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LETTERATURA: I MAESTRI: I diari di Giovanni Comisso

5 Marzo 2014

di Carlo Bo
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 14 agosto 1969]

A distanza di sette mesi dalla morte dello scrittore, Domenico Naldini pubblica nelle edizioni   Longanesi il Diario 1951-1964 di Giovanni Comisso (pp. 153, L. 900) con un bellissimo ricordo-ritratto di Goffredo Parise.

Sembra superfluo dire che si tratta piuttosto di sempli ¬≠ci notazioni, di confessioni o a dirittura di gridi di gioia o di sgomento che con il pas ¬≠sar degli anni diventano sem ¬≠pre pi√Ļ fulminati e rotti. Co ¬≠misso non era uno scrittore sistematico e quindi il suo diario risponde al criterio del ¬≠l’immediatezza e delle rea ¬≠zioni istintive. Ci√≤ non toglie che il libro abbia un grande valore che potremmo dire du ¬≠plice: di verifica per quanto sapevamo o avevamo intuito dello scrittore, e di scoperta per quello che risulta come l’ultimo volto dell’uomo, pi√Ļ triste e sconfortato di quan ¬≠to non lasciasse intendere il primo tempo della grande gioia.

Cos√¨ non si dice nulla di nuovo rimettendo ancora una volta l’accento sull’estrema difficolt√† o sull’impossibilit√† di strappare il segreto di un’arte che non rispondeva a nessuna delle grandi sugge ¬≠stioni del suo tempo e, ci√≤ nonostante, rifletteva quelli che erano stati i grandi te ¬≠mi della letteratura del pri ¬≠mo Novecento. Quanti critici non si sono avventurati su questo insidioso cammino e tutte le volte l’osservatore ha dovuto ammettere che alla fi ¬≠ne il capitale delle nozioni accettabili era ben modesto. Sembrano sfuggire alla rego ¬≠la due degli ultimi interpreti, il Piovene in una intelligen ¬≠te e sottile introduzione alla ristampa di Un gatto attra ¬≠versa la strada (collana dei Premi Strega per il Club de ¬≠gli Editori) e Giorgio Pullini in una esatta e quanto mai completa monografia nella collana del Castoro (ed. Nuo ¬≠va Italia) dedicata alla figu ¬≠ra dello scrittore Comisso.

Il diario anche in questo caso serve da misura, da con ¬≠ferma. Anzitutto ci aiuta a delimitare meglio quelli che erano i confini naturali dello scrittore, che erano poi gli stessi che avevano contribui ¬≠to all’identificazione dell’esi ¬≠stenza. Beninteso, un’esisten ¬≠za quasi sempre valutata alla sua sorgente e quindi accet ¬≠tata con entusiasmo. Con gli anni questo flusso di felicit√† aveva subito una forte ridu ¬≠zione. Non per nulla il Co ¬≠misso arriv√≤ a parlarci sol ¬≠tanto di ¬ę attimi felici ¬Ľ. Di ¬≠rei che questa categoria lo ha aiutato a vivere, special ¬≠mente lo ha aiutato a vin ¬≠cere le ore di tedio e di di ¬≠sperazione della maturit√† e dell’incipiente vecchiaia (se si bada alle date del diario, si capisce subito che da que ¬≠sto punto di vista la lotta cominciava a diventare spie ¬≠tata): per quanto dolore e delusione si fossero accumu ¬≠lati sul fondo della sua ani ¬≠ma, Comisso non perse mai del tutto la coscienza del bel ¬≠lo, il valore dei sensi, il gu ¬≠sto del piacere immediato. Neppure la nozione dei senti ¬≠menti a cui fece ricorso in ¬≠torno al Quaranta, in un pri ¬≠mo momento di smarrimen ¬≠to, quando a dirittura fece una specie di autocritica e port√≤ sul banco degli accu ¬≠sati il suo grande idolo, D’Annunzio, ebbene neppure allora quella sua particolare sensibilit√† sub√¨ delle gravi ri ¬≠duzioni.

