di Cesare Garboli
[da “La Fiera Letteraria”, numero 29, giovedì 20 luglio]
TONINO GUERRA
L’equilibrio
Milano, Bompiani. Pagg. 143 lire 900.
Non so se abbia senso riassumere per sommi capi, costringendola nella gabbia di poche righe, la volatile tra ma del terzo romanzo, o terza « sto ria », di Tonino Guerra, L’equilibrio: una gustosa operina che sfugge di proposito a qualsiasi organizzazione narrativa e mira piuttosto, non senza un’occhiata lasciata cadere su model li beckettiani (palesi almeno nel fina le) a crescere su sé stessa come un solitario. « Potrei anche fare dei di scorsi lunghi e chiari ma poi mi an noio e così preferisco dire un po’ di tutto, quello che mi capita, quello che mi passa per la testa. Altrimenti fac cio fatica. E poi non ne vale la pena. Questa è una cosa importante da ca pire: non ne vale la pena ».
Il non senso delle cose
Così, con un gusto da « primitivo », tra il naif e una grazia, nel figurarsi il mondo, tra allocca e stranita, insa porita da furberia bertoldesca mi schiata a candore medievale, da con tadino che la sa lunga, lo scrittore ri nuncia alla narrazione (raccontare, si sa, è sempre razionalizzare) e si af fida a una composizione per luoghi deputati, affabulando liberamente den tro una cornice di dieci « esem pi » o capitoli, ciascuno dei quali si intitola a una sentenza, e, in certo mo do, la illustra.
Di questi motti, di questi « esem pi », Guerra ci offre non un equiva lente narrativo, quanto una meravi gliata versione esistenziale. « Per esempio â— se faccio finta di fumare â— mi cade la cenere addosso », è uno specimen, il motto imposto all’otta vo dei capitoli di cui si compone il piccolo libro di Guerra: una sentenza, un detto che cammina svelto verso il proverbio, e ci dice qualcosa circa la sottigliezza intellettuale di uno scrit tore che fa mostra, ad arte, di posse dere un cervello da scarpe grosse, balordo e selvatico.
In Italia, non si perdona troppo fa cilmente a uno scrittore di non esse re un letterato. Non gli si perdona mai, soprattutto, di non concepirsi co me un letterato. Ora credo proprio che Tonino Guerra appartenga a una esigua schiera di penne naturali, spia centi a Dio e agli inimici sui: scritto ri senza pubblico, artigiani senza mer cato, simili a quei commercianti che si ostinano a vendere al minuto men tre il palato, universalmente guasto, dei consumatori dei prodotti in serie li manda presto in rovina. C’«. nel mo do in cui Guerra tratta gli oggetti della sua fantasia un piacere indivi duale, manuale, che mi appassiona. Il gusto, da una parte, di chi non può fare a meno di sfasciare le proprie co struzioni, e la pazienza, dall’altra, di chi impara a leggere nel misterioso disegno dei cocci sparsi: la disposizio ne, dunque, propria di chi è portato a esercitarsi in quel genere di passa tempi inutili, meditativi e fantastici quali sono appunto i solitari.
E’ così che Guerra ha costruito il suo libro: prima ammucchiando tanti mazzetti, allineando le figure, poi, uno dopo l’altro, spostando i segni, sovrapponendoli, addizionando, sot traendo e mischiando le sue inven zioni come altrettante contigue carte da gioco. Il risultato è quello tipico di tutte le operazioni insieme oziose ed enigmatiche, destituite di senso ma ricche di nascosti significati: un gio co che riproduce nel suo meccanismo apparentemente insignificante, nella sua struttura interminabile e ripeti tiva, il non-senso delle cose.
Si può riassumere un: solitario? Forse soltanto col brutto risultato di ottenere una morale di segno perfet tamente inverso a quello della favo la, o del messaggio, di Guerra. Un bravo professionista quarantenne, grafico, innamorato del proprio me stiere, coniugato senza figli e residen te a Milano, si risolve all’acquisto di una casa in campagna per condurre a buon fine e in buona pace un impe gno di lavoro: l’invenzione, cioè, di un nuovo alfabeto pubblicitario perla Snaidero, industria di cucine scompo nibili. Traslocati i suoi effetti perso nali in una vecchia casa colonica, in curante di comforts quanto incline a quelle piccole occupazioni oziose, co me verniciare una porta, o spaventa re le talpe, che riempiono il tempo e di regola servono a farci dimenticare di vivere, il simpatico professionista si immerge nel lavoro e intanto tra scina con distratta amorevolezza una situazione coniugale intrigante e dif ficile, per essere nata, si direbbe, sot to il segno dell’incomunicabilità, e ricca di buffi e imprevedibili umori.
