di Emilio Cecchi
[dal “Corriere della Sera”, sabato 6 luglio 1968]
Tra il giugno 1928 e il gennaio 1930
Tolstoi. La passione di Tolstoi dopo la crisi è stata la rinuncia: non confonderla con la carità; è stata una smania di annichilazione, di compiere il transito umano, chiamare in terra l’al di là: morire. Saturato di vita come un uomo della sua forza e voracità fisica – e con delle esperienze che i suoi diari ci confessano – egli dovette essere, egli negò la vita; e in questo subentra il suo orientalismo; come dice nel giornale postumo del vecchio Fëodor Kourmitchs, la vita gli si compose tutta nell’aspettazione, nella preparazione del desiderio che gli pareva solo non ingannevole e solo realizzabile: il desiderio della morte. Il suo cristianesimo è tutto e soltanto qui, non nella positiva pratica cristiana (libr. 2, pag. 151). L’ultimo viaggio, la fuga dalla casa, è come un’anticipazione fisica di tutto questo; impaziente, iracondo andava incontro all’al di là; come se dalle campagne piene di neve e di ghiaccio avesse potuto montare su una nuvola come su una collina; e di salire, varcare nell’altro mondo. Senza pretendere di giudicare questa sua passione in quanto egli la soffriva, dobbiamo però giudicarla in quanto egli, superbo, combattivo, orgoglioso, la imponeva: e allora bisogna dire che, con tutte le sue sconnessioni architettoniche, formali, i suoi deliri, il povero Dostoievski contro il quale Tolstoi non risparmiava le ironie dice qualcosa di superiore, con il suo concetto di carità, alla forsennata inintelligibile negazione Tolstojana; quella carità che non nega la grande fatica della costruzione del mondo sociale, legale, ecc.
Non c’è bisogno che la realtà si sovverta, diventi utopica, perché i dostoievskiani concetti di onore mistico, di inesauribile carità vi penetrino e la vivifichino: anzi essi risplendono più mirabilmente quanto più ci sentiamo immersi nelle passioni, nei contrasti di cui si compone la nostra misera ma pur così bella ora mortale.
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Pascarella, 22 giugno: Al S. Carlo (un ristorante romano), con la Tetta e i bambini.
Il più bel fiore, il garofano: per la forma, il profumo, la schiettezza: fiore tutto del sole. Mi fa piacere e mi pare naturale, quando la Tetta gli racconta quell’incontro da bambina col Carducci alla fortezza; quando disse che il più bel fiore era il garofano rosso. Parla molto di Verdi; in parte ripetendo cose già dette. « Ho conosciuto bene due persone diver. moribus, Carducci e Verdi ». Verdi, chiuso fino alla scontrosità; si sente che soffre di stare con gli altri. Non ha il senso di offenderti; anche quando, in un banchetto di fine d’anno, con Pascarella, Ricordi, Boito, dice a Pascarella, che gli sta a sinistra, accennando a Boito, che sta davanti a destra (a tavola): « Sapete, all’arte, poi, non bisogna chiedere troppo. Quando una cosa è fatta… Se no si fa come quello lì ». (Boito). Aggiunge Pascarella: « infatti lui a volte lasciava andare, come Di Provenza, che non mi piace ». Era un contadino di genio ignorante. Fortissimo temperamento drammatico, emotivo (ma sull’ignoranza di Verdi aggiunge che lo stesso Carducci, dopo i classici, poco conosceva; anche quando si volle mettere a leggere Shakespeare, Shelley ecc. Carducci aveva il senso dell’emulazione; non voler essere sorpassato nel bere; e reggeva moltissimo. Pochezza delle letture del Carducci si rileva anche nei Diari pubblicati nel 1927. Del resto, conclude Pascarella, tutto ciò conta poco: le cose che resistono sono quelle che vengono su dalla propria terra).
Verdi lo deve più volte aver chiamato a St. Agata (ma non si capisce bene): giocavano insieme ai « cavallini » con la Strepponi e l’altra: Stolz. Il ritratto fattogli da Gemito, lo tenne sempre in soffitta. Ripete, sulla impressione diversa da tutti gli altri, che sempre fece Verdi: un genio.
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1 ottobre, Assisi.
