di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 14 agosto 1969]
A distanza di sette mesi dalla morte dello scrittore, Domenico Naldini pubblica nelle edizioni Longanesi il Diario 1951-1964 di Giovanni Comisso (pp. 153, L. 900) con un bellissimo ricordo-ritratto di Goffredo Parise.
Sembra superfluo dire che si tratta piuttosto di sempli ci notazioni, di confessioni o a dirittura di gridi di gioia o di sgomento che con il pas sar degli anni diventano sem pre più fulminati e rotti. Co misso non era uno scrittore sistematico e quindi il suo diario risponde al criterio del l’immediatezza e delle rea zioni istintive. Ciò non toglie che il libro abbia un grande valore che potremmo dire du plice: di verifica per quanto sapevamo o avevamo intuito dello scrittore, e di scoperta per quello che risulta come l’ultimo volto dell’uomo, più triste e sconfortato di quan to non lasciasse intendere il primo tempo della grande gioia.
Così non si dice nulla di nuovo rimettendo ancora una volta l’accento sull’estrema difficoltà o sull’impossibilità di strappare il segreto di un’arte che non rispondeva a nessuna delle grandi sugge stioni del suo tempo e, ciò nonostante, rifletteva quelli che erano stati i grandi te mi della letteratura del pri mo Novecento. Quanti critici non si sono avventurati su questo insidioso cammino e tutte le volte l’osservatore ha dovuto ammettere che alla fi ne il capitale delle nozioni accettabili era ben modesto. Sembrano sfuggire alla rego la due degli ultimi interpreti, il Piovene in una intelligen te e sottile introduzione alla ristampa di Un gatto attra versa la strada (collana dei Premi Strega per il Club de gli Editori) e Giorgio Pullini in una esatta e quanto mai completa monografia nella collana del Castoro (ed. Nuo va Italia) dedicata alla figu ra dello scrittore Comisso.
Il diario anche in questo caso serve da misura, da con ferma. Anzitutto ci aiuta a delimitare meglio quelli che erano i confini naturali dello scrittore, che erano poi gli stessi che avevano contribui to all’identificazione dell’esi stenza. Beninteso, un’esisten za quasi sempre valutata alla sua sorgente e quindi accet tata con entusiasmo. Con gli anni questo flusso di felicità aveva subito una forte ridu zione. Non per nulla il Co misso arrivò a parlarci sol tanto di « attimi felici ». Di rei che questa categoria lo ha aiutato a vivere, special mente lo ha aiutato a vin cere le ore di tedio e di di sperazione della maturità e dell’incipiente vecchiaia (se si bada alle date del diario, si capisce subito che da que sto punto di vista la lotta cominciava a diventare spie tata): per quanto dolore e delusione si fossero accumu lati sul fondo della sua ani ma, Comisso non perse mai del tutto la coscienza del bel lo, il valore dei sensi, il gu sto del piacere immediato. Neppure la nozione dei senti menti a cui fece ricorso in torno al Quaranta, in un pri mo momento di smarrimen to, quando a dirittura fece una specie di autocritica e portò sul banco degli accu sati il suo grande idolo, D’Annunzio, ebbene neppure allora quella sua particolare sensibilità subì delle gravi ri duzioni.
Proprio in questo diario è facile ricavare delle pagine che restano e resteranno an cor per molto tempo esem plari della sua grande facol tà di ricreazione insensibile. In queste occasioni si ha la sensazione che il Comisso non avesse mai avuto una fa miglia letteraria e anzi che fosse lui il primo a rendere conto di certi fenomeni ful minanti e stupendi di lettura degli uomini, delle cose, del paesaggio. Né mancano al proposito delle contraddizio ni, come per esempio questa del 13 maggio 1952: «Biso gna vivere, amare, godere, soffrire e morire come sulla scena, così l’anima non si consuma ». Che era una sol lecitazione del tutto opposta a quella dei sentimenti.
In fondo la paura del do lore, il terrore di vedersi sfio rire in mano e sotto gli oc chi i fiori della vita non lo hanno mai lasciato. A volte trattiene il fiato e ci si ac corge benissimo di quanta cautela copra le sue registra zioni. Non aveva la forza di leggere per intero i segni del la morte che ci sono nel più bel spettacolo della vita, ep pure nel prendere atto di certe visioni della realtà fa ceva uno sforzo evidente per restare sul limite dell’ogget tivo. Si veda la stupenda pa gina sulle stagioni con la chiusa sulla morte delle api che per l’appunto restituisce esattamente il terrore del cor ruttibile: « E in queste stesse giornate di freddo sole, quel le a cui è giunto il momento di morire si portano presso la porta e iniziano con le ali un canto lento d’addio alla re gina, alla patria, alle compa gne, finiscono per non creare col proprio cadavere ingom bro e sporcizia accanto alla purezza del miele e per evi tare la fatica dello sgombero alle compagne già estenuate dal gelo ».
La purezza del miele: a guardare bene il Comisso è riuscito nel miracolo di dare dei riflessi puri a una mate ria che molte volte era di per sé impura. Il miracolo consisteva nel restare poi in nocente anche quando lo scrittore aveva dovuto sac cheggiare l’albero del bene e del male. Un po’ come se ciò che per gli altri era peccato od occasione di peccato, per lui non fosse altro che invi to, senso della bellezza, in somma purezza delle cose. Le cose e gli oggetti dell’esisten za gli apparivano talmente puri da non riuscire a scal firli neppure con i contrac colpi del sentimento o del ri morso. Era quello che Comis so chiamava « scrivere »: « Fi no a quando non sarà smar rito l’uso della parola, a chi sa scrivere è riservato anco ra il dominio finale ». Il che â— è chiaro â— non va rife rito al libro delle possibili rettoriche ma soltanto ed esclusivamente al senso del potere di divinazione della realtà. Ne conseguiva che la realtà dovesse tenere sempre un registro altissimo: Co misso parlava spesso di or gia, di forze dionisiache, la realtà era molto più sem plice: l’amore della bellezza fisica lo portava a gridare di felicità. Così quando è tur bato dalla decadenza del car nevale e scrive: « Tutto è fi nito, finita una società gran diosa, finita una civiltà » tro va ancora scampo nella con templazione attiva della na tura: «Solo conforto… tutta la terra sotto agli alberi an cora invernali fiorita di pri mule, di violette e d’altri fio ri azzurri e il sibilo della prima ape ».
Comisso scriveva queste co se a sessant’anni suonati ma il suo cuore non aveva â— e questa era la sua grande am bizione â— età, era rimasto vergine e puro. E puro quan do parlava della madre o la rivedeva nel sogno pochi gior ni dopo la morte. Sono, que sti, fra gli accenti più alti e indimenticabili non solo di questo diario ma dell’intera opera di uno degli ultimi scrit tori veri.