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LETTERATURA: I MAESTRI: I sogni matti di Tonino Guerra

17 Aprile 2012

di Cesare Garboli
[da ‚ÄúLa Fiera Letteraria‚ÄĚ, numero 29, gioved√¨ 20 luglio]

TONINO GUERRA
L’equilibrio
Milano, Bompiani. Pagg. 143 lire 900.

Non so se abbia senso riassumere per sommi capi, costringendola nella gabbia di poche righe, la volatile tra ¬≠ma del terzo romanzo, o terza ¬ę sto ¬≠ria ¬Ľ, di Tonino Guerra, L’equilibrio: una gustosa operina che sfugge di proposito a qualsiasi organizzazione narrativa e mira piuttosto, non senza un’occhiata lasciata cadere su model ¬≠li beckettiani (palesi almeno nel fina ¬≠le) a crescere su s√© stessa come un solitario. ¬ę Potrei anche fare dei di ¬≠scorsi lunghi e chiari ma poi mi an ¬≠noio e cos√¨ preferisco dire un po’ di tutto, quello che mi capita, quello che mi passa per la testa. Altrimenti fac ¬≠cio fatica. E poi non ne vale la pena. Questa √® una cosa importante da ca ¬≠pire: non ne vale la pena ¬Ľ.

Il non senso delle cose

Cos√¨, con un gusto da ¬ę primitivo ¬Ľ, tra il naif e una grazia, nel figurarsi il mondo, tra allocca e stranita, insa ¬≠porita da furberia bertoldesca mi ¬≠schiata a candore medievale, da con ¬≠tadino che la sa lunga, lo scrittore ri ¬≠nuncia alla narrazione (raccontare, si sa, √® sempre razionalizzare) e si af ¬≠fida a una composizione per luoghi deputati, affabulando liberamente den ¬≠tro una cornice di dieci ¬ę esem ¬≠pi ¬Ľ o capitoli, ciascuno dei quali si intitola a una sentenza, e, in certo mo ¬≠do, la illustra.

Di questi motti, di questi ¬ę esem ¬≠pi ¬Ľ, Guerra ci offre non un equiva ¬≠lente narrativo, quanto una meravi ¬≠gliata versione esistenziale. ¬ę Per esempio √Ę‚ÄĒ se faccio finta di fumare √Ę‚ÄĒ mi cade la cenere addosso ¬Ľ, √® uno specimen, il motto imposto all’otta ¬≠vo dei capitoli di cui si compone il piccolo libro di Guerra: una sentenza, un detto che cammina svelto verso il proverbio, e ci dice qualcosa circa la sottigliezza intellettuale di uno scrit ¬≠tore che fa mostra, ad arte, di posse ¬≠dere un cervello da scarpe grosse, balordo e selvatico.

In Italia, non si perdona troppo fa ¬≠cilmente a uno scrittore di non esse ¬≠re un letterato. Non gli si perdona mai, soprattutto, di non concepirsi co ¬≠me un letterato. Ora credo proprio che Tonino Guerra appartenga a una esigua schiera di penne naturali, spia ¬≠centi a Dio e agli inimici sui: scritto ¬≠ri senza pubblico, artigiani senza mer ¬≠cato, simili a quei commercianti che si ostinano a vendere al minuto men ¬≠tre il palato, universalmente guasto, dei consumatori dei prodotti in serie li manda presto in rovina. C’¬ę. nel mo ¬≠do in cui Guerra tratta gli oggetti della sua fantasia un piacere indivi ¬≠duale, manuale, che mi appassiona. Il gusto, da una parte, di chi non pu√≤ fare a meno di sfasciare le proprie co ¬≠struzioni, e la pazienza, dall’altra, di chi impara a leggere nel misterioso disegno dei cocci sparsi: la disposizio ¬≠ne, dunque, propria di chi √® portato a esercitarsi in quel genere di passa ¬≠tempi inutili, meditativi e fantastici quali sono appunto i solitari.

E’ cos√¨ che Guerra ha costruito il suo libro: prima ammucchiando tanti mazzetti, allineando le figure, poi, uno dopo l’altro, spostando i segni, sovrapponendoli, addizionando, sot ¬≠traendo e mischiando le sue inven ¬≠zioni come altrettante contigue carte da gioco. Il risultato √® quello tipico di tutte le operazioni insieme oziose ed enigmatiche, destituite di senso ma ricche di nascosti significati: un gio ¬≠co che riproduce nel suo meccanismo apparentemente insignificante, nella sua struttura interminabile e ripeti ¬≠tiva, il non-senso delle cose.

