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LETTERATURA: I MAESTRI: I taccuini di Cecchi: Passione e Carità

14 Marzo 2015

di Emilio Cecchi
[dal “Corriere della Sera”, sabato 6 luglio 1968]

Tra il giugno 1928 e il gennaio 1930

Tolstoi. La passione di Tolstoi dopo la crisi √® stata la rinuncia: non confonderla con la carit√†; √® stata una smania di annichilazione, di compiere il transito umano, chiamare in terra l’al di l√†: morire. Saturato di vita come un uomo della sua forza e voracit√† fisica – e con delle esperienze che i suoi diari ci confessano – egli dovette essere, egli neg√≤ la vita; e in questo subentra il suo orientalismo; come dice nel giornale postumo del vecchio F√ęodor Kourmitchs, la vita gli si compose tutta nell’aspettazione, nella preparazione del desiderio che gli pareva solo non ingannevole e solo realizzabile: il desiderio della morte. Il suo cristianesimo √® tutto e soltanto qui, non nella positiva pratica cristiana (libr. 2, pag. 151). L’ultimo viaggio, la fuga dalla casa, √® come un’anticipazione fisica di tutto questo; impaziente, iracondo andava incontro all’al di l√†; come se dalle campagne piene di neve e di ghiaccio avesse potuto montare su una nuvola come su una collina; e di salire, varcare nell’altro mondo. Senza pretendere di giudicare questa sua passione in quanto egli la soffriva, dobbiamo per√≤ giudicarla in quanto egli, superbo, combattivo, orgoglioso, la imponeva: e allora bisogna dire che, con tutte le sue sconnessioni architettoniche, formali, i suoi deliri, il povero Dostoievski contro il quale Tolstoi non risparmiava le ironie dice qualcosa di superiore, con il suo concetto di carit√†, alla forsennata inintelligibile negazione Tolstojana; quella carit√† che non nega la grande fatica della costruzione del mondo sociale, legale, ecc.

Non c’√® bisogno che la realt√† si sovverta, diventi utopica, perch√© i dostoievskiani concetti di onore mistico, di inesauribile carit√† vi penetrino e la vivifichino: anzi essi risplendono pi√Ļ mirabilmente quanto pi√Ļ ci sentiamo immersi nelle passioni, nei contrasti di cui si compone la nostra misera ma pur cos√¨ bella ora mortale.

*

Pascarella, 22 giugno: Al S. Carlo (un ristorante romano), con la Tetta e i bambini.

Il pi√Ļ bel fiore, il garofano: per la forma, il profumo, la schiettezza: fiore tutto del sole. Mi fa piacere e mi pare naturale, quando la Tetta gli racconta quell’incontro da bambina col Carducci alla fortezza; quando disse che il pi√Ļ bel fiore era il garofano rosso. Parla molto di Verdi; in parte ripetendo cose gi√† dette. ¬ę Ho conosciuto bene due persone diver. moribus, Carducci e Verdi ¬Ľ. Verdi, chiuso fino alla scontrosit√†; si sente che soffre di stare con gli altri. Non ha il senso di offenderti; anche quando, in un banchetto di fine d’anno, con Pascarella, Ricordi, Boito, dice a Pascarella, che gli sta a sinistra, accennando a Boito, che sta davanti a destra (a tavola): ¬ę Sapete, all’arte, poi, non bisogna chiedere troppo. Quando una cosa √® fatta√Ę‚ā¨¬¶ Se no si fa come quello l√¨ ¬Ľ. (Boito). Aggiunge Pascarella: ¬ę infatti lui a volte lasciava andare, come Di Provenza, che non mi piace ¬Ľ. Era un contadino di genio ignorante. Fortissimo temperamento drammatico, emotivo (ma sull’ignoranza di Verdi aggiunge che lo stesso Carducci, dopo i classici, poco conosceva; anche quando si volle mettere a leggere Shakespeare, Shelley ecc. Carducci aveva il senso dell’emulazione; non voler essere sorpassato nel bere; e reggeva moltissimo. Pochezza delle letture del Carducci si rileva anche nei Diari pubblicati nel 1927. Del resto, conclude Pascarella, tutto ci√≤ conta poco: le cose che resistono sono quelle che vengono su dalla propria terra).

Verdi lo deve pi√Ļ volte aver chiamato a St. Agata (ma non si capisce bene): giocavano insieme ai ¬ę cavallini ¬Ľ con la Strepponi e l’altra: Stolz. Il ritratto fattogli da Gemito, lo tenne sempre in soffitta. Ripete, sulla impressione diversa da tutti gli altri, che sempre fece Verdi: un genio.

 

*

 

1 ottobre, Assisi.

