amici; la compren sione e la pietà che si portava dietro; il suo spirito liberale e illuminato nei confronti dei tempi che si vivevano; il coraggio e la dignità mai, neppure per un attimo solo, contraddetti.
Così lo pensavamo il 3 agosto del ’61. Ai funerali di G. B„ portavo an ch’io, con altri, la sua bara a spalla e piangevo senza riguardi.
Ho una lettera di Saba, scrittami da Gorizia, dalla clinica dove poco dopo morì il 7 gennaio del ’57, e dice: « Sa luta, se lo vedi, il nostro Angioletti, del quale Napoleone avrebbe detto quello che disse di un… chirurgo mi litare: E’ l’uomo più onesto che ho conosciuto ».