Si pu√≤ riassumere un: solitario? Forse soltanto col brutto risultato di ottenere una morale di segno perfet ¬≠tamente inverso a quello della favo ¬≠la, o del messaggio, di Guerra. Un bravo professionista quarantenne, grafico, innamorato del proprio me ¬≠stiere, coniugato senza figli e residen ¬≠te a Milano, si risolve all’acquisto di una casa in campagna per condurre a buon fine e in buona pace un impe ¬≠gno di lavoro: l’invenzione, cio√®, di un nuovo alfabeto pubblicitario perla Snaidero, industria di cucine scompo ¬≠nibili. Traslocati i suoi effetti perso ¬≠nali in una vecchia casa colonica, in ¬≠curante di comforts quanto incline a quelle piccole occupazioni oziose, co ¬≠me verniciare una porta, o spaventa ¬≠re le talpe, che riempiono il tempo e di regola servono a farci dimenticare di vivere, il simpatico professionista si immerge nel lavoro e intanto tra ¬≠scina con distratta amorevolezza una situazione coniugale intrigante e dif ¬≠ficile, per essere nata, si direbbe, sot ¬≠to il segno dell’incomunicabilit√†, e ricca di buffi e imprevedibili umori.

Nel migliore stile di Godard

In questa prima parte del libro, una serie di invenzioni motteggiatrici del vivere quotidiano, condotte con quell’amore del disegno astratto, con quel piacere ilare dell’assurdo che √® del migliore stile comico di Godard, si allea a una scrittura dai movimenti elastici e naturali: una se ¬≠rie di visualizzazioni al di fuori del ¬≠l’artificio della ¬ę prosa ¬Ľ, un dono ra ¬≠ro di linguaggio neutro e insieme sa ¬≠poroso. Esiste, d’altra parte, un ver ¬≠sante nero, tragico in questa storia: anche in campagna, tra sibillini pas ¬≠satempi puerili, la vita del grafico non scorre facile. Si intuisce, intanto, che a suggerire al maturo mattocchio l’idea di un soggiorno rustico non √® stato soltanto un vivo, sponta ¬≠neo trasporto per la natura, ma an ¬≠che una vaga intolleranza della rou ¬≠tine cittadina coi suoi opprimenti ri ¬≠tuali neo-capitalistici, insomma i! te ¬≠dio della civilt√† dei consumi. ¬ę Al ¬≠l’aria aperta ¬Ľ, sembra di dover de ¬≠durre da qualche occasionale, civile, ma anche irritata espressione del narrante, e ancora dal suo gusto, per esempio, di fabbricarsi una labirinti ¬≠ca ed erborea meridiana, per misu ¬≠rare il tempo, quando potrebbe ricor ¬≠rere con pi√Ļ agio all’orologio.

E’ che nel sistema nervoso del gra ¬≠fico si delineano squilibri, si aprono crepe. A intervalli regolari, riemer ¬≠gono incubi di prigionia, patimenti e sevizie in un campo di concentra ¬≠mento in Germania. La realt√†, intor ¬≠no, sembra riproporre avvenimenti gi√† vissuti, e tra perdite di memoria, bizzarre fissazioni, notturne e solita ¬≠rie fughe lungo il fiume, si presagi ¬≠sce una crisi, un ¬ę annientamento del ¬≠la persona ¬Ľ.

Il grafico torna a vivere in citt√†, a Milano, dove le cose si ingarbuglia ¬≠no, e con esse, forse, si complica an ¬≠che la vena di Guerra. Una relazione extra-coniugale, intrapresa senza trop ¬≠po prurito, costringe il protagonista a spostarsi col suo Volkswagen da un capo all’altro della citt√†, dall’appar ¬≠tamento della moglie a quello del ¬≠l’amante, in un viavai sempre pi√Ļ frenetico da viale Zara a corso Lodi e viceversa. Ma i due appartamenti, dove risiedono le donne, per quanto situati in diversi quartieri si assomi ¬≠gliano come gocce d’acqua: stesso complesso di palazzine, stesso ingres ¬≠so, stesse scale, stesso mobilio. Identiche, a poco a poco, anche le donne: stesse abitudini, stesso modo di rag ¬≠giungere il piacere. Il grafico si smar ¬≠risce, si perde in cento calcoli per ac ¬≠certare quando egli intrattenga la sua vita di sempre, quella lecita, e quan ¬≠do invece quella illegittima. Tutto √® uguale, tutto √® in serie.