Proprio in questo diario √® facile ricavare delle pagine che restano e resteranno an ¬≠cor per molto tempo esem ¬≠plari della sua grande facol ¬≠t√† di ricreazione insensibile. In queste occasioni si ha la sensazione che il Comisso non avesse mai avuto una fa ¬≠miglia letteraria e anzi che fosse lui il primo a rendere conto di certi fenomeni ful ¬≠minanti e stupendi di lettura degli uomini, delle cose, del paesaggio. N√© mancano al proposito delle contraddizio ¬≠ni, come per esempio questa del 13 maggio 1952: ¬ęBiso ¬≠gna vivere, amare, godere, soffrire e morire come sulla scena, cos√¨ l’anima non si consuma ¬Ľ. Che era una sol ¬≠lecitazione del tutto opposta a quella dei sentimenti.

In fondo la paura del do ¬≠lore, il terrore di vedersi sfio ¬≠rire in mano e sotto gli oc ¬≠chi i fiori della vita non lo hanno mai lasciato. A volte trattiene il fiato e ci si ac ¬≠corge benissimo di quanta cautela copra le sue registra ¬≠zioni. Non aveva la forza di leggere per intero i segni del ¬≠la morte che ci sono nel pi√Ļ bel spettacolo della vita, ep ¬≠pure nel prendere atto di certe visioni della realt√† fa ¬≠ceva uno sforzo evidente per restare sul limite dell’ogget ¬≠tivo. Si veda la stupenda pa ¬≠gina sulle stagioni con la chiusa sulla morte delle api che per l’appunto restituisce esattamente il terrore del cor ¬≠ruttibile: ¬ę E in queste stesse giornate di freddo sole, quel ¬≠le a cui √® giunto il momento di morire si portano presso la porta e iniziano con le ali un canto lento d’addio alla re ¬≠gina, alla patria, alle compa ¬≠gne, finiscono per non creare col proprio cadavere ingom ¬≠bro e sporcizia accanto alla purezza del miele e per evi ¬≠tare la fatica dello sgombero alle compagne gi√† estenuate dal gelo ¬Ľ.

La purezza del miele: a guardare bene il Comisso √® riuscito nel miracolo di dare dei riflessi puri a una mate ¬≠ria che molte volte era di per s√© impura. Il miracolo consisteva nel restare poi in ¬≠nocente anche quando lo scrittore aveva dovuto sac ¬≠cheggiare l’albero del bene e del male. Un po’ come se ci√≤ che per gli altri era peccato od occasione di peccato, per lui non fosse altro che invi ¬≠to, senso della bellezza, in ¬≠somma purezza delle cose. Le cose e gli oggetti dell’esisten ¬≠za gli apparivano talmente puri da non riuscire a scal ¬≠firli neppure con i contrac ¬≠colpi del sentimento o del ri ¬≠morso. Era quello che Comis ¬≠so chiamava ¬ę scrivere ¬Ľ: ¬ę Fi ¬≠no a quando non sar√† smar ¬≠rito l’uso della parola, a chi sa scrivere √® riservato anco ¬≠ra il dominio finale ¬Ľ. Il che √Ę‚ÄĒ √® chiaro √Ę‚ÄĒ non va rife ¬≠rito al libro delle possibili rettoriche ma soltanto ed esclusivamente al senso del potere di divinazione della realt√†. Ne conseguiva che la realt√† dovesse tenere sempre un registro altissimo: Co ¬≠misso parlava spesso di or ¬≠gia, di forze dionisiache, la realt√† era molto pi√Ļ sem ¬≠plice: l’amore della bellezza fisica lo portava a gridare di felicit√†. Cos√¨ quando √® tur ¬≠bato dalla decadenza del car ¬≠nevale e scrive: ¬ę Tutto √® fi ¬≠nito, finita una societ√† gran ¬≠diosa, finita una civilt√† ¬Ľ tro ¬≠va ancora scampo nella con ¬≠templazione attiva della na ¬≠tura: ¬ęSolo conforto… tutta la terra sotto agli alberi an ¬≠cora invernali fiorita di pri ¬≠mule, di violette e d’altri fio ¬≠ri azzurri e il sibilo della prima ape ¬Ľ.

Comisso scriveva queste co ¬≠se a sessant’anni suonati ma il suo cuore non aveva √Ę‚ÄĒ e questa era la sua grande am ¬≠bizione √Ę‚ÄĒ et√†, era rimasto vergine e puro. E puro quan ¬≠do parlava della madre o la rivedeva nel sogno pochi gior ¬≠ni dopo la morte. Sono, que ¬≠sti, fra gli accenti pi√Ļ alti e indimenticabili non solo di questo diario ma dell’intera opera di uno degli ultimi scrit ¬≠tori veri.


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Bart