di Giorgio Vigolo
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 6 marzo 1970]

Il mercato dei vecchi libri a Roma ha avuto varie sedi e fortune. Non ho potuto co ­noscere, naturalmente, quello che al tempo del Belli si teneva ancora a Piazza Navona, ma sono stato un assiduo del ­la Piazzetta del Paradiso, do ­ve venne poi trasferito, ac ­canto a Campo di Fiori; e ogni mercoledì, giorno del mercato, vi arrivavo verso mezzogiorno come a un appuntamento cui non si vuole mancare. La piazzetta dove s’intravede sui tetti la cupola di sant’Andrea della Valle, era affollata di bouquineurs e anche di donne eleganti che vi venivano più che altro per gli antiquari e tanta paccottiglia di cose stra ­ne. La cannonata di mezzo ­giorno mi trovava quasi sem ­pre lì curvo a sfogliare tomi d’ogni sorta. Dalle trattorie veniva un tintinnio di stovi ­glie, squillavano i grammo ­foni dei venditori di dischi, ci s’incontrava con gli amici me ­glio che in un salotto o in una biblioteca e per di più con quegli antichi personaggi dei libri che anch’essi erano lì di casa, i classici, gli umanisti, in quel rione che vide le pri ­me tipografie, e passeggiare lì intorno Annibal Caro e il Cellini, Raffaello e Pietro Are ­tino.

Al mercato dei libri faceva contrasto, lì dietro, nella piaz ­za di Campo di Fiori, il mer ­cato delle cibarie; e i colori stessi dicevano due mondi di ­versi; le pergamene, le pagine ingiallite da una parte e dal ­l’altra i quarti vermigli di bue, il luccichio dei pesci, il fa ­sto delle verdure, i mucchi do ­rati degli aranci. Eppure i due mercati prestavano l’uno al ­l’altro qualche cosa a cui al ­trimenti non si sarebbe pen ­sato; le materie per il nutri ­mento dei vivi si accostavano inaspettatamente a quegli ali ­menti larvali, a quelle crisalidi di passioni disseccate nei li ­bri. Ma anche i libri tornava ­no ad avvicinarsi alla vita, entravano di nuovo nel suo mulinello per quella combina ­zione che li faceva incontrare a caso con i vivi di adesso. Opere che non avremmo mai avuto occasione di aprire ap ­prodavano alle bancarelle a crolli periodici da biblioteche insigni, naufragate nelle demo ­lizioni del Corso del Rinasci ­mento o di Via dell’Impero, col rovinare delle fortune de ­gli ultimi eruditi e le vendite precipitose degli eredi.

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La verità è che quei libri portati lì dalla sorte si crea ­vano attorno un’aura piena di tentazioni, accendevano un pericoloso libertinaggio intel ­lettuale: quello dell’avventura libresca. Poiché da un libro tutto ci si può aspettare, da un momento all’altro, anche un cambiamento di vita oltre che di idee; ed è sulle banca ­relle che il vero don Giovanni va a caccia di occasioni, co ­me di carte nautiche dove indovinare la vera rotta del suo destino.

Infedele a qualunque defi ­nizione di sé, restio a lasciar ­si incasellare in una qualsiasi categoria, magari la più no ­bile, delle arti o delle disci ­pline, questo nemico giurato della specializzazione, questo amante sempre inappagato dell’indefinito e dell’improba ­bile, va spiando nei libri co ­me in tante serrature il se ­greto della vocazione degli al ­tri e l’affascinante eventualità di cambiare la propria.

Eccolo il grande peccato dell’inguaribile « dilettante », quello che più difficilmente gli sarà perdonato: non viene mi ­ca a cercare i libri a cui è legato da un antico amore o dai suoi studi, di quelli anzi non si cura affatto come di partita già chiusa. Lo vedrete invece esplorare trattati di al ­chimia, un manuale di com ­posizione e contrappunto, una somma teologica, una gram ­matica ebraica, un’opera sulle rocce o sulle nuvole, una teo ­ria dei colori. Ognuno di que ­sti argomenti lo invoglia, gli fa immaginare ricerche appas ­sionanti.