Per un istante, teme che moglie e amante siano complici nel beffarlo, poi, scambiando un’ultima volta le ca ¬≠se, ottiene la prova fisica del proprio sdoppiamento, del proprio finto esi ¬≠stere: intravede un s√© stesso in pigia ¬≠ma, nella fessura della porta d’in ¬≠gresso di uno dei due alloggi, un s√© stesso. che lo osserva con sgradito stupore. Nello spazio di una giorna ¬≠ta, al grafico dissociato non rester√† che il quieto delirio di una vita po ¬≠stuma, di mendicante vestito di strac ¬≠ci. Da qualche parte della citt√†, ih qualche sobborgo, accanto al marcia ¬≠piedi ci sar√† pur sempre un vecchio Volkswagen sfasciato, che, come la grossa giardinetta inglese in Morgan matto da legare, accoglier√† il nostro patetico, superstite matto delle giun ¬≠caie.

Pazzo soltanto per necessità di favola

Raccontata in questi termini, la storia di Tonino Guerra pu√≤ dare l’impressione di ridursi a un insieme di motivi risaputi. Il mestiere che aliena, il passato che ritorna coi suoi soprassalti angosciosi, la depressione che stimola al disimpegno, la noia e la dissociazione, il gusto del vedere, o del fare da spettatori, o quello, an ¬≠cora pi√Ļ a portata di mano, del magi ¬≠co e del surreale: una boscaglia di motivi che oggi sarebbe forse pi√Ļ ori ¬≠ginale evitare che battere. Invece non √® cos√¨.

Guerra √® riuscito a evitare proprio la demagogia del tema, e mentre ver ¬≠rebbe fatto di pensare, davanti al- l’Equilibrio, a prima vista, a un gio ¬≠co, a un divertimento ironico, in real ¬≠t√† lo scrittore arriva a disegnare un ordine di fatti picaresco, appena ap ¬≠pena favoloso. ¬ę Vorrei che in ogni uomo ci fosse un mistero ¬Ľ : il grafico di Guerra, naturalmente, – √® pazzo sol ¬≠tanto per paradossale necessit√† di fa ¬≠vola. Essere pensante, pensa e ragio ¬≠na, tuttavia, a livello letterale, espan ¬≠dendo la sua foll√¨a al solo scopo di evidenziare la sua scandalosa saggez ¬≠za di ¬ę picaro ¬Ľ, di straccione interio ¬≠re. Su questa linea, con modi suoi, Guerra riflette una tendenza oggi in corso: come in Volponi e in Malerba, anche in Guerra la follia √® assunta co ¬≠me indice di valutazione individuale, anticonformistica perch√© per assur ¬≠do, delle cose, e insieme come stru ¬≠mento validissimo di comprensione del mondo.
Dietro questo tipo di letture pazze e meravigliose del reale, sorride sem ¬≠pre, √® perfino inutile dirlo, quello che si vorrebbe ormai chiamare il ¬ę ma ¬≠gistero ¬Ľ di Cesare Zavattini. Ma il li ¬≠bro di Guerra √® dedicato a un altro scrittore, e non pare che questa dedi ¬≠ca sia fatta a caso.

L‘Equilibrio √® dedicato a Vittorini, e forse sarebbe necessario, a questo punto, aprire un discorso invece di chiuderlo.
L’humour contadino di Guerra, se da una parte s’imparenta a Zavattini, dall’altra deve forse qualcosa anche alla mitologia periferica dell’autore della Conversazione. E’ che l’ottica di Guerra √® proletaria, non piccolo-bor ¬≠ghese.
Ed è il solo modo, quello della mi ­tologia dal basso, in cui uno scrittore possa opporsi, in Italia, a una visio ­ne conformistica e pseudo-razionali ­stica della vita.


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ÔĽŅ

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Bart