Nel migliore stile di Godard
In questa prima parte del libro, una serie di invenzioni motteggiatrici del vivere quotidiano, condotte con quell’amore del disegno astratto, con quel piacere ilare dell’assurdo che è del migliore stile comico di Godard, si allea a una scrittura dai movimenti elastici e naturali: una se rie di visualizzazioni al di fuori del l’artificio della « prosa », un dono ra ro di linguaggio neutro e insieme sa poroso. Esiste, d’altra parte, un ver sante nero, tragico in questa storia: anche in campagna, tra sibillini pas satempi puerili, la vita del grafico non scorre facile. Si intuisce, intanto, che a suggerire al maturo mattocchio l’idea di un soggiorno rustico non è stato soltanto un vivo, sponta neo trasporto per la natura, ma an che una vaga intolleranza della rou tine cittadina coi suoi opprimenti ri tuali neo-capitalistici, insomma i! te dio della civiltà dei consumi. « Al l’aria aperta », sembra di dover de durre da qualche occasionale, civile, ma anche irritata espressione del narrante, e ancora dal suo gusto, per esempio, di fabbricarsi una labirinti ca ed erborea meridiana, per misu rare il tempo, quando potrebbe ricor rere con più agio all’orologio.
E’ che nel sistema nervoso del gra fico si delineano squilibri, si aprono crepe. A intervalli regolari, riemer gono incubi di prigionia, patimenti e sevizie in un campo di concentra mento in Germania. La realtà, intor no, sembra riproporre avvenimenti già vissuti, e tra perdite di memoria, bizzarre fissazioni, notturne e solita rie fughe lungo il fiume, si presagi sce una crisi, un « annientamento del la persona ».
Il grafico torna a vivere in città, a Milano, dove le cose si ingarbuglia no, e con esse, forse, si complica an che la vena di Guerra. Una relazione extra-coniugale, intrapresa senza trop po prurito, costringe il protagonista a spostarsi col suo Volkswagen da un capo all’altro della città, dall’appar tamento della moglie a quello del l’amante, in un viavai sempre più frenetico da viale Zara a corso Lodi e viceversa. Ma i due appartamenti, dove risiedono le donne, per quanto situati in diversi quartieri si assomi gliano come gocce d’acqua: stesso complesso di palazzine, stesso ingres so, stesse scale, stesso mobilio. Identiche, a poco a poco, anche le donne: stesse abitudini, stesso modo di rag giungere il piacere. Il grafico si smar risce, si perde in cento calcoli per ac certare quando egli intrattenga la sua vita di sempre, quella lecita, e quan do invece quella illegittima. Tutto è uguale, tutto è in serie.
Per un istante, teme che moglie e amante siano complici nel beffarlo, poi, scambiando un’ultima volta le ca se, ottiene la prova fisica del proprio sdoppiamento, del proprio finto esi stere: intravede un sé stesso in pigia ma, nella fessura della porta d’in gresso di uno dei due alloggi, un sé stesso. che lo osserva con sgradito stupore. Nello spazio di una giorna ta, al grafico dissociato non resterà che il quieto delirio di una vita po stuma, di mendicante vestito di strac ci. Da qualche parte della città, ih qualche sobborgo, accanto al marcia piedi ci sarà pur sempre un vecchio Volkswagen sfasciato, che, come la grossa giardinetta inglese in Morgan matto da legare, accoglierà il nostro patetico, superstite matto delle giun caie.
Pazzo soltanto per necessità di favola
Raccontata in questi termini, la storia di Tonino Guerra può dare l’impressione di ridursi a un insieme di motivi risaputi. Il mestiere che aliena, il passato che ritorna coi suoi soprassalti angosciosi, la depressione che stimola al disimpegno, la noia e la dissociazione, il gusto del vedere, o del fare da spettatori, o quello, an cora più a portata di mano, del magi co e del surreale: una boscaglia di motivi che oggi sarebbe forse più ori ginale evitare che battere. Invece non è così.
Guerra è riuscito a evitare proprio la demagogia del tema, e mentre ver rebbe fatto di pensare, davanti al- l’Equilibrio, a prima vista, a un gio co, a un divertimento ironico, in real tà lo scrittore arriva a disegnare un ordine di fatti picaresco, appena ap pena favoloso. « Vorrei che in ogni uomo ci fosse un mistero » : il grafico di Guerra, naturalmente, – è pazzo sol tanto per paradossale necessità di fa vola. Essere pensante, pensa e ragio na, tuttavia, a livello letterale, espan dendo la sua follìa al solo scopo di evidenziare la sua scandalosa saggez za di « picaro », di straccione interio re. Su questa linea, con modi suoi, Guerra riflette una tendenza oggi in corso: come in Volponi e in Malerba, anche in Guerra la follia è assunta co me indice di valutazione individuale, anticonformistica perché per assur do, delle cose, e insieme come stru mento validissimo di comprensione del mondo.
Dietro questo tipo di letture pazze e meravigliose del reale, sorride sem pre, è perfino inutile dirlo, quello che si vorrebbe ormai chiamare il « ma gistero » di Cesare Zavattini. Ma il li bro di Guerra è dedicato a un altro scrittore, e non pare che questa dedi ca sia fatta a caso.
L‘Equilibrio è dedicato a Vittorini, e forse sarebbe necessario, a questo punto, aprire un discorso invece di chiuderlo.
L’humour contadino di Guerra, se da una parte s’imparenta a Zavattini, dall’altra deve forse qualcosa anche alla mitologia periferica dell’autore della Conversazione. E’ che l’ottica di Guerra è proletaria, non piccolo-bor ghese.
Ed è il solo modo, quello della mi tologia dal basso, in cui uno scrittore possa opporsi, in Italia, a una visio ne conformistica e pseudo-razionali stica della vita.