La molla che lo spinge è la speranza di incontrare qui quel libro fondamentale e decisivo che non potrebbe trovare se non in questa ispirata biblio ­teca del caso, dove la Fortuna stessa coi suoi occhi bendati è bibliotecaria. Essa gira qui la ruota delle vocazioni e degli estri, e li distribuisce a chi vuole, come i mucchi d’oro sui numeri e i colori del tavolo da giuoco. Essa re ­gala così il capolavoro o la scoperta al « dilettante » e la ­scia che lo specialista si rom ­pa inutilmente le nocche su una sola porta che non gli verrà mai aperta. E così sulle bancarelle del Paradiso ti met ­teva nelle mani libriccini più preziosi che talismani, i quali avevano il potere di cambiare corso ai pensieri e avviarli verso direzioni inaspettate do ­ve forse potevi finalmente in contrare il vero te stesso.

Poiché, degli infiniti sbagli ed equivoci ed errati recapiti dell’esistenza, il più comune si ha nelle presunte vocazioni e nella scelta delle professio ­ni, con cui ci si accoppia quan ­do poco o nulla ancora si sa di se stessi e del mondo. Perciò, come può capitare che un uomo, dopo vent’anni di insipido matrimonio, scopra i suoi gusti e si innamori la prima volta, così può ca ­pitare che un altro, dopo aver creduto, trent’anni di seguito, di essere un medico, si scopra all’improvviso pittore, e il pit ­tore tribuno e il tribuno col ­lezionista di francobolli.

Per ognuno di questi che non avevano ancora capito la loro vocazione, il libretto pe ­scato a caso poteva essere lo spunto che li aiutava a rico ­noscerla. In realtà essi veni ­vano qui come a farsi leggere la mano o farsi fare le carte. Venivano insomma a fare una magica operazione che si po ­trebbe chiamare di « biblio ­manzia »; e per loro non sa ­rebbe andato male il nome di « bibliomanti ».

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Una delle tante cose che so ­no cambiate nella Roma di questo secondo dopoguerra è anche il mercato dei libri che si fa ora in Piazza Borghese, accosto al palazzo in forma di clavicembalo, con la tastie ­ra sulla Via di Ripetta e la coda sghemba lungo la piazza.

L’appassionato bouquineur, ancora alla ricerca della sua vocazione, vi arriva di mez ­zodì come arrivava sulla Piaz ­zetta del Paradiso. La luce di primavera è già splendente e mite al tempo stesso, favore ­vole alle scoperte. E quante scoperte egli fa! Uno dopo l’altro, ecco venir fuori i li ­bri da tanto tempo cercati, e tutti a prezzi minimi, nascosti fra la minutaglia degli scarti. Lui compra e compra, felice come non è stato mai e so ­vraccarico; alcuni ne caccia nelle tasche della giacca e del cappotto, altri se li porta fra le braccia, a torre, a colonna. Vorrebbe prendere una car ­rozzella, come la prendeva una volta a Campo di Fiori, e il caso benigno gliene fa tro ­vare una superstite. E’ pro ­prio, questa sua, una mattina di fortuna. Vi sale come eb ­bro, con un leggero capogiro.

Il cavalluccio passa il pon ­te, a uno schiocco di frusta del vetturino si avvia di trot ­to per il viale lungo il fiume. Ed ecco è già arrivato al por ­tone della sua casa sul Lungo ­tevere; e lui sorride perché non gliela fa a scendere con tutti quei libri. Ma quell’im ­barazzo lo fa svegliare; e al ­lora si ricorda che in quella bella casa dove era nato, con le finestre sugli alberi e sul fiume, non abita più da tanti anni; e che il Lungotevere, il bel viale di acacie, passeggia ­ta preferita di poeti e di innamorati, non esiste più, perché è stato da molti anni sventrato per la costruzione dei nuovi sottovia.

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