Nel ritaglio di tempo avanzatomi, entro a vedere Santa Chiara. L’avevo gi√† vista due anni fa, ma in una confusione di calcinacci. Dopo vista la Nativit√† ecc. l’inserviente mi porta nella cappella di S. Chiara; mi domanda se voglio vedere il crocifisso che parl√≤ a San Francesco. Si pigia un campanello elettrico a una grata; si accende di dietro al vetro opaco un lume (economia); si sente un tramestio. Il servo spiega: la suora che si cuopre col velo nero. Si apre la finestra di vetro opaco, dietro la grata: spiegazione del cranio di S. Agnese e del Cristo che parl√≤ a S. Francesco: sono l√¨ in ordine, sotto la luce elettrica, davanti alla grata. Eppoi nella cripta. Altra scena: la madre ci ha sentiti, √® scesa: e ci mostra la San ¬≠ta, profilo nero, mani nere, ri ¬≠coperti di rete metallica, per conservarli meglio, quando, a met√† dell’ottocento, la tomba fu trovata e scavata. La mo ¬≠naca soffrega le fotografie sul ¬≠l’urna; ce le d√†, chiude, spari ¬≠sce. Le elemosine si mettono direttamente nella buchetta davanti alla grata: nessun con ¬≠tatto. Niente mercimonio. Si tratta di centesimi di elemosi ¬≠na. Niente ciarlataneria. E co ¬≠s√¨ sincera la voce; e niente or ¬≠ganizzazione italiana del su ¬≠perstizioso: queste cose erano a Delfo, sono e son state sem ¬≠pre dappertutto.

Non per un gusto sacrilego, che √® caro alla mentalit√† con ¬≠temporanea, o le fu caro fino a ieri. E non per una associa ¬≠zione di contrasto del lubrico al macabro e delle nudit√† ri ¬≠dondanti alle magrezze peni ¬≠tenti, e agli ossami delle reli ¬≠quie e ai cilici. Ma quel suo ¬≠no di campanello lontano, quel sommesso tramestio die ¬≠tro alla finestra sbarrata, quell’accendersi improvviso di ef ¬≠fetti luminosi, tutto quel mi ¬≠sterioso apparecchio, mi fece ¬≠ro pensare ad una qualit√† af ¬≠fatto diversa, anzi opposta, di clausura. Ripeto che non fui indotto a pensarci da un de ¬≠siderio empio e paradossale di mettere la mortificazione e la divozione sullo stesso piede del vizio; ma dal naturale tra ¬≠sporto d’un sentimento com ¬≠passionevole. La superficie or ¬≠dinata e massiccia della vita sembrava aprirsi; e dentro si scorgevano le opposte confra ¬≠ternite, consacrate a queste vocazioni d’ombra e di annien ¬≠tamento: due vocazioni che sono considerate come ecce ¬≠zioni e come patologia, ma che assorbono, invece, tanta parte della vita e dello spiri ¬≠to femminile. Gli antichi non avevano avuto torto, sebbene con quella loro morale rossa, di una sola dimensione, a te ¬≠nerle pi√Ļ vicine e talvolta confuse; a imprimere quasi un carattere sacro sulla pro ¬≠stituzione: il sacro dell’orri ¬≠do, del pestifero, del lebbro ¬≠so. E cos√¨ il senso quasi di mistica paura, come di un es ¬≠sere posseduto, invasato, con il quale, presso le buone don ¬≠ne, econome, della vita bor ¬≠ghese, √® considerata la mere ¬≠trice: come un essere irridu ¬≠cibile, che compie una vocazione distruttiva. Consuma in carne quel che la monaca con ¬≠suma in rinuncia: due voca ¬≠zioni nihiliste.

La seriet√† di questa voca ¬≠zione infame; lo scrupolo di compierla. Si capisce che una quantit√† di meretrici vorreb ¬≠bero ritrarsene: tutto sarebbe pi√Ļ comodo, meno divorante di quello. La questione √® che una siffatta vocazione si tra ¬≠duce subito in un carattere so ¬≠ciale.

Gli antichi consacravano, in certo modo, la meretrice quanto pi√Ļ avevano un senso rigido dell’istituto famiglia ¬≠re, e della figura della sposa. In realt√†, la meretrice aiuta la sposa e la donna che sta alla base della famiglia ad essere quello che √®; e si deve soltan ¬≠to alla confusione della nostra vita moderna che i due carat ¬≠teri si confondano, e che le due caste non abbiano pi√Ļ confini esatti.

Il romanticismo, Tolstoi ecc. fecero della meretrice profes ¬≠sionale un essere talmente guasto, immondo che non si capiva come gli uomini aves ¬≠sero voglia d’andarci a letto insieme. Ma oggi se ne fa un essere cos√¨ desiderabile e pu ¬≠lito, proprio, che non si di ¬≠stingue pi√Ļ da esseri con una destinazione diversa. Fra le due interpretazioni, e le due deformazioni, aveva maggiore seriet√† la prima: intendo, era pi√Ļ autentica.

*

Quando siamo andati a let ¬≠to con un grosso dispiacere o pensiero; finalmente ci si ad ¬≠dormenta, e alla mattina, sve ¬≠gliandoci, sul primo momen ¬≠to (ma momento √® troppo: sul primo attimo), √® come gli altri giorni: non c’√® niente di nuovo; tuttavia qualcosa √® mutato: un che, nell’aria; poi, all’improvviso, quel pensiero, quel dispiacere ci investe; ci si trova come decaduti, scivolati gi√Ļ nell’inevitabile. Anzi; non si riesce quasi a ca ¬≠pire come si sia potuto avere quel primo minuto intatto, immune; quel primo momento nel quale ancora, nonostante tutto fosse gi√† successo, non era successo niente.


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Bart