Nel ritaglio di tempo avanzatomi, entro a vedere Santa Chiara. L’avevo già vista due anni fa, ma in una confusione di calcinacci. Dopo vista la Natività ecc. l’inserviente mi porta nella cappella di S. Chiara; mi domanda se voglio vedere il crocifisso che parlò a San Francesco. Si pigia un campanello elettrico a una grata; si accende di dietro al vetro opaco un lume (economia); si sente un tramestio. Il servo spiega: la suora che si cuopre col velo nero. Si apre la finestra di vetro opaco, dietro la grata: spiegazione del cranio di S. Agnese e del Cristo che parlò a S. Francesco: sono lì in ordine, sotto la luce elettrica, davanti alla grata. Eppoi nella cripta. Altra scena: la madre ci ha sentiti, è scesa: e ci mostra la San ta, profilo nero, mani nere, ri coperti di rete metallica, per conservarli meglio, quando, a metà dell’ottocento, la tomba fu trovata e scavata. La mo naca soffrega le fotografie sul l’urna; ce le dà, chiude, spari sce. Le elemosine si mettono direttamente nella buchetta davanti alla grata: nessun con tatto. Niente mercimonio. Si tratta di centesimi di elemosi na. Niente ciarlataneria. E co sì sincera la voce; e niente or ganizzazione italiana del su perstizioso: queste cose erano a Delfo, sono e son state sem pre dappertutto.
Non per un gusto sacrilego, che è caro alla mentalità con temporanea, o le fu caro fino a ieri. E non per una associa zione di contrasto del lubrico al macabro e delle nudità ri dondanti alle magrezze peni tenti, e agli ossami delle reli quie e ai cilici. Ma quel suo no di campanello lontano, quel sommesso tramestio die tro alla finestra sbarrata, quell’accendersi improvviso di ef fetti luminosi, tutto quel mi sterioso apparecchio, mi fece ro pensare ad una qualità af fatto diversa, anzi opposta, di clausura. Ripeto che non fui indotto a pensarci da un de siderio empio e paradossale di mettere la mortificazione e la divozione sullo stesso piede del vizio; ma dal naturale tra sporto d’un sentimento com passionevole. La superficie or dinata e massiccia della vita sembrava aprirsi; e dentro si scorgevano le opposte confra ternite, consacrate a queste vocazioni d’ombra e di annien tamento: due vocazioni che sono considerate come ecce zioni e come patologia, ma che assorbono, invece, tanta parte della vita e dello spiri to femminile. Gli antichi non avevano avuto torto, sebbene con quella loro morale rossa, di una sola dimensione, a te nerle più vicine e talvolta confuse; a imprimere quasi un carattere sacro sulla pro stituzione: il sacro dell’orri do, del pestifero, del lebbro so. E così il senso quasi di mistica paura, come di un es sere posseduto, invasato, con il quale, presso le buone don ne, econome, della vita bor ghese, è considerata la mere trice: come un essere irridu cibile, che compie una vocazione distruttiva. Consuma in carne quel che la monaca con suma in rinuncia: due voca zioni nihiliste.
La serietà di questa voca zione infame; lo scrupolo di compierla. Si capisce che una quantità di meretrici vorreb bero ritrarsene: tutto sarebbe più comodo, meno divorante di quello. La questione è che una siffatta vocazione si tra duce subito in un carattere so ciale.
Gli antichi consacravano, in certo modo, la meretrice quanto più avevano un senso rigido dell’istituto famiglia re, e della figura della sposa. In realtà, la meretrice aiuta la sposa e la donna che sta alla base della famiglia ad essere quello che è; e si deve soltan to alla confusione della nostra vita moderna che i due carat teri si confondano, e che le due caste non abbiano più confini esatti.
Il romanticismo, Tolstoi ecc. fecero della meretrice profes sionale un essere talmente guasto, immondo che non si capiva come gli uomini aves sero voglia d’andarci a letto insieme. Ma oggi se ne fa un essere così desiderabile e pu lito, proprio, che non si di stingue più da esseri con una destinazione diversa. Fra le due interpretazioni, e le due deformazioni, aveva maggiore serietà la prima: intendo, era più autentica.
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Quando siamo andati a let to con un grosso dispiacere o pensiero; finalmente ci si ad dormenta, e alla mattina, sve gliandoci, sul primo momen to (ma momento è troppo: sul primo attimo), è come gli altri giorni: non c’è niente di nuovo; tuttavia qualcosa è mutato: un che, nell’aria; poi, all’improvviso, quel pensiero, quel dispiacere ci investe; ci si trova come decaduti, scivolati giù nell’inevitabile. Anzi; non si riesce quasi a ca pire come si sia potuto avere quel primo minuto intatto, immune; quel primo momento nel quale ancora, nonostante tutto fosse già successo, non era successo niente.